Penna Capitale

by • 01/05/2006 • RecensioniComments (0)2280

Passati tre anni da Mi Fist arriva, preceduto da diversi progetti, il nuovo disco dei Club Dogo, gruppo milanese composto da Guèpequeno, La Furia e DonJoe. “Penna Capitale” è un disco dal quale tutti si aspettavano molto, dopo le ottime prestazioni su dischi altrui e mixtape vari, i Dogo erano chiamati alla classica prova del 9 per dimostrare, qualora ve ne fosse ancora il bisogno, le loro reali capacità; e dall’iniziale “Niente per Niente” pezzo/intro-manifesto, si inizia ad intuire il livello generale del prodotto, con rime ad effetto e basi altamente qualificate.

La moltitudine di argomenti regala al disco parecchi momenti felici con pezzi impegnati come “Falsi Leader” e con pezzi scanzonati e disimpegnati come “Briatori” il tutto senza perdere credibilità all’orecchio dell’ascoltatore. La prima parte del disco è quella più potente ed incisiva e ruota attorno a pezzi cardine come la già citata “Falsi Leader” manifesto contro il potere che opprime la società, un abile incastro di rime su un beat dal sapore reggaeggiante confezionato ad hoc da Shocca. Altri episodi felici come “La Notte che Rovesciammo l’Ordine” e “D.O.G.O.” (con il featuring di un Marracash ispiratissimo e “avanti”) aiutano ad alzare il livello generale del prodotto.

La seconda parte del disco, apparentemente meno coesa della prima, offre comunque parecchi spunti, con pezzi dalla vena poetica ed introspettiva che ricordano alla lontana pezzi come “La Stanza dei Fantasmi”; su tutte “Cattivi e Buoni” e la splendida “No More Sorrow” offrono un finale in crescendo dopo pezzi anonimi come “Non sto in cerca di una sposa” (l’episodio meno riuscito) e “Due Modi”, nonostante il bel ritornello di Ricardo.

Sia Guèpequeno che La Furia risultano ispirati e precisi in ogni pezzo ma, se proprio si deve proprio muovere una critica, si può dire che in alcuni passaggi la ricerca della rima risulti troppo forzata non colpendo l’ascoltatore in maniera diretta come la maggior parte dei pezzi di Mi Fist.

Dal lato delle produzioni gran merito va a DonJoe che ha creato dei tappeti sonori all’avanguardia pur mantenendo un gusto classico, uscendo totalmente dagli ormai triti e ritriti schemi delle produzione nostrane. Grande lavoro di synth e campioni che spaziano dal classico funk anni ’70 alla fusion all’elettronica tipica dei primi anni ’80; un bell’esempio è fornito da “D.O.G.O.” esperimento mai tentato prima in Italia, una base a 78 bpm e synth acidi a profusione, il tutto tendente a creare un atmosfera dai toni cupi perfettamente riuscita. Ottimi, nonostante l’egemonia del padrone di casa, i beats di Shocca, di Shablo (che conferma il suo stato di grazia) e di Deleterio (nonostante il suo pezzo sia quello che brilla di meno).

Per concludere, i Dogo hanno cercato di fare un lavoro che uscisse dagli schemi tradizionali del rap italiano, cercando di proiettare il disco oltre i confini nazionali allineandosi al suono europeo e sembra proprio ci siano riusciti. Qualche nota negativa c’è, ma nel complesso il disco è un lavoro tecnicamente e qualitativamente superiore alla media e colpisce nel segno.

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