Playlist di Salmo: tra record e immortalità, passando per Lunedì

by • 22/11/2018 • Copertina, RecensioniCommenti disabilitati su Playlist di Salmo: tra record e immortalità, passando per Lunedì1005

L’ultima volta che ho scritto di Salmo risale all’uscita di Hellvisback, un disco che a livello numerico raggiunse picchi fino ad allora inesplorati per il rap italiano, in grado di mettere d’accordo sostanzialmente tutti – dal pubblico legato al mainstream a quello più hardcore e underground, oltre alla critica. In quell’occasione avevo usato il termine “overground”, per descrivere proprio questo fenomeno, che aveva portato un approccio stilistico tipico del rap di matrice più underground – poche frivolezze radiofoniche o pop, un sacco di barre, la contaminazione col rock strettamente legata al background artistico di Salmo – a sfondare dal punto di vista discografico. I record infranti da Playlist rendono però ora il rapper sardo a tutti gli effetti un caposaldo della musica italiana: poco meno di 10 milioni di streaming nelle prime 24h, laddove il macinarecord Rockstar di Sfera Ebbasta si era fermato a poco più di 5, 86 milioni di streaming totali nella prima settimana: numeri unici, da capogiro, da far impallidire anche il cosiddetto pop.

Mentre era impegnato a schiantare qualunque traguardo si ponesse dinnanzi al suo disco, Salmo è però rimasto coerente alla sua matrice stilistica; no, questo però non significa che Playlist sia un disco in stile The Island Chainsaw Massacre o Death USB. I giorni di quell’esordio a tinte scure – che amalgamava dubstep, drum’n’bass e elementi classici – sono ormai lontani, la musica è cambiata, Salmo è cresciuto e si è evoluto. La matrice di cui parlo è la capacità camaleontica del fondatore della Machete di far propria ogni corrente stilistica con cui si misuri, imprimendo la propria identità musicale ad uno stile solo apparentemente agli antipodi rispetto al suo. Non ha paura di sperimentare, non l’ha mai avuta in realtà, ma forte di una posizione discografica dominante, ora si permette il lusso di fare anche qualcosa che ha portato non pochi fan di lunga data a storcere il naso. Sì, parlo proprio della collaborazione con Sfera Ebbasta: Cabriolet è un brano senza pretese liriche o tecniche esagerate, non si prende troppo sul serio, non è caratterizzato da punchline o riferimenti destinati ad ergersi come punti di riferimento da qui alla fine dei tempi. Si tratta però del pezzo che sancisce l’inutilità, agli occhi dei due artisti, delle tantissime polemiche che li avevano visti protagonisti, rendendoli quasi nemici giurati agli occhi del pubblico. I due sostanzialmente si “riappacificano” su un brano dalla naturalezza disarmante, senza cercare di realizzare la canzone in grado di salvare il mondo – anzi, facendosi quasi beffe del concetto, ma in maniera talmente paradossale da sottoscriverne la veridicità di fondo. Basta ascoltare il ritornello per rendersene conto e riconoscere la genialità dell’operazione.

Il focus principale di Playlist e di Salmo non è però quello di scrivere un disco particolarmente pesante, introspettivo, riflessivo, dai toni profondi e in grado di smuovere le coscienze. Questo risultato è parzialmente ottenuto in virtù della vena fortemente provocatoria di Salmo, che negli anni si è affinata e ha raggiunto il suo culmine proprio in questo disco. Frecciate sarcastiche e disarmanti colpiscono la società nella quale viviamo a più riprese durante l’ascolto, senza però cercare di imporsi come mantra in grado di cambiare il pensiero comune. Il risultato finale è quello di non sentirsi in presenza di un artista che vuole elevarsi a istruttore di vita, che non vuole assumersi l’onere di cambiare la coscienza dei suo ascoltatori; no, Salmo si limita a far presente che determinati comportamenti ipocriti e moralmente ambigui a lui fanno schifo. Non ha però intenzione di dare lezioni, di impartire consigli – piuttosto si limita a rendere il più imbarazzante possibile l’analisi di questi fenomeni, in modo da, forse, suscitare una reazione di pancia in più di un ascoltatore. Qualcuno potrebbe chiamarla terapia d’urto, qualcuno abile strategia e pianificazione; in entrambi i casi le reazioni a caldo lo stanno premiando, quindi diventa anche inutile scervellarsi per cercare di arrivare ad un’origine che, in realtà, non dovrebbe interessare nessuno.

