Primo & Torme: l’intervista

by • 31/03/2014 • Copertina, IntervisteComments (0)726

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Quando i due pesi massimi del microfono Primo Brown e Tormento avevano annunciato che erano in procinto di lavorare a un album insieme, le aspettative dei fan erano talmente alte che il rischio di rimanere delusi dal risultato finale era molto tangibile. Fortunatamente, però, più che di due pesi massimi si parla di due supereroi del rap italiano, e i superpoteri sono per definizione infallibili: El micro de oro è una bomba, uno degli album più riusciti pubblicati negli ultimi dodici mesi, ed è talmente potente su disco che non vediamo l’ora di ascoltarlo dal vivo. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con i diretti interessati durante la loro ultima trasferta milanese.
Blumi: Piccola confessione: quando ho ascoltato per la prima volta El micro de oro sono arrivata in fondo al disco e mi sono accorta che non avevo ascoltato affatto i testi perché ero troppo presa dalla musicalità e dal flow del progetto. Così ho dovuto rimetterlo subito in play un’altra volta…

Torme: In effetti anche noi abbiamo avuto questa sensazione: quando riascoltavamo l’album, ci sembrava di passare sopra al singolo passaggio o al particolare incastro, perché l’impatto sonoro derivato anche dalla postproduzione delle basi era talmente forte da cancellare tutto il resto. In realtà però non è un effetto voluto, anche perché questo album è nato e si è sviluppato molto naturalmente, a differenza di quanto ci capitava con gli altri nostri progetti in cui studiamo tutto al dettaglio. E anche chi ha partecipato al disco, portando le proprie energie dentro al progetto, ha regalato un qualcosa in più che non avremmo certo potuto programmare.

Primo: Esatto: fin da piccoli noi abbiamo acquisito la consapevolezza del fatto che fare rap non significa semplicemente parlare su una base, ma fare un lavoro a 360° che possa darti una vibrazione completa. E in questo caso è come se la nostra ricerca di musicalità abbia in qualche modo dettato anche la forma lirica. Io in questo momento sono in una fase di distacco rispetto al disco, nel senso che dopo averlo fatto ne sto finalmente prendendo le distanze per osservarlo dall’esterno, e mi accorgo di cose che prima non avevo notato.

B: Ecco, ripartiamo da questi 360 gradi: come nasce l’idea di fare un album insieme?

T: Abbiamo lavorato spesso insieme in passato, anche perché io ho abitato a Roma per diversi anni. Tutti i nostri brani funzionavano molto bene, ed è andata così anche per Mantenere (contenuta nell’album ma uscita oltre un anno fa, ndr): un brano che è nato dopo due live che abbiamo fatto assieme, perché la risposta del pubblico era grandiosa e ci piaceva l’idea di rifare qualcosa del genere anche in studio. Insomma, gli stimoli esterni hanno giocato una grande parte nella nascita di questo progetto.

P: Prendeva forma e cresceva proprio seguendo queste dinamiche: non c’è stata una scelta lucida di lavorare insieme, inizialmente, tutto è nato per il rapporto d’amicizia che ci lega e l’alchimia che si generava sul palco. Tant’è che molti dei brani di questo disco sono nati proprio mentre eravamo in tour insieme, spontaneamente. È come se la musica avesse scelto noi per affidarci la realizzazione di un progetto. Solo in un secondo momento ci siamo dedicati a rifinire i dettagli e a dare una forma completa al tutto, ma è stato davvero un lavoro minuscolo rispetto al resto, una sorta di decorazione e abbellimento, un po’ come disporre delle palle di Natale su un albero. È stato tutto davvero sorprendente, per noi: magari capitava che io scrivessi qualcosa per conto mio e Torme completasse il concetto in un’altra sua strofa, senza neanche esserci parlati. La stessa cosa è successa anche per molti featuring: Mezzosangue, ad esempio, ha scritto la strofa de Il cuore e la penna senza sapere bene quale fosse il tema, ma centrandolo perfettamente.

B: Infatti: qual è stato il processo di scrittura? Lavoravate insieme o separatamente?

P: Alcuni pezzi li scrivevamo direttamente in studio: quattro ore, un sacco di canne, modalità riot al 100%. Magari partivamo con l’idea di fare un paio di sleghi per allenamento e poi finivamo per creare qualcosa di più grande: ripeto, nella realizzazione di quest’album noi eravamo solo degli strumenti, era la musica che decideva tutto per noi e ci manovrava a suo piacimento.

