Paolito: l’intervista

by • 30/11/2020 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Paolito: l’intervista809

Dopo che per anni il lavoro dei Duplici ha segnato la vita di tanti ragazzi appassionati all’hip hop, per molti di diretta fonte d’ispirazione, il buon Paolito è ancora pronto a regalare sempre nuove situazioni per questa cultura e il suo movimento in Italia. L’ultima sua creazione risponde al nome di Kill The Beat, serie in cui i migliori rapper della scena underground torinese hanno dimostrato le loro capacità ai microfoni dei Substrato Studio. Divisa finora in 7 puntate su YouTube è lo stesso Paolito ad aver realizzato il tutto, questa volta dietro le macchine e sotto lo pseudonimo di LitoTheKid. Ho avuto il piacere di fargli qualche domanda per capire di più su questo progetto, su come vive oggi la Black City, la scena attuale e sul grande interrogativo Duplici; partiamo!

Luca Gissi: Partiamo proprio dall’ultima sfida in cui ti sei cimentato. Da dove nasce l’idea del Kill The Beat?

Paolito: Ciao ragazzi! Diciamo che negli ultimi anni ho passato molto più tempo sulle macchine, a studiare il suono e a produrre beat, che non con la penna in mano o al microfono. Oltre ad alcune collaborazioni e alcuni EP strumentali, sentivo l’esigenza di collaborare con altri artisti in un progetto mio, in cui potermi mettere in gioco “dall’altra parte del microfono”.  L’idea di questo progetto era nata con l’apertura del Substrato Studio, ma per vari impegni di lavoro non sono riuscito a metterla in pratica prima di inizio 2020, quando ho fatto una selezione di beat e ho iniziato a contattare vari artisti che volevo coinvolgere.

L. G.: Perché hai pensato che questa serie potesse essere un nuovo tassello nel tuo percorso e cosa hai cercato di trasmettere?

P: A livello personale si tratta di una piccola rivoluzione, in quanto dopo l’esperienza Duplici e quella come duo di dj a Londra (Dropfellas), mi sono concentrato a fare musica da solo, trattando la mia arte in modo molto possessivo; questo è stato innanzitutto un modo per mettermi alla prova e imparare a condividere la mia musica con altri artisti, aprendo loro la porta del mio studio. C’era sicuramente la voglio di far conoscere il Substrato come struttura e anche di riallacciare i rapporti con un po’ di persone che si danno fare in città, visto che sono stato via un po’ di anni.

Collaborare inoltre è molto più vantaggioso e appagante che non competere, ma questo l’ho imparato negli anni: vorrei trasmettere questo, oltre che la forza del DIY, ci possono essere format simili e più altisonanti è vero, ma questo è fatto nel mio studio, con gli artisti della mia città, che rappano sui miei beat e questo lo rende unico di per sé. Ho fatto il meglio che potevo con i mezzi a mia disposizione per valorizzare ogni episodio e ringrazio gli artisti per la fiducia e le barre di fuoco.

L. G.: Farla partire nell’anno del Covid ha avuto qualche particolare ripercussione?

P: Diciamo che avrei voluto dare maggiore regolarità alle uscite, ma tra un lockdown e l’altro ci siamo dovuti adattare, la stagione avrebbe dovuto concludersi entro la fine di quest’anno, ma al momento siamo in attesa di una riapertura per poter incidere gli ultimi episodi.

L. G.: In questo contesto abbiamo capito essere fondamentale Torino e ciò che trasmette. Quanto è stata capace la città di rinnovarsi e cosa pensi potrebbe dare in più al mercato rispetto ad altre città italiane?

P: Uno degli artisti coinvolti mi accennava quanto secondo lui ed altri colleghi il Kill The Beat fosse importante in questo periodo storico per la scena rap torinese. A dire il vero il format di per sé non ha la presunzione di rappresentare tutta la scena della città, che è piena di sfaccettature e di talenti, ma solo di coinvolgere gli artisti che potevano essere in linea con il format, per come lo intendo io e secondo i miei gusti personali. Torino è una città laboratorio, ricca di fermento ed innovazione, che però non sempre è stata in grado di rinnovarsi come avrebbe potuto. La verità è che ci sono sempre state meno possibilità rispetto a città come Roma e Milano e di conseguenza molta più competizione e frammentazione tra i singoli. Questo ha creato sicuramente tanta originalità, ma non sempre ha permesso a questa originalità di propagarsi a dovere.

