Quattro chiacchiere con Dam-Funk, il producer che la west coast ama (soprattutto Snoop Dogg)

by • 26/10/2015 • Copertina, IntervisteComments (0)433

dam funk

Magari il nome non lo conoscete ancora (e in effetti è un po’ dura ricordarselo, tanto che lui stesso ammette candidamente di aver pensato di modificarlo in Damn Funk, visto che la gente sbaglia continuamente), ma è il caso di prendere nota: Dam-Funk sta alla west coast degli anni ’10 come Warren G o dj Quick stavano a quella degli anni ’90. Con una fondamentale differenza, ovvero che non si limita a produrre e basta: è un polistrumentista, canta, compone ed è riuscito nella difficilissima impresa di svecchiare sonorità che hanno già trenta se non quarant’anni di vita. Dam è funk di nome e di fatto: la sua incredibile passione e conoscenza per il genere lo hanno portato a diventare un punto di riferimento per la scena hip hop. E oltre ad essere uno dei nomi di punta della scuderia Stones Throw, è anche il 50% di 7 Days of Funk, il progetto che ha lanciato l’anno scorso insieme a Snoop Dogg, che per l’occasione aveva cambiato il nome in Snoopzilla. Abbiamo scambiato due parole con lui nel backstage del suo concerto milanese al Biko.

Blumi: Per chi non ti conoscesse ancora, vuoi presentarti?

Dam-Funk: Sono un musicista e produttore e al momento sto portando in tour un album dal titolo Invite that light, uscito su Stones Throw. È il secondo che esce dopo il mio debutto del 2009, Toeachizown. Nel mentre mi sono occupato di molti altri progetti, come l’album con Snoop Dogg, 7 Days of Funk, e quello con Steve Harrington. In ogni caso sono molto contento di essere di nuovo on the road, e in particolare in Italia, un paese che amo molto.

B: Ecco, parliamo del progetto con Snoop: com’è nato?

D.F.: In maniera molto naturale: mi capitava spesso di incrociare Snoop a Los Angeles, dove entrambi viviamo, e lui aveva già sentito un po’ di cose mie in giro. Un bel giorno mi ha mandato un messaggio tramite Soundcloud, dicendo che aveva bisogno della mia musica per un suo nuovo progetto incentrato sul funk. Ci siamo incontrati a casa e abbiamo registrato praticamente subito Hit the pavement: da allora non abbiamo più smesso di registrare insieme e abbiamo prodotto una specie di EP esteso sotto il nome di 7 Days of Funk. Anche quello lo abbiamo fatto uscire tramite Stones Throw: avremmo potuto puntare su un’etichetta più grande, ma abbiamo preferito che rimanesse un disco underground.

B: La tua vera fede è il funk, ma anche l’hip hop ti appassiona da sempre…

D.F.: Sono cresciuto in un quartiere in cui la gente ascoltava musica molto variegata, ma comunque erano gli anni della golden age dell’hip hop, che ho amato molto: Rakim, Marley Marl, KRS-One, i Public Enemy, Afrika Bambaataa and the Soul Sonic Force, De La Soul, A Tribe Called Quest, ma anche le prime cose di Dr. Dre e degli N.W.A… Questa era la roba a cui ero esposto da ragazzino. In ogni caso ho sempre cercato di rimanere concentrato sul funk, perché era la mia musica preferita: non mi interessava il fatto che il mercato discografico si stesse spostando sempre di più verso il rap, perché per me il funk, la disco e il boogie restavano una vera passione. E i dischi che produco oggi riflettono proprio questo,  l’amore per un certo tipo di sound che non scende a compromessi con le esigenze commerciali del momento.

B: Hai nominato soprattutto rapper provenienti dalla east coast, eppure a rigor di logica dovresti essere più appassionato di g-funk. Il suono della west non ti piace?

D.F.: Adoro il g-funk: Above The Law, Sugar Free, dj Quick, Warren G che secondo me è davvero molto sottovalutato, Compton Most Wanted, Mack 10, tutto questo era presente nella mia dieta musicale e ha influenzato il mio stile. Ti parlavo di east coast prima perché all’inizio a Los Angeles non c’era una vera e propria scena strutturata, quindi era disponibile solo l’hip hop della costa est, dove invece c’era già un mercato discografico. Più avanti le cose sono cambiate, per fortuna.

B: La domanda sorge spontanea, a questo punto: hai avuto occasione di vedere Straight Outta Compton e di farti un’opinione sul film?

D.F.: Sì, l’ho visto e mi è sembrato un ottimo prodotto, mi sono molto divertito e consiglierei a tutti di andare al cinema a guardarlo. Era ora che fosse realizzato un film a largo budget che mostrasse la storia dell’hip hop in California da quella prospettiva. I protagonisti hanno raccontato la storia dalla loro prospettiva: so che hanno lasciato fuori un po’ di dettagli e avvenimenti, ma ognuno di noi ha il diritto di dare la propria versione dei fatti, e loro non fanno eccezione. Devo fare le mie congratulazioni a Dr. Dre, Ice Cube e tutte le persone che ci hanno lavorato.

Se siete curiosi di saperne di più su Dam-Funk e sui classici del funk che lo hanno formato, la seconda parte di questa intervista è andata in onda su Babylon (Rai Radio2) ed è disponibile in podcast a questo link.

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