B: Cambiando argomento, siete due alfieri dell’underground italiano, ma siete anche stati tra i primissimi ad affacciarvi al mainstream, in tempi non sospetti; Torme con i Sottotono, Primo con la Soleluna di Jovanotti. Qual è la dimensione che vi rispecchia di più, nel music business? Tradotto in parole povere: qual è quella in cui vi sentite più a vostro agio?

T: I rapper americani che conosco di solito dicono questo: “Nessun contratto è un buon contratto”. Prova a studiarti la storia di Jimi Hendrix o Ray Charles, e scoprirai che moltissimi artisti non avevano neanche le royalties sui loro dischi. E credo valga anche per l’Italia. Da sempre la discografia sfrutta il talento degli artisti e, con la scusa di promuoverlo, incassa il 90% dei loro introiti. Vorrei che i nuovi rapper imparassero dal passato, dalle nostre esperienze: molti di noi sono rimasti fregati, vivendo un breve momento di gloria quando il rap andava di moda ed essendo scaricati non appena c’è stato un piccolo calo nell’interesse del pubblico. È una situazione che si ripete ciclicamente da sempre: Esa, che lavorava con il music business già da prima di me, quando ero piccolo mi raccontava scene che io stesso ho visto ripetersi e che ora sento raccontare da altri. Negli anni ’90 a fare i soldi con il rap non sono stati gli artisti, ma i discografici, i manager, i produttori; guarda caso, proprio le stesse persone che stanno facendo i soldi con il rap anche oggi. È normale desiderare che il proprio progetto discografico abbia un’ufficialità, ma tutti noi sappiamo che il nostro genere musicale è fatto di improvvisazioni, di strofe che scrivi e registri in un pomeriggio e che il giorno dopo carichi sul web… Soprattutto, è importante sapere che in questo momento è soprattutto l’underground che ti permette di mantenerti con la musica che fai: i contratti discografici delle major di oggi non ti danno la possibilità di viverci, non ti danno un anticipo, spesso non ti danno neanche un budget per registrare il disco. Dall’esterno i personaggi del mainstream sembrano essersi arricchiti, perché sul momento li vedi famosi e sulla bocca di tutti, ma in realtà i soldi che entrano in cassa sono sempre pochi.

P: Anche noi, con i Corve, abbiamo avuto la possibilità di provare con la Sony (la casa discografica che aveva in carico Soleluna, etichetta di Jovanotti con cui i Cor Veleno avevano firmato, ndr). Nel nostro caso, però, il prezzo era addirittura più alto. Se passi da una major e poi torni all’underground il pubblico pensa che ci hai provato e non ce l’hai fatta, ma la verità è che in molti casi vieni trattato come una cavia: ti cercano perché i dischi autoprodotti che hai fatto fino a quel momento sono andati bene, ma poi ti chiedono di snaturarti e di conseguenza la fanbase su cui tutti contavano non ti segue più. Se hai già un imprinting musicale ben formato, oltretutto, è difficile accettare di sottostare a certe cose. E difatti, alla fine arrivi a rimpiangere quello che avevi prima: per ottenere due anni di relativa tranquillità economica ti ritrovi ad avere un ritardo enorme rispetto alla nuova scena, che nel frattempo è cresciuta, è andata avanti, si è aperta i suoi studi di registrazione… Negli anni successivi alla nostra rottura con la major abbiamo dovuto sfornare un sacco di mixtape e decine di featuring, perché nell’anno di stop che abbiamo dovuto fare per via della Sony era come se tutti si fossero dimenticati di noi e di tutto quello che avevamo fatto in un decennio di underground. Morale della favola: quando si tratta di scegliere tra major e underground, ciascuno deve farsi i suoi calcoli e decidere che cosa è più giusto fare in base alla propria storia individuale.

B: Tornando ai temi dell’album, mi sembra che abbiate scritto avendo in mente più i vostri coetanei che hanno un lavoro normale, problemi concreti e sbattimenti quotidiani, piuttosto che pensando ai giovani rapper che pensano solo a sfondare…

P: Noi non tendiamo all’autoesclusione, come invece fa un certo tipo di mainstream. In America esiste sia la musica per ragazzini che quella per ascoltatori più adulti: la nostra scelta è proprio quella di dimostrare che la nostra musica può arrivare a tutti anche se non cerchiamo di adattarla a un target troppo ristretto o troppo giovane. Vogliamo parlare soprattutto a gente della nostra età, è vero, ma è anche vero che i ventenni di oggi sono in grado di confrontarsi anche con chi è molto più vecchio di loro, perciò pensiamo che possano ascoltare tranquillamente quello che abbiamo da dire noi.

