“NOI, LORO, GLI ALTRI” e la ricerca della felicità perduta (e forse irrecuperabile)

by • 08/12/2021 • CopertinaCommenti disabilitati su “NOI, LORO, GLI ALTRI” e la ricerca della felicità perduta (e forse irrecuperabile)945

Mentre questo articolo viene scritto, è il 23 novembre 2021, e “Persona” di Marracash si trova alla posizione numero 21 della classifica FIMI degli album più venduti della settimana appena trascorsa. È alla settimana numero 107 di permanenza nella top 100 degli album più venduti. CENTOSETTE. E la settimana di riferimento è quella in cui è uscito “NOI, LORO, GLI ALTRI”, il nuovo disco di Marracash. La prima deduzione possibile, osservando un contesto del genere, è lampante: la competizione, per Fabio Rizzo, non è rappresentata dai suoi colleghi. No, l’ostacolo vero da superare è sé stesso. “Persona” potrebbe essere – sarà il tempo a dirlo, è ancora parzialmente presto – il disco manifesto dell’intera carriera di Marracash, arrivato a cinque anni dal suo progetto precedente. A poco più di due anni di distanza, come ci si approccia ad una sfida del genere? È davvero possibile superarsi di nuovo?

Anche questa è una risposta che solo il tempo potrà darci. “NOI, LORO, GLI ALTRI” è un disco che richiede tempo. È un disco da sviscerare con minuzia certosina; è un disco da assimilare, in modi e tempi diversi; è un disco che colpisce in maniera molto differente, a seconda di chi sia l’ascoltatore. È un concept album che però già dal titolo, forse, lascia intendere che il concept non sia solo uno. La sfida vera è ricostruire i legami tra questi concetti, disassemblando un progetto intricato, sfaccettato, ostico. Ma non “ostico” nel senso di aulico, di ermetico, di inaccessibile; “ostico” nella sua sensibilità, nella portata delle riflessioni e delle introspezioni, nel modo in cui si sviluppa. Fino a “CLIFFHANGER”, che poi ribalta le carte in tavola. Meglio procedere con ordine, però.

“NOI, LORO, GLI ALTRI” è il disco che sancisce definitivamente il ruolo di Marracash nel mercato musicale italiano. Non nella scena rap, quella l’ha conquistata, senza possibilità di smentita, con il successo incredibile di “Persona”. Successo tale da inserirlo di diritto nelle voci che contano del mercato musicale italiano tout court, a prescindere dal genere musicale. Questo nuovo disco, quindi, aveva davanti l’ardua impresa di confermare questa posizione, processo tutt’altro che scontato. Il pubblico generalista italiano, infatti, ha un rapporto piuttosto ondivago con i rapper. Neanche cinque Forum di Assago sold-out possono garantirti la riconferma a priori. E la soluzione di Marracash è stata quella di lavorare nella “dimensione canzone”, non solo in quella “pezzo rap”. C’è una differenza sottile, ma sostanziale. Com’è successo a Kendrick Lamar da “good kid, m.A.A.d city” ai due progetti successivi. Una formula canzone costruita intorno al rap, certo, ma in grado di parlare a chiunque, anche in virtù delle liriche. È così che prendono vita pezzi come “IO”, “DUBBI” o “NOI”, che sembra proprio l’evoluzione – nel senso appena descritto – de “Il Nostro Tempo”, contenuta in “Status”. “DUBBI”, per certi versi, potrebbe essere considerata la chiave di lettura del brano. O forse no, perché questa volta le prospettive di Marracash sono davvero molteplici. Ma proviamo, per l’appunto, a partire da “DUBBI”. Iniziando dal principio della tracklist.

Il nuovo disco di Marracash si apre con un pezzo d’impatto a livello di sound, come successo in “Persona”. La differenza sostanziale è che “LORO” è un pezzo di denuncia, non un esercizio di stile. Il rapper di Barona si espone, riproponendo tematiche tipiche della sua poetica, ma guardandosi molto più intorno. Non un pezzo di denuncia per antonomasia, ma l’indirizzo è quello, la chiusura del brano rende lampante quest’aspetto. “PAGLIACCIO” è invece un pezzo di sfida, si rivolge alla scena, non fa nomi, ma ribadisce proprio lo status guadagnato in “Persona”. Sfidare lui equivale a sfidare il migliore, non si sente scalfito da alcun tipo di competitor. Ecco perché sa già che la sfida più difficile è proprio contro sé stesso, contro le aspettative generate dal suo talento. Il resto non lo preoccupa.

