Nitro: l’intervista

by • 24/04/2018 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Nitro: l’intervista365

Ascoltando un disco come No Comment, si fa davvero fatica a credere che quella voce poderosa, intenta ad interpretare liriche dalla profondità notevole, appartenga ad un ragazzo neanche venticinquenne. La maturazione di Nitro, soprattutto dal punto di vista personale, è la vera protagonista dell’ultima fatica del rapper di casa Machete, uscita per Sony Music Italia. La rabbia che aveva contraddistinto i suoi precedente lavori è mutata, si è evoluta, lasciando spazio ad una rinnovata presa di coscienza; presa di coscienza che, ad un primo ascolto, non può non lasciare un amaro retrogusto di nichilismo. Le cose non stanno però (proprio) così, come ha voluto spiegare il giovanissimo rapper: insieme abbiamo scavato fino al nucleo centrale di No Comment, trovando (forse) la chiave di lettura completa ad uno dei lavori meno immediati, e per questo incredibilmente affascinante, del 2018. (Continua dopo la foto)

Riccardo: Un disco d’oro in tempi piuttosto rapidi, un tour in corso con un sacco di date lungo tutto lo stivale: possiamo iniziare dicendo che No Comment è la risposta a chi diceva che ormai nel mercato italiano non ci fosse più spazio per dischi “impegnati”?

Nitro: Beh, diciamo con molta meno presunzione che No Comment ha colmato un vuoto che c’era e che forse da un po’ si sentiva, ecco. Il tutto con un buon compromesso: non è che ho fatto il disco rap asciugone, ho trovato una buona via di mezzo – secondo me – tra contenuto e intrattenimento. Educazione e intrattenimento sono i fondamenti dell’hip hop, perché ricordiamoci che come si è sempre parlato della strada e del disagio, si è sempre parlato anche di stronzate. Party & bullshit insomma… E non è che sto citando un pinco pallino qualsiasi. Ho voluto provare a comprimere il tutto in un disco e ad essere un po’ più sbrigativo, rapido e diretto di quanto non sia stato su Suicidol. Anche perché li vedi i tempi che corrono, le canzoni si accorciano sempre di più a livello di durata. Quando ho iniziato a rappare io erano tre strofe a pezzo – tre strofe! – da 16 o 24 barre, belle pesanti, pezzi anche da più di 5 minuti; poi si è passati a due strofe, il pezzo classico era passato ad un massimo di 3 minuti e mezzo, oggi invece si arriva a due minuti e mezzo. La soglia di attenzione dell’utente si sta abbassando sempre di più, quindi devi dire poche cose e dirle bene. Fare un disco impegnato e allo stesso tempo seguire questa filosofia non è per niente facile; questo è un merito che mi sento di dare a No Comment.

R.: Infamity Show, un brano che hai scelto di lanciare come singolo dall’album, offre un quadro pittoresco e a tratti grottesco della scena rap italiana, sebbene il confine tra allegoria e realtà dei fatti sia molto sottile…

N.: Mah guarda, direi un quadro proprio del mondo in generale secondo me, non solo della scena rap italiana. Parla della società in sé, poi parlando dal punto di vista di un rapper, questo analizza prima il suo ambiente e poi ciò che c’è all’esterno.

R.: Parlando allora anche e soprattutto di società, dedichi non poco spazio anche al discorso social network; recentemente ho intervistato anche Axos, che ha una visione fortemente negativa dell’uso che molti ne fanno. Tu invece cosa pensi a riguardo?

N.: Beh sì, tutto quel “seguimi, guardami, cercami” è quello che noi sottintendiamo quando stiamo postando qualcosa; non è che stiamo dicendo altro, non vogliamo dire la frase filosofica che inseriamo nella didascalia del post. Quello che intendiamo è proprio “Ciao, ci sono anche io, guardami per favore”. Non li vedo però in maniera negativa quanto Axos: vai a contare tutte le robe belle che ci ha regalato internet negli ultimi anni – ma anche la stronzata che ha fatto ridere per tutto il giorno te e i tuoi amici, ad esempio. Ecco, parlando di comicità, quest’ultima ha fatto passi da gigante, ha raggiunto un livello mai visto prima con internet. Il discorso forse è che internet dovrebbe essere proprio questo, una cosa presa non troppo sul serio, per ridere. Molto spesso invece cominciamo a scambiare la vita virtuale con quella reale. Penso che ciò sia dato dal fatto che la cosa si sta espandendo: più una cosa si espande però, più ha bisogno di regole. Perché fare un governo di cinque persone in una casa è più facile che fare un governo di sessanta milioni di persone, e questo a livello statale; figurati parlando di internet, che praticamente contiene tutto il mondo. Ha sempre più bisogno di regole, eppure internet è nato come l’anagramma di libertà.