T: Anche perché questi sono tempi di transizione: le vecchie regole non valgono più e si affaccia una nuova era. I maya avevano ragione: il mondo così come lo pensavamo fino a pochi anni fa è finito, l’economia è crollata, dobbiamo reinventarci. I cambiamenti di cui parlavano loro sono cominciati cinquant’anni fa e finiranno tra altri cinquanta, probabilmente. È importante che oggi il rap, un genere musicale che ha ormai quarant’anni, si faccia portavoce di questo cambiamento. Negli altri paesi europei l’hanno già capito, e infatti ogni nazione fa il rap a modo suo, senza copiare l’America. Pensa all’Inghilterra: lì il rap ha un suo stile caratteristico e questa è stata la la sua fortuna. Anche noi dobbiamo fare lo stesso.

B: A proposito di stile, entrambi negli anni avete lavorato moltissimo per personalizzare il vostro e renderlo un tratto unico e inimitabile: ciascuno di voi, a modo suo, è avanti anni luce e allo stesso tempo non sembra risentire troppo degli anni che passano. Qual è il segreto?

P: Quando ero più piccolo era come una forma di egoismo, poi è diventata una sete di sapere quello che succedeva al di fuori dell’Italia: è stato soprattutto questo che mi ha permesso di non farmi problemi di coerenza, quando si tratta di musica. Mi sono preso la libertà di far crescere il mio stile anche allontanandomi dalle regole che in alcuni periodi sembravano davvero obbligatorie. Intendiamoci, le regole dell’hip hop come cultura mi piacciono tantissimo, ma non quelle che riguardano il sound o la diffusione del messaggio. Non mi piace dover sposare un’unica scuola di pensiero, mi fa sentire limitato: purtroppo, però, questo certe volte mi ha penalizzato, perché l’Italia è il paese delle fazioni contrapposte, delle liti da bar, in cui sei questo o quello e non esistono altre vie. Ciascuno è il frutto del suo passato: fino ai quindici anni, prima di scoprire la black music, ascoltavo soprattutto la musica italiana che sentivano i miei genitori. E oggi mi rendo conto che molte delle strutture che caratterizzano il mio stile vengono proprio dal cantautorato. Il rap mi ha portato a riscoprirle e rinnovarle a modo mio.

T: Sono d’accordo, è una questione di curiosità e mentalità. Ti faccio un esempio: una delle mete più gettonate per i rapper italiani è Amsterdam. Però, mentre la maggior parte della gente passa le sue giornate vagando da un coffee shop all’altro, io e Esa già prima di partire ci prepariamo una lista di negozi di dischi, studi di registrazione, rapper con cui prendere contatto… Idem per Berlino, Londra e qualunque altra grande capitale. La golden age italiana degli anni ’90 è rimasta nel cuore di tutti soprattutto per la mentalità, la concretezza, la voglia di mettere in piedi un progetto. È un’attitudine importante, che in molti sottovalutano, ma non bisogna assolutamente che passi in secondo piano, perché è quello il motivo per cui a distanza di vent’anni l’hip hop mi dà da mangiare anche se le radio e i grandi media non mi cagano. Bisogna andare dritti per la propria strada: seguire una moda paga per sei mesi, dopodiché tutti si dimenticano di te.

P: Le persone esterne alla faccenda hanno sempre pensato che l’hip hop – soprattutto quello italiano – fosse un’illusione, lo scimmiottamento di una moda americana. Io e Torme, negli anni, ci siamo tolti la soddisfazione di smentirli tutti: per noi è sempre stata una questione serissima, e alla fine il tempo ci ha dato ragione. L’hip hop italiano non è una costola del trash.

