Nesli: l’intervista

by • 12/03/2011 • IntervisteComments (1)1289

Premessa lunga, ma doverosa. Milano, 16 gennaio 2011: Nesli chiude la prima porzione del tour L'amore è qui con un concerto all'Alcatraz. Il panorama è impressionante: il locale, uno dei più capienti della città, è pienissimo, e centinaia di persone si accalcano sotto il palco. L'amore è davvero palpabile nell'aria: ragazzi e ragazze, giovani e meno giovani, mamme e figlie, pieni di entusiasmo, carichi di risate e striscioni da esporre, che conoscono tutte le canzoni a memoria e le cantano in coro a squarciagola, sovrastando la voce di quel ragazzo sul palco che fino a qualche mese fa era semisconosciuto al grande pubblico. Uno spettacolo quasi inconcepibile per un concerto hip hop, e soprattutto inaspettato per molti degli hip hopper italiani, che non hanno neppure fatto in tempo ad accorgersi di questo rapidissimo cambiamento della situazione. Nel giro di pochi mesi Nesli è diventato un fenomeno di costume pazzesco, la cui musica è in testa alle classifiche di preferenza dei ragazzi: 130.000 fan su Facebook, 4.000.000 di risultati su Google, scene di isteria collettiva (non esageriamo, provate ad andare a un suo concerto e verificherete di persona), e tutto questo senza una major alle spalle e senza promozione da parte di radio e tv. Com'è successo, perché è diverso dagli altri rapper arrivati in classifica e perché la sua è una parabola da tenere d'occhio e in mente? Ne parliamo direttamente con lui, con cui discutiamo anche del suo rapporto con la scena hip hop, con i suoi parenti più noti e con la musica in generale. Quando lo incontriamo, nella sede milanese della sua etichetta "a conduzione familiare", la sua felicità è palpabile: sembra aver finalmente trovato la sua dimensione, e la sensazione è che il vero Nesli stia cominciando ad emergere davvero solo adesso. 

Blumi: Partiamo da quel famoso concerto a Milano. Per chi ti ha sempre seguito nella scena hip hop, potrebbe sembrare che il tuo successo sia sbocciato dall'oggi al domani. Ci spieghi com'è andata e come sei arrivato a passare da fenomeno di nicchia a riempire l'Alcatraz?

Nesli: In realtà il mio non è un percorso compiuto dall'oggi al domani: ho 11 anni di esperienza alle spalle e mi è servita tantissimo. A riempire l'Alcatraz ci siamo arrivati con tanta fede nella in quello che stavamo facendo, e anche con scelte un po' folli, ma sempre in linea con l'amore e il rispetto per la musica. Io credo molto nel fatto che ciascuno di noi debba influenzare in maniera positiva l'ambiente: non mi piace chi dice “la musica mi ha salvato” e non mi piace neanche chi dice “la mia musica è il riflesso della merda che ho intorno”. Non era così scontato riempire un locale del genere, così come non era affatto scontato riempire il PalaAtlantico di Roma: abbiamo voluto rischiare e metterci in gioco, l'hip hop che ho sempre ascoltato mi ha insegnato a farlo. Io e il mio team abbiamo semplicemente stabilito un rapporto molto stretto e positivo con i ragazzi che mi seguono: un rapporto fatto di lettere, di videoblog, di poesie… All'inizio mi dividevo gli ascoltatori con Fabri Fibra, i Dogo e Marracash, mentre ora è un pubblico misto, che viene da tanti ambienti e ha tante età diverse, anche se la maggior parte di loro hanno tra i 15 e i 25 anni. Tra loro ci sono anche tantissime ragazze, cosa che mi rende felicissimo. Parlare alle future mamme, che hanno un ruolo così fondamentale nella nostra società, mi fa davvero piacere: il bene genera bene.

B.: Ormai "Il bene genera bene" è diventato il tuo motto: cosa significa esattamente per te?

N.: Per me è una specie di missione, ormai. È una sensazione che ho sperimentato sulla mia pelle, una specie di boomerang che mi è tornato indietro: se dai tanto, ricevi di più e stimoli anche gli altri a dare altrettanto. Vedere questi ragazzi che mi riempiono di amore, che si tatuano le frasi delle mie canzoni, è un'esperienza sconvolgente. A me capita raramente che la gente mi scriva dicendo “Bella, spacchi!”: ricevo molto più spesso lettere personali, vere e proprie storie di vita, e mi sento onorato. È un rapporto strettissimo, quello che mi lega a chi mi ascolta. So che molti considerano male il mio pubblico: leggo spesso i commenti su Youtube e la maggior parte delle frasi contiene l'espressione “bimbominkia”, una cosa fastidiosissima e veramente triste. Per non parlare di quando ho lavorato con Marco Mengoni e le battute sulla sessualità si sprecavano. Una chiusura mentale totale, ancora più triste se si pensa che molti di questi commenti provengono dai fan dell'hip hop: ecco perché spesso mi discosto da questo tipo di ambiente.

