Quakers: la recensione (e un regalino)

by • 08/05/2012 • Multimedia, RecensioniComments (0)501

Dopo una serie di uscite non proprio azzeccatissime, la Stones Throw – meglio ricordarlo: la più importante etichetta indipendente hip hop degli anni Dieci, meritevole di aver dato alle stampe capolavori quali Donuts di J Dilla e Madvillainy di Madlib ed MF Doom – esce oggi con un lavoro che farà la felicità degli amanti del rap statunitense, soprattutto quello più crudo e cazzuto. Quakers è un team di produttori formato da Fuzzface, ossia Geoff Barrow, dei Portishead; 7-Stu-7, ingegnere del suono di questi ultimi; e Katalyst, uno dei più importanti beatmaker della scena hip hop australiana. Il loro primo album omonimo, Quakers, è fuori da poco.

 

Per chi già ha una vaga idea di quel che significa il termine Portishead quando si parla di black music, il disco in questione è una specie di must-have, visto che Third, il loro ultimo album, ha ribadito al mondo quanto Geoff Barrow sia uno beatmaker tra i più potenti in circolazione, spesso trascurato dall’intellighentia hip hop perché all’epoca quel suono slowdown e fumoso da lui codificato lo si chiamava trip hop. Qui la questione è un tantino differente, dato che lo stile è più vicino a quello targato Stones Throw rispetto agli stilemi– ad esempio – di Dummy, ma alla fine poco cambia: si tratta comunque di produzioni sempre grezze ed incisive, caratterizzate da un uso sapiente di synth analogici e drum-breaks figli di puttana. Anche il formato è adattissimo ad evocare l’idea di beat album tutta ciccia e zero fronzoli: quarantuno brevi tracce, interludi compresi, su cui scorrono una trentina di rappers della nuova scena losangelina – e qui entra in gioco la sempre sapiente rubrica telefonica di Peanut Butter Wolf.

 

Difficile estrapolare qualche traccia dal contesto, vista la monoliticità del prodotto finito, eppure è impossibile non citare “Rock my soul”, con il grande Prince Po; Fitta happier, il primo singolo, con Guilty Simpson e MED; Sign language, con Aloe Blac; e War drums con Phat Kat e ancora Guilty Simpson, forse il brano più potente del lotto. Dimenticavo, c’è anche la versione strumentale in allegato, un ottimo ascolto già di suo. In conclusione, speriamo sia solo il primo di una lunga serie, questa specie di funk riassemblato dimostra quanto il beatmaking sample-based sia tutt’altro che arrivato in un vicolo cieco. E, permettetemi la divagazione, non perdetevi i Portishead dal vivo fra qualche mese.

(Ps: Katalyst dei Quakers ha realizzato un mix in esclusiva per Babylon Radio2, disponibile in podcast: lo scaricate gratuitamente da qui, tasto destro e salva con nome)

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