R: Non è facile, insomma. 

N: Certo, è difficile mettere delle regole in qualcosa che è il manifesto della libertà di pensiero e parola, qualunque essa sia. (Nel frattempo dal palco parte un break di I don’t give a fuck, ndr) Esatto, non me ne frega un cazzo! Spero si senta nella registrazione, è arrivata nel momento perfetto (ride)! In sostanza non ho una posizione così negativa, però penso che faccia male a tante persone, questo sì; ma come la televisione ha fatto male a tanti e fatto parecchio bene ad altri. C’è gente che guardando la tv italiana degli anni ’90 – primi 2000 – quando c’erano programmi trash di livello bassissimo – ha trovato l’ispirazione per fare dischi pazzeschi e chi è rimasto con la mentalità di chi guarda quei programmi. È sempre un’arma a doppio taglio, è difficile da un parere negativo o positivo in toto, solitamente si danno entrambi. Comunque anche noi, anche io sono su palco grazie ad internet; certo, sono stato a Spit, ma è grazie ad internet che ho potuto diffondere la mia musica e connettermi alle persone con le quali volevo fare musica. È uno strumento, dipende tutto dall’uso che se ne fa. (Continua dopo il video)

 

R.: In Last Man Standing parli dei due anni di silenzio che hanno separato Suicidol Post Mortem da No Comment, criticando anche aspramente il livello medio della musica uscita in quel periodo. Come mai però hai deciso di non rilasciare neanche un singolo in quei due anni? Non ti è mai venuta voglia di uscire e dire “Si fa così, basta con sta robaccia”?

N.: Un anno da Post Mortem in realtà, due effettivi da Suicidol. Ci tengo a precisarlo perché la gente spesso e volentieri prende Post Mortem come un vero e proprio disco a sé stante; cioè, sono cinque canzoni, state calmi (sorride, ndr). Mi sembra poi oggettivo quello che ho detto della musica di quel periodo, non una roba da rosicone. In un periodo storico in cui la musica si può fare con 200 euro è normale che aumenti la massa di persone che produce musica, ed è altresì normale che si abbassi la qualità media della musica prodotta. Non ho sentito il bisogno di uscire con nulla perché sono dell’idea che la mia musica deve uscire quando lo voglio. È come quando sono con le persone, se sto zitto significa che non ho nulla da dire, al momento. No Comment è poi stata una ricerca sonora, più che lirica; cioè, anche liricamente c’è un lavoro dietro enorme, per rendere semplici determinati concetti. Il disco infatti è comunque piuttosto immediato, molto meno criptico e pesante dei miei dischi precedenti, secondo me. Però è stata anche una lunga ricerca a livello musicale perché volevo proporre qualcosa di nuovo, che però rappresentasse sempre me; un Nitro 3.0.

R: In che senso?

N: È facile seguire un’onda, non è facile reinventarsi quando ci sei già e quando la gente ti ha categorizzato dentro un determinato tipo di rap. Se fossi un ragazzino nuovo, che non ha niente da perdere, potrei fare qualsiasi cosa; dal pezzo “colorato” alla Dani Faiv al pezzo alla Axos, alla Tedua, alla Rkomi… Qualunque cosa. Io sono Nitro, ho un’identità già ben formata, nonostante abbia la stessa età dei ragazzi che stanno uscendo, e già questo per me è paradossale; essere considerato un veterano anche se anagraficamente sono un loro coetaneo. Quest’anno ho sentito anche discorsi del tipo “Boh, non ascolto molto Nitro perché non ascolto il rap old school”… Ma old school tua madre! (ride) In sostanza la mia non è una posizione facile; non sto dicendo che sto qui a salvare il mondo, però mi trovo in una posizione particolare. Guarda, per rispondere alla tua domanda: probabilmente sarei dovuto uscire con qualcosa, visto come vanno i tempi. C’è anche da dire però che le tempistiche nella discografia stanno cambiando in maniera esponenziale; prima la roba cambiava ogni cinque anni, poi ogni due, ora ogni sei mesi. Devi quindi capire come vuoi muoverti e che scelte vuoi fare. Io sono una persona abbastanza precisa e meticolosa, prima di muovermi ci penso diverse volte. Oltre a tutto questo, dovevo trovare un concetto: il mio problema fondamentale quando inizio i dischi è proprio il concetto alla base. Do quasi sempre prima il titolo ad un disco, poi sviluppo il resto, e penso si senta da come faccio i dischi e da come scrivo.