B: Appunto: la maggior parte dei tuoi fan sono davvero giovanissimi. Molti, al tuo posto, lo considererebbero quasi un pubblico di serie B e aspirerebbero ad altro; tu, invece…

N: Per me non è assolutamente un pubblico di serie B. Un po' per la questione del voler spargere un messaggio, di cui già parlavamo prima: le parole possono cambiare il mondo, e l'unico modo per cambiarlo è partire dai più giovani. Credo di aver azzeccato la chiave giusta, perché il fatto che così tante persone si interessino a me nonostante io non abbia passaggi in radio e in tv, qualcosa vorrà pur dire. E poi non stiamo parlando di ragazzine che mi seguono per moda, che imparano a memoria un singolo e poi si dimenticano di me all'album successivo. Quello sì che sarebbe un pubblico di serie B, ma non è il mio caso. Rivolgermi a questi ragazzi è stata una scelta precisa. Prima, quando ero parte integrante della scena hip hop, soffrivo molto: mi sentivo chiuso in una galera mentale da cui non c'era modo di uscire, perché mi avevano messo davvero troppi paletti intorno. Ora, invece, non m'interessa arrivare a chi proprio non mi vuole capire. Comunque, oggi come oggi mi considero più hip hop di molti altri, perché essere hip hop significa tentare nuove strade e rischiare le proprie certezze, ed è esattamente quello che ho fatto.

B: Però, oltre a considerarti hip hop, ti consideri ancora parte della scena hip hop?

N: Io mi rispecchio nella scena hip hop tanto quanto la scena hip hop si rispecchia in me; è una domanda che potresti rigirare agli altri… (ride) In generale mi rispecchio nel genere musicale: per il resto, ciascuno deve rispondere di ciò che fa nel nome dell'hip hop solo a se stesso e alla propria coscienza. Io sono qui da tanto, e ho sempre fatto la mia parte con un enorme rispetto e amore per il rap. Avere o non avere addosso l'etichetta hip hop, mi cambia poco a questo punto. Quando militavo attivamente nella scena, spesso mi si rimproverava di essere la brutta copia di mio fratello Fabri: era molto più pesante quello, rispetto al resto. Ora almeno ho un'identità forte, che può piacere o no. Diciamo che a un certo punto, ed è stata una decisione difficile e importante per me, ho scelto di discostarmi da un fenomeno da circo che non mi rappresentava più, e che non rappresentava neanche il genere musicale che da ragazzino avevo iniziato ad amare e a fare.

B: A proposito di pubblico generalista, tu sei un caso raro nel panorama musicale italiano: il tuo successo, ora che non sei sotto major, è più grande di quando invece c'era una major a seguirti. Come te lo
spieghi
?

N: Il mio è stato un percorso lungo e tortuoso: da Vibra alla Universal fino all'autoproduzione, all'etichetta indipendente e al co-fondare io stesso un'etichetta. In generale il rapporto con una major è come un rapporto di coppia: funziona solo se sei la priorità dell'altro. All'epoca per loro non ero una priorità, perché non garantivo di portare immediatamente gli stessi numeri che avevano portato Mondo Marcio, Fibra e compagnia. Oltretutto, all'inizio nessuno capiva il perché io volessi abbandonare la strada di Riot e tentare quella de L'amore è qui. Non ti nego che quando mi hanno scaricato è stato un colpo durissimo, perché all'inizio vedi la multinazionale discografica come una salvezza, che senz'altro ti garantirà di pagare i conti ancora per molto. Poi, invece, scopri che il giro in giostra può durare veramente poco e quindi è necessario inventarsi qualcosa di diverso. Con il senno di poi, ringrazio la Universal per non avermi rinnovato il contratto e avermi lasciato andare per la mia strada: mi ha permesso di cambiare e di evolvermi in quello che sono diventato oggi. Ho fatto un percorso un po' all'americana: mi sono creato una realtà alternativa a quello che già c'era in giro, gestita in maniera più libera e informale insieme ad amici e colleghi. Ogni giorno è una una sfida nuova: sulla carta nessuno avrebbe scommesso su di me, e invece…

B: Tra l'altro, a un certo punto tra gli addetti ai lavori girava voce che tu fossi totalmente disgustato dall'ambiente discografico e dei personaggi che vi gravitavano attorno. E' una leggenda metropolitana?