Il vero punto di forza di Playlist sta proprio in quest’alchimia tra serio e faceto, tra ironia scanzonata e cinica analisi sociale, che si distende su un letto di produzioni variegato e accattivante, a cui è impossibile resistere. Stai Zitto con Fabri Fibra fa muovere la testa a ritmo di un sound totalmente “classi hip hop shit”; 90MIN è un banger che in qualunque discoteca potrebbe scatenare un putiferio da un momento all’altro, con un groove a tratti irresistibile; Ho paura di uscire fa la stessa cosa, in maniera ben più autoironica; Il cielo nella stanza è un lento perfetto da ballare in compagnia della persona che si ama, stringendola sempre più a sè, di verso in verso; Tiè è un interludio che farà pogare gli amanti di rock e metal, o semplicemente gli amanti del caos organizzato. Potrei continuare questa descrizione track by track, ma il punto è un altro: Salmo non ha cercato di entrare nella testa delle persone a suon di rime complesse, riferimenti raffinati, voli pindarici affascinanti ma a tratti troppo ostici per essere compresi. No, ha deciso di semplificare la sua lirica e renderla accessibile in maniera piuttosto immediata – Fabri Fibra docet da questo punto di vista – e senza richiedere sforzi cognitivi eccezionali. Questa soluzione fa sì che i brani di Playlist non lascino sconvolto l’ascoltatore dal punto di vista lirico, non lo rapiscano nel senso “testuale” del termine; finiscono però per entrare sotto pelle, sempre più a fondo, di ascolto in ascolto.

Tra dieci o vent’anni, gli adolescenti di questa generazione finiranno per ritrovarsi, magari di tanto in tanto, per organizzare serate a tema nostalgico, per ricordare gli anni passati e l’ebbrezza di una gioventù ormai andata. Finiranno magari a ballare in un locale dimenticato da dio, sperduto nel nulla, nel quale suoneranno solo canzoni uscite in questi anni. Ecco, esattamente in quel momento, alla terza nota di qualunque brano di Playlist che il dj sceglierà di passare, tutti (o quasi) si ritroveranno a cantare all’unisono, ricordando le parole del testo a memoria, senza neanche rendersi conto del perché. Sarà quello il vero successo di questo disco, la vittoria contro il tempo: non la capacità di sconvolgere liricamente le persone, ma quella di entrare in simbiosi con loro.

Tutto questo discorso non vale però per Lunedì, il brano che chiude il disco. Salmo si spoglia di qualunque maschera, smette di indossare i panni dell’hitmaker, si scolla l’etichetta del provocatore, per 3 minuti e 25 dimentica di essere diventato uno degli astri più luminosi della discografia italiana. In Lunedì Salmo è solo con i suoi timori, con le sue ansie, con le preoccupazioni esistenziali che attanagliano chiunque, dai leader mondiali agli operai non specializzati. Dolore e paura, malinconia e nostalgia, introspezione e terrore del vuoto lo attanagliano contemporaneamente. Il rapper però non cerca di farsi forza, non vuole dimostrarsi invincibile; anzi, sembra quasi accettare rassegnato un finale – prospetta da Salmo stesso, in una sorta di profezia autoavverante – non tanto come inglorioso, quanto più come incredibilmente triste. Incredibilmente verosimile.

Mentre ascoltiamo Lunedì siamo tutti un po’ Salmo, che la nostra vita faccia schifo o che sia incredibilmente felice, che ci sentiamo dei falliti o le persone più realizzate del pianeta. La paura della fine ci rende tutti uguali, una paura che arriva proprio alla fine; alla fine di tutto, alla fine del disco. Per fortuna però, basta schiacciare play di nuovo e 90MIN riparte roboante. Lo spettacolo può continuare, almeno nelle cuffie.

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