R.: Parlando con molti dei miei colleghi, decisamente più navigati di me – anche e soprattutto anagraficamente – li ho trovati quasi tutti d’accordo nel definire Ho fatto bene il loro pezzo preferito del disco. Ascoltandolo non riesco a non pensare che si tratta del pezzo più adulto di No Comment, qualcosa che probabilmente non mi sarei mai aspettato da un ragazzo che è praticamente un mio coetaneo. A livello di maturità segna una bella svolta nella discografia di Nitro: come ti sei sentito dopo averlo scritto e registrato? Lo vedi come una sorta di punto di non ritorno, a livello di scrittura?

N.: Punto di non ritorno no, perché l’uomo ha questa fantastica capacità di progredire tanto velocemente quanto regredisce, quindi potrei migliorare come peggiorare, chi lo sa, è proprio questo il bello (sorride, ndr). Indubbiamente però hai ragione nel definirlo il pezzo più adulto del disco.

R.: Buio Omega, Infamity Show, Chairaggione: è lampante che ciò che pensi della scena al momento – tra artisti, gossip e pubblico – non sia esattamente positivo. Non ti fai neanche problemi a sbatterlo in faccia a chi ti ascolta, in una sorta di terapia d’urto fatta con musica di qualità. Da qui a 5 anni, secondo te, ci sono possibilità per l’intero movimento di uscire da quei circoli viziosi dei quali è vittima?

N.: Diciamo che le mie osservazioni sono abbastanza mischiate con l’ironia. Ci sono delle cose che fanno part del rap game, della sua natura. Se stiamo giocando a basket in un campetto e io ti faccio sedere, ti “spezzo le caviglie” come si dice in gergo, è un’umiliazione fortissima, però fa parte del gioco. Non è che io volessi male a te personalmente e quindi ti ho fatto fare quella figura di merda, era per mettere in risalto quanto sono più forte io. Come quando LeBron ha schiacciato guardando in faccia Micheal Jordan, perché Jordan non voleva neanche pronunciare il nome di James; faceva un po’ “the cold shoulder”, come si dice in inglese, il superiore, l’indifferente. Il gesto di LeBron era a voler dire “Ti ho schiacciato in faccia, mi hai guardato, sai che ci sono”. Allo stesso modo non bisogna prendere i miei versi come una presa di posizione nei confronti della scena nuova o della vecchia. A me non me ne frega un cazzo, sono cresciuto ascoltando i Cypress Hill ma ascoltavo anche raggaeton, il punk, il blues… Anche a livello di rap, ascoltavo Lil John come ascoltavo i Jedi Mind Tricks, non mi dovete rompere i coglioni! Voglio solo ascoltare musica, fare musica e fare tutto quello che voglio mentre faccio musica. Tra queste cose c’è anche lo sfottò – anche gli stand up comedian tra loro si sfottono, il tutto alimenta un gioco di competitività sana. Preferisco scriverlo in una canzone che venire a tirarti un pugno in faccia.

R.: Per quanto riguarda invece elementi più malsani come l’ossessione per il gossip – che coinvolge purtroppo non solo il pubblico ma anche la stampa e spesso gli artisti stesso –  pensi invece che ci sarà modo di superarli?

N.: Questa è una roba che trascende il rap game, è proprio insita nell’umanità, ma non solo nell’umanità, è nella natura proprio; cioè, hanno scoperto che anche i delfini parlano male tra di loro, si chiamano per nome e si sputtanano alle spalle (ride). Non mi stupisce che lo facciamo anche noi, non finirà mai questo gioco, vedremo che piega prenderà. Il discorso è che la gente è sempre stata una merda, semplicemente si vede sempre di più, perché le nostre porzioni di vita privata – veramente privata – sono sempre più ridotte. Abbiamo quindi più tempo per far vedere quanto merde siamo, più tempo e più modi (ride).