N: Non era tanto un disgusto nei confronti dell'ambiente: alla fine ne faccio parte anch'io, visto che anch'io faccio questo mestiere. Quello che mi aveva destabilizzato era l'approccio al lavoro di musicista, fatto di scelte calcolate, di decisioni a tavolino, di imbeccate che arrivavano dall'alto… Non sto giudicando chi lo fa, ma a me non riesce. Prendi ad esempio le interviste: le riunioni per studiare e concordare le risposte con me si sono sempre rivelate inutili, perché come vedi io chiacchiero moltissimo e finisco sempre per dire quello che penso e pisciare fuori dal vaso! (ride) In generale i discografici vogliono certezze, resa a breve termine, risultati garantiti, e il modo migliore per ottenere tutto questo è fare investimenti sicuri e pianificarli attentamente. Io per questo tipo di sistema non andavo bene.

B: Entrando nell'ambito del disco, i tuoi album sono sempre stati molto musicali: fin dai tempi di Ego hai inserito moltissimi inserti strumentali e ne L'amore è qui questa scelta è ancora più marcata del solito…

N: Sicuramente la direzione che voglio prendere è questa. È un percorso che ho iniziato molti anni fa, che sento molto mio e che ho intenzione di portare avanti. Ormai io non rappo più, ma neppure canto; io la chiamo “la terza via”, che sto perfezionando e che mi sembra la cosa più adatta a me. Anche se non sarò mai un cantante che becca le note piene, anche se l'unico strumento che so strimpellare da autodidatta è il pianoforte, adoro lavorare con dei musicisti e come un musicista. Tanto che sul palco ho voluto con me anche una piccola band (in particolare Matteo Cantaluppi e Marco Greganti, che hanno curato anche gli arrangiamenti del disco, ndr): è un mood talmente diverso che ora, quando devo cantare con una base, ho serie difficoltà.

B: Anche i testi rispecchiano completamente questa scelta quasi “cantautorale”: ai tempi di Fitte da latte eri uno dei rapper più tecnici in circolazione, oggi invece spesso scegli volutamente di non chiudere le rime…

N: Esatto. Una volta scrivevo a ruota libera e poi riadattavo i testi in chiave rap, mentre invece adesso non mi freno più: scrivo delle poesie e poi sono loro stesse a diventare canzoni. Non credo che tornerò mai indietro al vecchio modo di scrivere, perché mi trovo molto più a mio agio con questo. Magari si rivelerà una decisione sbagliata, magari prima o poi la gente si stancherà, ma io ho tutta l'intenzione di rischiare e andare fino in fondo, a costo di infrangermi in mille pezzi come una meteora. Quando mi prendo di qualcosa, sembro un invasato: fai conto che da quando ho iniziato a lavorare a quest'album riascolto continuamente le mie canzoni, sull'autoradio, a casa, nell'iPod…

B: Quindi tu sei uno che si riascolta spesso? È la prima volta che sento qualcuno ammetterlo apertamente…

N: Oh, sì, tantissimo! (ride) Più e più volte al giorno. E canto a squarciagola, anche! La gente che mi vede passare in macchina mi prende per pazzo. Comunque forse è peggio quando ballo: non sono granché capace, ma mi piace muovermi, così lo faccio comunque. Sembro un po' strano, lo so, ma ho deciso di non autocensurarmi più, non me ne frega più niente! (ride) Faccio quello che mi va, quello che mi sento: dalle piccole cose al fare un video con Luca Tommasini, fino all'inchinarmi davanti a Mengoni dopo aver cantato con lui. Voglio far capire a tutti chi sono veramente e quanto poco m'interessa mantenere un certo tipo di immagine. Ho tagliato i ponti con tante persone proprio per questo, in primis con quello che era il mio collaboratore principale, ovvero mio fratello.

B: Parlando ancora di testi, tu hai fatto da songwriter per l'album di Romina Falconi (cantante RnB da tenere assolutamente d'occhio, prodotta da Fish: il suo disco non è ancora uscito, ndr). Ti piacerebbe ripetere un'esperienza del genere?

N: Sì, è stata un'esperienza molto stimolante. Oltretutto, immedesimarmi nei panni di una donna è stato divertente: in generale io non ho vergogna di quello che certi personaggi considererebbero una cosa “da gay” – per me la musica non ha sesso – perciò riesco a tirare fuori le emozioni meglio di altri, credo. Recentemente mi è capitato anche di scrivere il testo di Cambio tutto per Emanuel Lo (marito di Giorgia e padre del suo bambino, anche lui cantante RnB, ndr). Se ci sarà ancora occasione, farò di nuovo il songwriter volentieri: succede abbastanza spesso, ormai, che la gente mi chieda di scrivere qualcosa per loro, quindi evidentemente i miei testi interessano.

B: In questi anni hai sperimentato molto, tanto che i tuoi detrattori ti accusano di un eccessivo trasformismo musicale e di immagine. Di solito, con che criterio cambi sonorità e stile?

