Poor People’s Day

by • 21/01/2006 • RecensioniComments (0)541

Bigg Jus, ex Company Flow, un nome nella moltitudine di desaparecidos di talento a cui il rap non ha mai dato troppo da mangiare.

Messosi alle spalle alcuni progetti precipitati nell’anonimato alla velocità della luce e accantonate le velleità produttive, il nostro ci riprova con questo Poor People's Day per il quale si fa accompagnare dai beats del semisconosciuto Dj Gman (da Atlanta, già su alcuni solchi di Black Mamba Serum V.2) .

Quel che ne viene fuori è un disco-laboratorio più meritevole per le sue idee che in alcuni casi per la loro resa.

Gman impara la lezione dai vari Shadow, Prefuse e dal primo El-P (ma ci sono anche germogli di golden age in alcuni campioni e di altre scene elettroniche in alcuni ritmi) e le traduce alla sua maniera, tra martellate al woofer, campioni a singhiozzo e boombap che hanno ben poco di quella regolarità a cui il rap è abituato.

In parole povere il misconosciuto produttore georgiano lascia ai beats solo il giusto della loro dignità prettamente ritmica e consegna a Jus un pugno di strumentali impazzite sul quale il nostro viaggia spesso in regime di offbeat o comunque di anarchia metrica, chiudendo le barre con molta libertà più spesso tra le battute che sopra queste.

Il missaggio poi fa il resto creando due dimensioni di ascolto: sulla prima viaggia la voce di Jus , mentre sulla seconda si inserisce la strumentale quasi fossero due entità indipendenti che trovano una inspiegabile coesione.

Ed è proprio quando questi viaggi in assenza di gravità danno il loro meglio che il disco vive i momenti più brillanti: Halogen Lanterns smaccatamente shadowiana, Night Before, Eerie Silence e Anything You See Fit sono tutte convalide di questa tesi.

Jus dal canto suo sceglie, come lascia immaginare il titolo del disco, di schierare le sue liriche sul fronte della denuncia sociale, ambientale e politica abbattendo invettive contro le esagerazioni consumistiche del “Walt Disney Kingdom” e immaginando futuri da ribellione armata.

Dalla sua ha un liricismo visionario e allucinato, un modo di legare le immagini alla maniera di un Burroughs del microfono e un repertorio di buone metafore almeno finchè non cede alla tentazione di buttarla sul filone mistico/esoterico che è ormai ufficialmente uno dei più usurati luoghi comuni dell’ultimo rap politico USA, dalla Black Market Militia in giù.

In conclusione Poor People's Day suona come suonano oggi i dischi americani seriamente underground e presenta alcuni concepts interessanti, elementi che creano curiosità ma che allo stesso tempo lo potrebbero rendere ostico specie per l’ascoltatore occasionale o poco avvezzo a questo tipo di rap.

Poor People'S Day è dunque un po' lo stereotipo del disco che, specie in Italia, ha paradossalmente le carte in regola per essere apprezzato più dagli estimatori dell’elettronica che dai fan del rap tout court.

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