 

R.: Come ti dissi il giorno della conferenza stampa di No Comment, ritengo Violence l’anello di congiunzione tra il Nitro pre–No Comment e quello che ci troviamo davanti ora. Le due strofe ci restituiscono due istantanee della tua persona, lasciando trasparire un percorso di crescita e maturazione – soprattutto personale – lungo anni. Se dovessi scegliere una barra del disco per descrivere sinteticamente la persona che sei diventato, quale sceglieresti?

N.: Une delle mie preferite in No Comment è proprio su Violence, nella seconda strofa, “O mi demolisco o mi demonizzo / Pensa te quanto temo i vizio / Poi mi terrorizzo, specie adesso che ho un gusto diverso rispetto all’inizio”. Secondo me questo pezzo è proprio l’emblema del disco, ed è anche uno dei più sottovalutati; penso però che verrà ampiamente rivalutato dal vivo. Tutti i miei dischi in realtà sono meglio dal vivo che registrati, ma perché mi piace più stare sul palco che in studio, penso sia un riflesso naturale della mia attitudine.

R.: DM è un pezzo che inizialmente ho fatto molta fatica ad inquadrare nell’economia del disco. No Comment si presenta infatti parecchio scuro, non solo a livello di liriche ma anche e soprattutto di produzioni. Questo pezzo invece è l’esatta antitesi degli altri: non hai pensato che potesse stonare all’interno della tracklist?

N.: No, il pezzo matto che non c’entra un cazzo col disco è il mio grande piacere, mi è sempre piaciuto farlo (sorride, ndr). In Suicidol Sassi e diamanti poteva essere considerato tale, infatti quando è uscito la gente era tutta tipo “Cosa sta facendo Nitro?” – capito che pellaccia dura ho ormai per ‘sto tipo di cose (ride)? Ogni disco che faccio perdo una parte del pubblico precedente e ne guadagno un’altra, ormai è così. Come ti dicevo, per me è tutto impostato sul live, e io sto solo cercando di crearmi un repertorio. Ho appena iniziato con il rap, voglio fare anche altro; ma non sto dicendo altro nel rap, ma altro “altro”. Voglio arrivare ad un punto della mia vita in cui posso suonare in un centro sociale, in un rave party, in una dance hall, in un festival di musica elettronica, con una band che fa punk rock… Voglio avere più generi possibili all’interno del mio repertorio, perché mi fa stare bene internamente, è una misura molto egoistica. Non c’entra niente il pubblico, non è un ragionamento del tipo “Faccio un po’ di tutto così piaccio un po’ a tutti”, non me ne frega un cazzo. È solo perché a me piace un sacco di musica e voglio trasportare le mie influenze e far vedere tutte le sfaccettature di quello che sono io, qualcuno che ha sempre ascoltato un sacco di musica differente.

R.: San Junipero 1 e 2, ossia le due facce inscindibili dell’amore – tanto che in più di un’intervista hai rivelato che in origine si trattava di una traccia unica. Forse il sentimento più raccontato nella storia della musica, il più agognato dall’uomo, una delle più grandi fonti d’ispirazione nell’arte. Vorrei però chiederti se sei dell’idea che si riesca a raccontare meglio il dolore che si cela nell’amore – gli errori, le pene, la fine di una storia – oppure gli elementi positivi del sentimento.

N.: Il fatto che rappresentino le due facce dell’amore è proprio il motivo per cui le ho divise, perché era giusto che fosse due cose distinte. La sofferenza poi è sicuramente l’aspetto più raccontato. È difficilissimo dire ad una persona “Io sono felice” senza suscitare invidia o rabbia nei tuoi confronti. È più facile piangersi addosso e cercare commiserazione (sorride, ndr).

R.: Poi anche per chi ascolta è decisamente più facile empatizzare col dolore, no?