L. G.: Per quanto riguarda le nuove generazioni di Torino e non, come ti sei approcciato e come vivi di solito i vari cambi generazionali?

P: La musica, il rap, i beat sono da sempre la mia passione e sono abbastanza attento a quello che succede, quindi quando trovo qualcosa che attira la mia attenzione cerco di approfondirlo e di capirlo. Le nuove generazioni di Torino con cui sono entrato in contatto e con cui vedo una certa affinità cerco di supportarle a mio modo, cerco di capire cosa io possa imparare da loro e se io posso essere loro utile in qualche modo.

L. G.: Tornando al tuo percorso invece, a livello tuo personale da dove nasce la divisione tra Litothekid e Paolito?

P: Ho iniziato ad utilizzare lo pseudonimo Litothekid soprattutto per i miei esperimenti di produzione come gli EP Hybrid Theories e l’ho poi mantenuto per i DJ Set e per tutto quello che faccio quando non faccio il rap. Per spiegarlo in modo abbastanza chiaro in un post scrissi: “Paolito fa il rap, Litothekid fa il cazzo che gli pare”.

L. G.: Qualche nome che invece recentemente trovi stimolante per creare nuova musica…

P: Mono/Poly, Ivy Lab, 20Syl, Nina Simone, Black Milk, Lucio Battisti, Evidence, J Cole, Kendrick Lamar.

L. G.: Domanda d’obbligo per quanto riguarda l’eredità dei Duplici. Cosa continua a rimanere di quel viaggio nella tua evoluzione e nel tuo modo di lavorare?

P: Di quel viaggio continua a rimanere la consapevolezza di aver creato qualcosa che è rimasto negli anni e che ha lasciato un segno positivo nella vita di molte persone. Fin dagli esordi la volontà è stata quella di trovare la propria voce ed essere reali con sé stessi e con gli ascoltatori, creando un suono che potesse far muovere la testa, ma che allo stesso tempo andasse a scavare nel profondo e risultasse originale. L’approccio e l’intento ad oggi resta il medesimo.

L. G.: Com’è stato invece ritrovarvi in studio nell’ultima puntata del Kill The Beat?

P: Con Alby ci sentiamo quotidianamente, quando ho un’idea o un dubbio riguardo a qualsiasi cosa mi confronto con lui e viceversa. Abbiamo iniziato a parlare di un suo coinvolgimento nel Kill The Beat quasi per scherzo, poi è passato in studio a sentire i beat e dopo qualche giorno è tornato con la strofa scritta. Siamo entrambi molto critici con noi stessi e quando siamo in studio assieme si avverte una certa tensione nell’aria (sorride, ndr), era così allora e lo è stato anche questa volta e penso sia una cosa positiva visto il risultato finale.

L. G.: Sempre rimanendo sul tema, i fan dovrebbero aspettarsi di assistere o collezionare altre sorprese?

P: Giusto in questi giorni stiamo valutando alcune proposte per ristampare in vinile il nostro Schiena contro Schiena, visto che nel 2021 compirà 15 anni: sarà una versione limitata, un must have per i collezionisti e per i fan dei Duplici. Per il resto abbiamo ricevuto una batch di beat da DJ Sid che è il producer che ha definito un po’ il nostro suono. Potremmo fare un nuovo disco, è vero, ma dopo tutto questo tempo sarebbe veramente necessario?

L. G.: In generale invece se vuoi darci qualche anticipazione sul tuo futuro, a cosa stai lavorando ultimamente?

P: Il 2020 è stato un anno molto intenso e nonostante la pandemia in corso ho lavorato molto, sia al format che con il mio lavoro come sound engineer. Con la fine dell’anno vorrei fare il punto della situazione, ascoltarmi le nuove bozze che ho prodotto negli ultimi mesi e dedicare del tempo a stare in studio a creare nuova musica. Prometto che vi terrò aggiornati, intanto vi invito a seguire il canale YouTube Substrato Studio per restare aggiornati sui prossimi episodi di Kill The Beat. Grazie dello spazio!

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