Quest’attitudine, questa tracotanza da maschio alfa della scena, però, si ferma qui. Il brano con Guè, che spicca soprattutto per la scelta del sample e il sound catchy, è in realtà un inno all’amicizia generazionale, quasi nostalgico. L’ego viene messo da parte, l’autocelebrazione per certi versi persino sminuita (sebbene la scrittura del ritornello sia un po’ ricca di clichè). Subito dopo arriva “IO”, e l’introspezione e la riflessione si fanno sempre più forti. “Scusa se sono profondo solo quando sono triste”. L’album sembra quasi “arrendersi” all’idea che introspezione e tristezza siano un binomio indissolubile. Che più si scava, peggio si sta. Che più si riflette, più si portano a galla i propri mostri, più si diventa consapevoli della società che ci circonda – e nella quale viviamo -, peggio si finisca per stare. Anche l’amore finisce, come racconta “CRAZY LOVE”. E ben vengano un finale e una conclusione matura, come dimostrato da lui ed Elodie, come raccontato in fase promozionale, come dimostrato dal video di questo brano e dalla cover del disco. È sempre un finale però, e il fatto che sia adulto e maturo non lo rende meno pesante.

“COSPLAYER” spezza il ritmo della narrazione, riportando atmosfere simili a quelle di “PAGLIACCIO”. Questa volta però Marracash sa di giocare nel campionato popolare, non in quello rap (a cui è dedicata “PAGLIACCIO”). Ecco quindi che arriva un attacco frontale a tutto ciò che il rapper non digerisce della società. Un vero e proprio bagno di sangue nei confronti dell’ipocrisia che alberga all’interno della società; e, di riflesso, che alberga all’interno di molti di noi. Perché se dopo un primo ascolto è facile pensare che i bersagli di un brano simile siano “gli altri”, di ascolto in ascolto ci si rende conto che non è proprio così, che non c’è solo bianco e nero. Siamo tutti un po’ noi, un po’ loro, un po’ gli altri. La vera ipocrisia sarebbe non riconoscerlo. Ecco perché, nel monologo finale, Marracash parla in un plurale inclusivo, si inserisce all’interno della narrazione.

E poi arriva “DUBBI”. Forse l’apice delle riflessioni introspettive che avevano animato “Persona”. Se “Tutto questo niente” era l’effettiva conclusione di quel disco, “DUBBI” potrebbe esserne il risultato. È un brano dalla sincerità disarmante, spiazzante, quasi difficile da ascoltare. La produzione lascia spazio a Marracash, sembra oscillare tra luminosità e malinconia, e in questo modo accompagna perfettamente le riflessioni del rapper. Un elenco di dubbi e timori a ritmo quasi lo-fi. “Non temo la morte, ma non vivere”. C’è la paura che tutti questi traguardi si rivelino cosa, alla fine? C’è davvero la felicità alla fine di un percorso del genere? Tutti questi sacrifici hanno premiato Marracash? I soldi, il successo, la fama, sono davvero la soluzione a qualunque problema? “Forse la saluta mentale è roba da ricchi”: già, ma quando ricchi? Perché ormai Fabio Rizzo povero non lo è di certo, eppure sembra lontano – se non tanto dalla salute mentale – dalla serenità vera, come racconta in “DUBBI”. Sembra esserci conto che la felicità sia una chimera, ma che la serenità potrebbe essere la vera vittoria. Solo che, ad oggi, non riesce a raggiungerla, e non sa dove cercarla. Nella famiglia? Nelle relazioni? Nei figli, nel futuro? Non c’è una risposta universale, ognuno vive rincorrendo la propria, senza garanzia di trovarla. Marracash sembra averlo capito, sembra volerlo dire proprio in “DUBBI”. “Forse fare musica è l’unica soluzione”. Forse la sua risposta potrebbe essere proprio questa.

Leggendola così, si capisce meglio “CLIFFHANGER”. Il brano che chiude il disco, infatti, è un banger rap. Purissimo, durissimo, bellissimo. Tecnica, incastri, punchline, giochi di parole. Un beat solenne, incalzante, coinvolgente. Autocelebrazione ed ego protagonisti come mai nel resto del disco, se non in “PAGLIACCIO”. E sembra stranissimo trovarsi un pezzo del genere in chiusura. Lontanissimo dal resto del viaggio, da tutto ciò che “NOI, LORO, GLI ALTRI” ci ha raccontato. L’esatto opposto di “Persona”, che apriva il suo racconto con la potenza di “BODY PARTS – I denti”, e lo chiudeva (idealmente, il pezzo con Cosmo sembra una bonus track messa lì) con “TUTTO QUESTO NIENTE – Gli occhi”. Perché, verrebbe da chiedersi?

La risposta probabilmente sta in quell’”Mi sono ripreso. Ok, sono pronto” che chiude l’ultimo secondo del disco. Il titolo del brano implica che qualcosa sta per arrivare, di rimanere all’erta. Che “NOI, LORO, GLI ALTRI” ha chiuso un capitolo impegnativo – forse troppo? -, un cerchio di riflessioni e introspezioni iniziate con “Persona”; anzi, probabilmente molto prima. Marracash non ha trovato tutte le risposte, ma forse ha capito in che modo continuare a cercarle, senza farsi troppo male, senza farsi soffocare dai “DUBBI”. “Forse fare musica è l’unica soluzione”.

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