N.: Sì, certo, assolutamente. È bello però scrivere il vero, le cose vere, che sono per l’appunto sia belle che brutte. Come lo erano Pleasantville, Sassi e diamanti, Margot, Storia di un presunto artista… Cose belle e cose brutte: sono dipendente da te da sempre, però mi fai del male. Una specie di contrasto interno, come le famose farfalle nello stomaco che vivi quando sei innamorato; una situazione contrastante, in un certo senso ti senti spaccato a metà.

R.: Il disco si chiude con Horror Vacui, forse uno dei pezzi più profondi e introspettivi che tu abbia mai realizzato. Affronti un turbinio di argomenti, parli di te stesso ma anche della società; ambizione, tormento, voglia di fuggire, ansia, aspettative, amore, desiderio di rivalsa. Un grosso puzzle nel quale tutte le tessere riescono ad incastrarsi alla perfezione. Te la senti di dire che Horror Vacui è un po’ il manifesto di Nicola, più che di Nitro?

N.: Liricamente è il miglior testo che ho fatto, e assolutamente sì, lo è. È stata scritta in un momento particolarmente brutto, in un momento in cui mi guardavo allo specchio e non capivo più chi era la persona che avevo davanti. È stato un modo per uscire da questa crisi d’identità, che poi è una tematica abbastanza ricorrente nella mia musica (sorride, ndr) – però posso dire che da quel punto di vista, fino a quest’anno stavo solo giocando. Ho proprio la sensazione che sia stato un periodo della vita che mi ha cambiato fortemente, non so. Tu adesso hai 23 anni, giusto? Dai 23 ai 25 cambi in una maniera molto grossa, o per lo meno questo è quello che è successo a me. È come guardarsi in uno specchio infranto e, dopo aver risistemato i frammenti, ci si rende conto di essere di fronte ad un riflesso diverso. Anche per Horror Vacui è stato così: la terza strofa l’ho aggiunta in chiusura del disco, inizialmente doveva avere solo due strofe. Ho inviato il provino a Denny (Denny The Cool, produttore del brano, ndr), l’abbiamo ascoltata insieme a Kidd (Low Kidd, ndr) e Denny ha aggiunto la parte finale del beat. Era uno spezzone con dei suoni orchestrali, mi dava un senso di ascesa: mi sembra giusto che dopo aver toccato il fonde, ci fosse un’ascesa. È questo forse il vero punto di volta della mia musica, sono sempre stato uno che evidenziava i problemi ma non cercava di dare soluzioni. Con Horror Vacui ho evidenziato tanti problemi e la capacità, la forza che mi hanno dato e che mi ha portato ad ascendere, che è quello che succede nella terza strofa. La metafora del guardare dall’alto le cose, del rendersi conto di quanto siamo piccoli, quella roba lì.

R.: C’è una grossa presa di coscienza insomma.

N.: Assolutamente, grandissima.

R.: Anche in conferenza stampa avevi affermato qualcosa di simile, definendoci come granelli di sabbia in un universo gigantesco. Inizialmente pensavo fosse nichilismo, ma a posteriori mi rendo conto che forse è una semplice presa di coscienza.

N.: È realismo, so che è assurdo ma forse è quasi una filosofia un po’ alla Rick & Morty – “What matters?”, cosa importa veramente alla fine di tutto? Prova a pensarci, nell’infinitesimalità dello spazio e del tempo e nella variabilità dello spazio e del tempo stessi – non per tutti e non ovunque il tempo trascorre alla stessa velocità, la vita di una formica è molto più veloce della tua anche se a lei sembra durare una vita, come dice la teoria della relatività di Einstein; con queste condizioni, considerata anche l’ineluttabilità della morta, cosa conta davvero alla fine di tutto? Niente, e Horror Vacui è proprio questo (sorride, ndr). La paura del vuoto che però poi diventa un vuoto che ti riempie, la vera e propria conclusione di tutto il circolo ossimorico di No Comment. Un vuoto che riesce a riempirti è un ossimoro, così come “La fine è scritta dall’inizio” – sono tutte cose contrastanti che poi vanno a convergere. E convergono in No Comment, un disco concettuale senza copertina.

R.: Eh, ed è un concetto che però forse capisci solo nel momento in cui cogli questa filosofia…

N.: Assolutamente, ed è il motivo per cui tu sei qui a chiedermelo, probabilmente (sorride, ndr).

Tutte le foto a cura di Mattia Guolo.

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