N: Ascoltando tanta musica e comprando vagonate di cd, ovviamente è più facile essere influenzato da ciò che senti. E infatti, per evitare che questo succeda, quando mi metto a lavorare a un album di solito smetto per un po' di ascoltare altro, per non attingere involontariamente a quello che c'è nel mio stereo al momento. Come se non bastasse, io non ho la tv e evito di leggere i giornali, perciò si potrebbe dire che vivo in isolamento. Quando cambio stile, insomma, non lo faccio per seguire un trend; non consapevolmente, almeno, perché prendo tutte le precauzioni possibili perché questo non accada. Forse un tempo, quando compravo dischi di un solo genere musicale, ero più tarato su quello. Oggi, invece, m
i interesso a moltissimi generi diversi, e ovviamente fa la differenza anche questo. Insomma, da una parte c'è il desiderio di fare roba nuova e fresca, dall'altra c'è il desiderio di fare roba solo mia. Bisogna bilanciare bene i due impulsi.

B: Tu sei sempre stato un solista, ma in passato hai lavorato in numerosi progetti di gruppo (Teste Mobili, Piante Grasse…). Ti manca mai questa dimensione collettiva del lavoro?

N: Per niente! (ride) In realtà si stava insieme a fatica, cercare di mettere d'accordo tutti era un lavoro a tempo pieno. E a un certo punto, stando così le cose, cominci a chiederti che senso ha cercare di stare insieme a tutti i costi. Nei collettivi in cui ho lavorato tutti cercavano di imporsi come leader e di far valere le proprie opinioni soffocando quelle degli altri. A volte sembra quasi che la gente sia più contenta quando stai male e sei in difficoltà, e non mi andava di andare avanti in quelle condizioni. Ora le mie priorità sono altre: il gruppo di persone con cui lavoro non ha neanche voglia di autodefinirsi collettivo, ma di fatto lo è, perché tra i musicisti e gli amici con cui collaboro c'è un grande spirito di solidarietà e la voglia di portare avanti un progetto comune. Ci siamo avvicinati in un periodo denso di cambiamenti, in cui eravamo tutti lontani da casa e senza grandi punti di riferimento, perciò ci consideriamo davvero una famiglia. La nostra è un'unione che mi ha dato moltissima forza, una sensazione che non avevo mai sperimentato prima.

B: Piccola digressione: nelle interviste tu e il tuo team avete scelto di non parlare di Fabri Fibra, cosa che noi rispettiamo. Volevo però chiederti il perché di questa decisione, visto che è stato proprio durante un'intervista (a Panorama, ndr) che hai svelato che avevate interrotto i rapporti…

N: Purtroppo i giornalisti, soprattutto quelli generalisti, tendono a semplificare molto le cose. Di me come artista hanno cominciato a parlare soprattutto dopo l'Alcatraz, ed è un po' triste, perché un giornalista dovrebbe scoprire in anticipo le nuove tendenze e non seguirle. Invece si basano sulle informazioni più immediate, quelle che balzano subito all'occhio, e nel mio caso ciò che balza all'occhio è senz'altro la mia parentela con Fabri. I giornali più grossi parlano di me soprattutto in quanto fratello di Fibra: per questo mi è capitato di specificare in un'intervista che io e lui ormai siamo due entità separate, e per questo abbiamo deciso di non parlare più di lui durante gli incontri con la stampa. Come al solito, poi, le dichiarazioni rischiano di essere strumentalizzate: ad esempio è ovvio che se da un'intera intervista estrapoli giusto la parte in cui spiego il rapporto con mio fratello e poi intitoli l'articolo “Fratelli coltelli”, non è che mi rendi un buon servizio. Mettere la musica in secondo piano non mi sembra utile per nessuno. Non che la musica interessi sempre: molta gente, anche quella che per lavoro si occupa di musica, arriva all'intervista completamente impreparata, ad esempio convintissima che L'amore è qui sia il mio primo album. Insomma, la scelta di non parlare di Fabri Fibra è proprio per evitare che i giornalisti possano equivocare; personalmente non ho problemi a parlare di lui, ora come ora. Un tempo sicuramente avevo più difficoltà a farlo, ma adesso non più. Non c'è molto da aggiungere a quello che è stato già detto sull'argomento, comunque.

B: Progetti futuri?

N: Il tour riparte da fine marzo: ringrazio chi viene a vedermi e i locali che mi chiamano, sto vivendo una vera e propria favola! (ride) Sto iniziando anche a scrivere e a produrre qualche beat per il disco nuovo, mentre Nesliving 3 è quasi pronto. Anche il videoblog sarà presto aggiornato… Ci sono parecchie cose che bollono in pentola, insomma.

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