T: Anche se spesso i rapper italiani si vestono come i calciatori! (ride)

P: Per carità, non c’è niente di male in questo, però almeno non rompere i coglioni a chi non vuole farlo… (In sottofondo Torme ride come un pazzo, ndr) Un sacco di gente mi guarda e mi dice “Ah, tu sei un rapper italiano? No, non va bene, non hai la cresta o i capelli rasati da un lato, non sei credibile”. Ma a me non me va, non me viene, che cazzo volete? Mi sento ridicolo, non ho voglia di conciarmi così. E oltretutto i capelli non mi crescono neanche più! (ride)

B: Tornando al disco, parliamo invece dei beat. Le produzioni di El micro de oro sono molto variegate, non ce n’è una uguale all’altra. Alcune sono piuttosto atipiche per i vostri standard, altre sono davvero classiche, tanto che ce n’è perfino una col campione di The truth di Beanie Sigel…

P: Quello è un pezzo prodotto da Shablo, Solo i più grandi. La prima volta che l’abbiamo sentito non abbiamo identificato immediatamente il campione, anche se ci suonava conosciuto… Poi, quando Shablo ce l’ha detto, siamo stati molto contenti, perché è bello vedere come diversi producer si confrontano con lo stesso sample. Succede spesso che due beatmaker magari lontanissimi tra di loro usino lo stesso campione, per una sorta di connessione energetica che però molti chiamano casualità. Ma io non credo nel caso quando si tratta di musica: è un flusso di emozioni e sensazioni in movimento che ti spinge in una precisa direzione.

T: La scelta dei beat nel nostro caso è stata molto semplice, comunque: i producer con cui lavoriamo ci conoscono bene, tanto che alcuni non ci facevano neanche scegliere. Penso a Squarta, che un giorno si è presentato in studio affermando “Questo è il beat per El Micro De Oro!”… (ride)

P: Non hanno fatto delle proposte casuali, ci hanno presentato dei beat molto mirati che rispecchiavano perfettamente i nostri gusti e le nostre liriche. Sono stati davvero bravi. Spesso noi abbiamo sviluppato le loro idee in maniera incoscia, ma era come se i beatmaker avessero già idea dell’energia che sarebbe scaturita da quel beat. Noi, comunque, siamo stati subito chiari: abbiamo spiegato che non volevamo beat per forza classici o per forza contemporanei, eravamo disposti a spaziare. Non vogliamo legarci per sempre alla golden age solo perché ne abbiamo fatto parte, anzi, forse ci sentiamo più in forma adesso che a vent’anni: non siamo vecchi leoni, siamo dispostissimi a confrontarci sia con le nuove leve che con i pionieri. Anche perché noi siamo considerati pionieri, ma ci teniamo a dire che quando eravamo piccoli noi in Italia esisteva gente che faceva già rap da un decennio…

T: Non osiamo immaginare cosa ci dirà la gente quando avremo superato i cinquant’anni, se già adesso ci danno dei vecchi leoni. Lo sapete che c’è gente più vecchia di noi che fa ancora musica, vero? Ce li avete presente Max Romeo e Lee Scratch Perry? (ride) O anche KRS-One, per prendere un esempio ancora più vicino. Continua a parlare di rap come nessun altro, ma anche a metterci in guardia su quello che mangiamo o assimiliamo. Perché? Perché un rapper deve avere una consapevolezza a 360° e trasmettere la conoscenza ad ogni livello. Star bene è una questione di equilibri e di energie giuste.

P: Esatto, non bisogna ragionare per compartimenti stagni. La tua musica si riflette anche tramite il tipo di vita che fai, quello che mangi, quanto dormi, come ti comporti con gli altri… Fino a qualche anno fa anche io facevo rap, ma non avevo idea delle sue implicazioni più trasversali. Ora l’ho imparato. Scoprirlo mi ha aperto un mondo: forse è per questo che ora mi sento completo. E forse è proprio per questo che nel 2006 non siamo stati in grado di lavorare in maniera serena e consapevole con una grossa struttura discografica.

B: Parlando invece dei live, entrambi sul palco spaccate tutto e la vostra resa dal vivo è probabilmente superiore anche a quella su disco. Il che è singolare, in un periodo in cui forse questo aspetto è un po’ sottovalutato e marginale…

T: Assolutamente sì, è un aspetto che sta perdendo la sua centralità, purtroppo: questa è l’era del video, perciò se riesci ad apparire bene e ad avere l’immagine giusta hai già risolto il 90% dei tuoi problemi. I musicisti veri, però, per capire se vali o no ti mettono in mano uno strumento e ti dicono “suona”, o ti piazzano su un palco e osservano quello che fai e come ti muovi. La nostra potenza live deriva dall’esperienza, dall’averne fatti tanti, ma anche dall’allenamento: io ogni tanto tengo dei seminari per ragazzi e cerco di insegnare proprio questo, che a casa devi studiare la postura, l’uso del microfono e tutto il resto. Ovviamente non c’è una strada giusta: io sono più tecnico, mentre Primo è più selvaggio, ma in entrambi i casi la nostra energia è data dalla passione e dall’applicazione della teoria: è proprio quando eravamo in scena che abbiamo imparato cosa era meglio fare o non fare.

