My Own Worst Enemy

by • 26/12/2004 • RecensioniComments (0)456

Negli ultimi due-tre anni l'hip hop più o meno ha vissuto un periodo definibile come, per chi ha voglia di inventarsi termini altisonanti ed inutili da Mtv, "Cocoon Generation". Per intenderci, Cocoon era quel film dove dei maroni enormi piovevano dal cielo e facevano rinvigorire dei vecchietti al punto tale che uno di loro ad un punto esclamava tutto contento: "Ho il cazzo così duro che se lo sbatto contro una roccia fa scintille". Cazzi e scintille a parte, torniamo alla flamboyant Cocoon Generation e ricapitoliamo: Masta Ace ha ulteriormente migliorato lo standard affermato su Disposable Arts col bellissimo A Long Hot Summer; Big Daddy Kane sforna singoli sempre più potenti con produzioni di Premier ed Alchemist; i De La Soul han finalmente dato alle stampe un album ben più apprezzabile che i due AOI; Kool G Rap… vabbè, a Kool G Rap diamogli ancora un po' di tempo per un album decente.

Sia come sia, "ora" è il turno di EdO.G (veterano di Boston, resosi noto -oddio- agli inizi dei '90 per due album registrati con la sua cricca, Da Bulldogz, e poi mantenutosi attivo nell'underground grazie a collaborazioni con Laster, i Kreators ecc. e certamente fonte d'ispirazione per più di un MC, cfr. Akrobatik). "Ora" tra virgolette, perchè in realtà prima di quest'album Edward Anderson aveva già pubblicato due album (The Truth Hurts, 2001, discreto, e Wishful Thinking, 2003, bello ma forse un po' corto) che, tanto per dirla tutta, non hanno venduto un granchè malgrado lo meritassero ben più di altre produzioni dello stesso sottosuolo.

Venendo allo stesso My Own Worst Enemy, la prima cosa che salta all'occhio è quel bel "featuring Pete Rock", che di certo non guasta, sia perchè già lascia sperare in una qualità superiore e poi bloccherà 9th Wonder dal fare qualche remix. Pietro Roccia appare infatti su ben 7 tracce; le restanti tre sono affidate a Diamond D, DJ Supreme One e DJ Revolution. I featuring sono dello stesso Pete Rock, Krumb Snatcha, Diamond D, Masta Ace e Jaysaun (Kreators). Featuring a parte, dico subito che anche in questo disco EdO.G non offre nulla di nuovo rispetto al suo più recente repertorio: un assortimento di pezzi vagamente conscious mischiati ad altri più tipicamente sboroni, il tutto con una tecnica tutto sommato classica -ovviamente- ed un flow sul legnoso andante (non fraintendiamo: non siamo alla filastrocca da Parrish Smith, Edoardo non crede di essere nel '91 e quindi si lascia comunque ascoltare). Un approccio abbastanza sano che fa sì che l'album scorra senza risultare troppo pesante o troppo anonimo.

Come parte il primo pezzo, Boston, si capisce che le sonorità di Soul Survivor II sono abbandonate a favore di un approccio più tradizionalista (cosa che personalmente mi fa piacere, SSII infatti non m'aveva fatto impazzire) con batterie belle quadrate, scratch precisi ed un classico pezzone dedicato per metà alla sua città e per metà a quanto è figo lo stesso Edoardo. Stesso discorso per Just Call My Name, con delle trombe campionate in classico stile Pete Rock, ed un bel featuring di Jaysaun che spezza bene le restanti strofe del protagonista (oh, sì, il pezzo parla più o meno dell'hip hop). Quando si arria a Voices, sempre Pete Rock, sempre un bel campione di vocine NON PITCHATE (yeeeeeah!!!) ed un EdO.G un po' più squadrato del solito, ci si chiede: ma verranno mai superati i 90bpm? In effetti, questi primi tre pezzi saranno anche belli, ma non essendo troppo veloci asciugano un po'. School'em, solito Pete Rock in chiave vintage, risolve il problema: scratch iniziale, parte una bella batteria veloce (suoni un po' fiacchi, ma di questo ne parlerò più tardi), ed un Edoardo in forma che castiga diverse attitudini di buona parte degli MC in circolazione oggigiorno.

E poi… finalmente… ecco una cagata! Era ora! Streets Is Callin', con una delle produzioni più fiacche che abbia mai sentito da parte di Diamond D (minimaliste, direbbe qualcuno, ma a me un loop di xilofono nemmeno bello, un basso, ed un clap messi così me paiono 'na cagata e basta), è decisamente il pezzo trash dell'assortimento. Non che il ritornello sia una figata, anzi, ma perlomeno le strofe di Jaysaun ed Edo avrebbero meritato un trattamento migliore. Quelle di Diamond… boh… generiche, assolutamente. Gran delusione, urge un remix, perchè anche solo arrivare al terzo minuto d'ascolto è un'impresa.

Dopo un necessario pugno tirato al fast forward, si ritorna ad un ottimo standard con Pay The Price, che featura chi? Jaysaun. Anche stavolta non delude nulla: hip hop classico, belle strofe, e discreto testo nuovamente semiconscious che mette in guardia da atteggiamenti vari tipo fare la zoccola o l'ammazzasette. DJ Supreme One produce invece Wishing, pezzo che trasuda soul ed include la preziosa collaborazione di Masta Ace, che si conferma un'ottimo scrittore oltre che l'MC che sappiamo essere. Qui si parla naturalmente delle speranze di miglioramento del mondo, però grazie a dio si evitano le stronzate naiv alla Black Eyed Peas. Bello, molto bello. Taglio corto sui restanti pezzi, sottolineo solo l'ottima prestazione di Krumb Snatcha su Stop Dat, la bella strofa di Pietro Roccia su Right Now! ed il gustosissimo beat di DJ Revolution di Revolution, che chiude ottimamente il disco.

Insomma: un disco evidentemente di alto livello sotto ogni punto di vista, che dimostra quanto di buono si possa ancora fare pur restando nell'ambito dell'hip hop tradizionale. Volendo, i difetti ci sono: alle volte EdO.G risulta fin troppo squadrato nel chiudere le rime, il pezzo prodotto da Diamond è un'oggettiva porcheria (anche se a me fa quasi piacere che ci sia, spezza la "monotonia" del disco) e, forse il difetto più grave del tutto, il mastering finale. Se ci si fa caso, le batterie spesso suonano un po', non so, metalliche, cosa che non avevo mai notato in Pete Rock. Deduco che l'unica spiegazione possibile sia qualche casino avvenuto in quella fase di produzione (escludo appunto Pete Rock, così come escludo gli Unique Studios, dove è stata registrata e mixata la maggior parte dei pezzi). Vai a capire. È una gravità molto relativa, comunque, della quale ci si accorge solo se si ha voglia di cercare il pelo nell'uovo.

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