Quando un rapper vince Amici di Maria

by • 03/06/2013 • Editoriali, RubricheComments (1)1249

Alla fine è successo l’inaspettato e l’insospettabile: non solo un rapper ha partecipato ad Amici di Maria De Filippi, ma ha pure vinto. Una svolta decisamente epocale, poco importa se la scena rap non è granché interessata al programma tv in questione (ad essere benevoli, perché ad essere malavoli ci sarebbe parecchio altro da dire). Moreno Donadoni sulla carta non è uno scarso, a differenza dell’imitazione di rapper proposta a X Factor: già concorrente più decorato del Tecniche Perfette, già ex freestyler a Mtv Spit, ha battuto in finale la popstar favorita del momento, tale Greta, con la percentuale quasi bulgara del 69% delle preferenze. C’è da dire che di solito i maschietti vincono sempre la prova del televoto, perché a televotare sono soprattutto ragazzine in età da prima cotta, ma stavolta questo tipo di analisi sociologica non basta a spiegare il perché del suo trionfo. Che magari precede la vittoria di un rapper a Sanremo 2014, chissà – anche perché Moreno, oltre ad aver vinto il primo posto, si è anche aggiudicato il premio della critica.

Capire il perché Moreno ha vinto, in effetti, è abbastanza semplice: il rap è la musica del momento. Si è detto già molte volte in passato, ma stavolta è molto più vero di quanto era vero prima, e lo sarà per almeno un altro anno. Gran parte dell’industria musicale italiana gira attorno a happening come Amici, e chi vince garantisce a quel tipo di “brand” una relativa longevità – almeno per un’altra stagione, per quel che vale. La vera domanda è un’altra: cosa cambia per noi adesso? Perché qualcosa cambia per forza, volenti o nolenti. In America e nel resto dell’Europa la partecipazione dei rapper ai talent show, con tanto di cover durante le sfide, non è certo una novità. Così come non è una novità che chi partecipa a suddetti talent poi sforni un album che non è al 100% farina del suo sacco. Stecca, prodotto dalla Tempi Duri, è orgogliosamente scritto “in collaborazione con” Fabri Fibra, anche se a quanto si dice Fabri avrebbe scritto solo alcuni ritornelli. Già solo questo è un cambiamento enorme, anche se è evidente che è semplicemente la prima volta che la cosa viene dichiarata ad alta voce come se fosse un vanto, e non la prima volta che succede in assoluto (per fare la prova del nove vi invitiamo a leggere con attenzione i crediti degli album rap prodotti dalle principali case discografiche: scoprirete che a volte gli autori indicati sono molti di più di quelli che effettivamente rappano nel disco).

Insomma, dove la mettiamo l’integrità della cultura hip hop e della musica rap? Perché è evidente che nella musica di Moreno la cultura hip hop è la vera grande assente. In questo caso non si tratta di una prima volta: è già successo che altri artisti (vedi alla voce J Ax) partissero dall’hip hop e lo abbandonassero a un certo punto sulla strada del mainstream. Solo che stavolta sembra una scelta molto meno ingenua e spontanea di quella delle origini, molto più orientata al business. Chi negli anni ’90 sperimentava trapianti pop all’interno della musica rap lo faceva con intenti quasi umanitari e culturali, rispetto a chi ci prova adesso: una volta il fine ultimo era diffondere un linguaggio nuovo e aprire nuove strade, oggi è non perdere il treno del successo globale. È anche vero che una volta perfino chi vendeva poco arrivava a totalizzare anche 30.000 copie, una cifra che oggi quasi equivale a quella necessaria per ottenere un disco d’oro: bisogna fare di necessità virtù, se si vuole sopravvivere facendo musica.

A voler fare un paragone con l’estero, però, in America e altrove gli artisti hip hop riescono a diventare pop senza bisogno di cambiare se stessi. Eminem, Jay-Z, Snoop Dogg: nessuno di loro è sceso a compromessi o ha semplificato la propria arte per diventare una star planetaria. In Italia, invece, la sensazione prevalente è che la cultura pop (Amici, le discografiche e compagnia cantante) voglia trasformare i rapper in tante piccole copie “ribelli” dei vari Gigi D’Alessio, Eros Ramazzotti e Biagio Antonacci. I produttori degli album (non parliamo dei beatmaker, ma dei cosiddetti A&R, ovvero quelli che seguendo registrazioni, mix e master definiscono il suono di questi artisti) sono sempre gli stessi, e spesso sono anche gli stessi che lavorano con chi si occupa di musica melodica italiana; tanto per non sbagliare. E spesso sono gli stessi rapper che scelgono, pur non essendo obbligati da nessuno, di lavorare seguendo questi criteri; sempre tanto per non sbagliare. Perché ormai nessuno ottiene una seconda possibilità, basta che un album venda leggermente meno delle aspettative e sei fuori per sempre. Nel mondo vero non c’è redenzione né ripescaggio, a differenza di quanto succede in un talent.

Come dicevamo, tutto questo succede anche nel resto del mondo. Perché noi ci scandalizziamo e gli altri, altrove, no? E soprattutto, è furbo scandalizzarsi? Forse non così tanto, considerando che il successo del rap fa comodo a molti, non ultimi a tutti i rapper dell’underground che possono finalmente sperare di trovare qualcuno che finanzi i loro progetti e li spinga in maniera più seria e convinta, nonché capillare, anche grazie al successo di Moreno. La cosa più importante, però, è saper sfruttare questo eventuale vantaggio momentaneo in maniera saggia. Un appello ai giovani rapper che sicuramente nei prossimi mesi verranno contattati per fare un casting per qualche altro programma televisivo, o per registrare un disco con una discografica ben più prestigiosa di quella che speravano: imparate dagli errori di chi vi ha preceduto (non di tutti, per fortuna, perché nel mainstream c’è anche chi ha fatto un ottimo lavoro) e imponetevi. Il coltello dalla parte del manico ce l’avete voi: non fatevi convincere da un autore che è giusto singhiozzare davanti alle telecamere, non lasciate che vi impongano featuring con artisti che disprezzate, non sentitevi in obbligo di seguire la strada che secondo i discografici vi porterà per forza di cose in radio. Se davvero il rap è la musica del momento ed è qui per restare, in radio ci arriverete comunque, e con qualcosa di dignitoso e di cui andrete fieri. L’alternativa è tentare di arrivarci con un album monco e pieno di compromessi che non convince voi e men che meno gli altri, col rischio di non riuscirci ed essere scaricati comunque. Il gioco vale la candela?

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