Parliamo di Kendrick Lamar

by • 24/04/2017 • Copertina, RecensioniCommenti disabilitati su Parliamo di Kendrick Lamar233

Da tempo ormai, scorrendo i social media vediamo solo notizie magnifiche, eccezionali, incredibili. Con il mare di informazioni in cui siamo costantemente immersi, tutti cercano un modo di distinguersi per stimolare il cosiddetto thumb stop effect: far smettere l’utente di scrollare la newsfeed per cliccare sul proprio link. Ultimamente Kendrick Lamar è rientrato in pieno in questa dinamica, avendo colonizzato innumerevoli bacheche social con il suo ultimo lavoro DAMN.

Passata l’esaltazione iniziale, possiamo ora approfondire con la dovuta calma il motivo di tutto questo successo. Partiamo col dire che DAMN. è effettivamente un ottimo disco, con cui Kendrick Lamar conferma di essere il migliore sulla piazza. Proviamo a vedere perché.

Spostare l’asticella

Volendo utilizzare un’espressione antipatica, si potrebbe dire che DAMN., invece di alzare l’asticella, la sposta. Con il suo ultimo disco, Kendrick crea un nuovo standard e ci ricorda che l’eccellenza è un moving target  – l’ultimo che è riuscito a farlo con una simile potenza è Kanye West, almeno fino a Yeezus, manifesto della decadenza del suo regno.

Se To Pimp A Butterfly aveva un difetto, infatti, era quello di risentire del complesso del sophomore album. In tutto quel ritorno alle radici della musica nera americana, si poteva sentire il fiato sul collo delle aspettative del pubblico e dei media. Dr. Dre lo spiega chiaro e tondo in Wesley’s Theory: “But remember, / anybody can get it / The hard part is keepin’ it, motherfucker”. TPAB voleva essere un’opera monumentale e finiva per essere leggermente – diciamo così – fighetto. Non c’è dubbio che Kendrick abbia passato quel test a pieni voti, ma ora è giusto, nonché perfettamente coerente, che torni ad essere se stesso.

Essere se stessi

Di primo acchito, DAMN. ha un effetto spiazzante. Si arriva all’ascolto con in mente le sonorità jazz di TPAB e Untitled Unmastered e ci si trova a muovere il collo con il beat minimale di HUMBLE. Con lo scorrere delle tracce, però, le cose si fanno più chiare. Si iniziano a riconoscere le metriche serrate, le incursioni dei cantati e quella sorta di gibberish che hanno contraddistinto Kendrick Lamar fin dai primi lavori. Le produzioni – tra sonorità east coast anni 90, trap, citazioni soul e r&b – alla fine compongono un quadro sempre più accessibile: questo è il Kendrick Lamar di Good Kid M.A.A.D City. Superata la prova del secondo disco, ritroviamo il Kendrick crudo, consapevole e sfaccettato degli inizi, e nel suo viso emaciato non possiamo che leggere il peso del successo.

Mostrare un mondo

Sebbene si presti anche a un ascolto superficiale – provate a mettere DNA. in macchina col finestrino abbassato approfittando dei primi caldi – DAMN. è tutt’altro che un disco leggero. Con la sua scrittura vorticosa e ricorsiva, Kendrick riesce sempre ad accompagnare l’ascoltatore nel suo mondo. Mentre si racconta sensibile, incazzato, indulgente, eccitato, innamorato, fedele, stanco, non smette mai di mostrarci quello che vede intorno a sé. La sua eccezionalità risiede proprio in questo: nel riuscire a essere protagonista e narratore allo stesso tempo. Parafrasando Camus, potremmo dire che Kendrick Lamar è uno la cui mente si osserva. Per dirla con la madre di Kendrick, invece: “Since a lil boy you been a over thinker though”.

Blackness

Nei dischi di Kendrick Lamar la cultura afro-americana è una presenza costante. In TPAB era veicolata attraverso radici musicali e simbolizzata attraverso la figura di 2Pac, qui invece il riferimento principale è quello biblico. I richiami agli israeliti (“I’m an Israelite. Don’t call me black no more”), le citazioni del Deuteronomio e i messaggi di cousin Carl in FEAR. mettono in luce le radici di un’intera cultura, dall’Africa ai movimenti guidati da Marcus Garvey e Mortimer Planno in Jamaica, fino ai ghetti e ai movimenti politici americani. Con le immagini della Compton di metà anni ’80 negli occhi (DUCKWORTH.), siamo così catapultati nel milieu di una comunità, quella dei neri americani, che si trova quotidianamente a fare i conti con una ferita aperta. Ferita che continua a vivere e rinnovarsi nelle contraddizioni dell’America contemporanea, con coazioni che investono anche il mondo mediatico e quello dello star system (vedi BLOOD. e New Slaves di Kanye West).

“I’m more than another statistic, my nigga”

Per concludere, DAMN. non sarà magnifico, eccezionale o incredibile, ma è davvero un bel lavoro. Se ce ne fosse stato bisogno, Kendrick Lamar ha confermato ancora una volta di essere il migliore in circolazione. Speriamo di vederlo comparire nelle nostre newsfeed ancora a lungo, dopotutto se lo merita.

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