P: Quando ho cominciato io, o ti approcciavi all’hip hop tramite il live o non ti ci approcciavi proprio: non c’erano alternative. Attorno al ’91/’92 con i Cor Veleno rappavamo sulle strumentali americane del lato B dei vinili, e non essendoci studi di registrazione l’unica soluzione era farlo dal vivo, nelle serate in cui c’era il microfono aperto. Dopo anni di jam del genere, capisci che è quella la dimensione in cui l’hip hop cresce e ti fa diventare un uomo. Idem per il freestyle, che però non dev’essere una sfida a chi insulta di più l’avversario. Come insegnano il Danno o Esa nelle sfide storiche, bisogna parlare col pubblico, coinvolgerlo, fare rime top of the head. Lo scambio di energie con la gente che ti sta davanti è fondamentale, e passa attraverso tutto il corpo: le braccia, i piedi, il torso… Oggi vedo un sacco di rapper che sul palco sono bellissimi con la giacchetta giusta e i tatuaggi fighi, ma poi sembra che abbiano una paresi: la metà destra con cui reggono il microfono si muove, quella sinistra è immobile. Magari non per tutti è importante, però io mi accorgo che quando sono sul palco e non sono in una forma fisica perfetta, agli spettatori arriva la metà di quello che vorrei trasmettere. Di conseguenza loro non riuscivano a trasmettere abbastanza a me, e magari quando la settimana dopo mi trovavo a scrivere o a registrare un nuovo pezzo, era come se mi mancassero gli stimoli.

T: Infatti: bisogna imparare a riportare in studio l’energia che abbiamo sul palco. Io stesso, quando devo registrare un pezzo, a volte devo cercare di caricarmi come se avessi davanti il pubblico, perché magari parto troppo rilassato, non avendo casino intorno: queste cose poi si sentono, l’attitudine è importante.

P: A volte mi capita di pensare che potrei morire sul palco: non con la mentalità del rocker che va in scena tagliandosi e calandosi l’LSD, chiaramente… (ridono tutti, ndr) Il punto è che più passa il tempo e più ho la sensazione che ogni live potrebbe essere l’ultimo che faccio, quindi scatta un meccanismo inconscio – che fortunatamente so gestire con l’esperienza – che mi fa pensare che devo dare il massimo, perché quella è l’ultima occasione che ho di far fluire la mia musica nel modo giusto. È una sensazione che non potete capire… Suonare è meglio di scopare, a volte. Per giorni, dopo che scendi dal palco, vivi con la pace dei sensi. È quello il motivo che mi spinge a continuare giorno dopo giorno.

B: E a proposito di giorno dopo giorno, parliamo di domani e di quelli a venire: progetti futuri?

T: A dire il vero siamo un po’ in crisi, perché abbiamo fin troppa carne al fuoco: io, per esempio, ho già quasi terminato un altro album dalle sonorità più soul, con l’aiuto di Shablo, e mi piacerebbe farne una specie di mixtape. Tanti, però, ci chiedono già adesso il seguito del Micro De Oro. La nostra risposta, però, è più che altro una richiesta: iniziate a supportarci con questo, perché ci abbiamo riversato un anno di grandi investimenti sia economici che personali. Se volete un secondo step, aiutateci ad aiutarvi! (ride)

P: Ovviamente ci stiamo anche concentrando sul portare in giro l’album dal vivo. Personalmente, poi, ho già pronti Rap nelle mani 4 e 5, ma aspetto a buttarli fuori perché mi piacerebbe anche iniziare a lavorare a un mio disco solista.

Ps: Ascoltare le parole dei diretti interessati anziché limitarsi a leggerle è sempre più interessante. Perciò vi suggeriamo di prestare orecchio a Rete Tre, la radio pubblica della Svizzera italiana, e al suo programma dedicato al rap, Represent, perché giovedì sera andrà in onda uno speciale su Primo & Torme che ci sta molto a cuore (chi lo ascolterà capirà facilmente il perché). In streaming e in podcast anche per l’Italia da qui!

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