Musteeno: l’intervista

by • 08/01/2012 • IntervisteComments (6)3623

In una scena hip hop in cui gli artisti sfornano nuovi album, street album, mixtape e singoli più o meno ufficiali a mitraglietta, Musteeno è una sorta di mosca bianca. Ha iniziato a rappare negli anni ’90, ma questo Ipnosi collettiva è il suo primo vero album. Verrebbe da dire che i risultati e le differenze si sentono: ogni parola è pensata, pesata e ponderata, il sound è qualitativamente senza tempo, perfino i video e le grafiche (a cura dell’amico di sempre Bod) sono piccoli capolavori. La sua, non a caso, è la prima intervista pubblicata su questa nuova versione di Hotmc.com, anche perché vorrebbe essere un piccolo augurio per il 2012: che sempre più rapper, come lui, scoprano il significato e il fascino dell’espressione labor limae .

(Photo by Roberto Sarzi)

 

Blumi: Cercando il tuo nome su Google, colpisce il fatto che il web sia tuttora pieno di commenti, post e video relativi ai tuoi freestyle del 2theBeat, nonostante la tua partecipazione risalga al 2005. Secondo te, come mai la gente è ancora così affezionata a quell’evento?

Musteeno: Il 2theBeat aveva fatto un grandissimo successo all’epoca, anche perché aveva preceduto di poco il botto di 8 mile (il film semiautobiografico di Eminem sulle sfide di freestyle, ndr). È arrivato anche al grande pubblico, quindi sicuramente è rimasto nell’immaginario collettivo. Detto questo, però, c’è chi lo ha preso come una bellissima parentesi del rap italiano e c’è chi invece faceva un tifo becero da campionato di calcio. Io sono stato molto felice di partecipare: anzi, avrei dovuto essere incluso anche nella prima edizione, e mi chiedevo com’era possibile che fossi finito in gara insieme a tutti quei mostri sacri! (ride) Con il passare del tempo, poi, certe sfide venute fuori dal 2theBeat si sono imposte come uno standard positivo: quella tra me e Kiave, condotta con grande rispetto da entrambe le parti, per molti è tuttora considerata un esempio da seguire. Ha vinto lui e gli riconosco tutto il merito, ma credo che ciò che è emerso con vigore dalla sfida sia l’energia che ne è scaturita.

B: Tu sei un freestyler da sempre, tra l’altro, e per lunghi periodi della tua vita ti sei concentrato soprattutto su quello, piuttosto che registrare. C’è chi pensa che chi è molto bravo in freestyle, se “trasportato” su un album non abbia poi molto da dire…

M: Logicamente uno fa freestyle per divertirsi, quindi nel mentre è difficile sfornare perle di saggezza o enunciare il teorema della relatività… (ride) Questo, però, non vuol dire che sia privo di significato, soprattutto quando ad esempio lo fai in modalità top of the head (il termine “ufficiale” per definire quell’improvvisazione in cui l’mc parla di ciò che vede e sente mentre rappa, ndr) o ad argomento. Certo, sono questioni più stilistiche che di contenuto, e anche per questo credo che non sia del tutto positivo che la gente ancora parli del mio freestyle al 2theBeat. Se togli il contesto in cui uno specifico freestyle è stato creato, e lo riascolti a distanza di tempo, non ha più molto senso. Quelle rime sono per forza di cose legate al momento e alle circostanze. La mia idea di un mc completo, alla quale non smetto mai di aspirare, è quella di un cantautore capace di produrre concetti complessi declinandoli in maniera efficace e semplice da cogliere, una persona che si sappia e sappia divertire. Perciò non posso tralasciare nessun aspetto, dal freestyle alla scrittura.

B: A proposito di tempo: tu sei un nome conosciuto fin dagli anni ’90, però questo è il tuo primo album ufficiale…

M: Ho sempre cercato di non forzare le tappe e di non programmare troppo: le mie cose, pubblicate su ogni tipo di supporto e formato tranne quello dell’album vero e proprio, sono sempre uscite quando ritenevo che fosse il momento giusto. Un album richiede un grande investimento di tempo, soldi e fatica, perfino quando hai un’etichetta alle spalle, perciò volevo che ne valesse davvero la pena, che fosse un progetto valido e strutturato che mi rispecchiasse davvero. Devo dire che, anche quando pubblicavo un demo in cassetta o un pezzo su un mixtape, finivo per rimuginarci sopra a lungo; questo, ovviamente, non vuol dire che tutta la mia produzione sia fatta di capolavori ragionati, sia chiaro… (ride)

B: Quindi, perché il momento giusto era proprio questo?

M: Perché penso di aver finalmente raggiunto una mia maturità, che mi permette di trasmettere qualcosa in maniera organica. Mi sento in grado di trasmettere un’idea più completa e definita di ciò che mi circonda esprimendola grazie ai mezzi che mi dà l’hip hop, e credo che questo sia percepibile anche per chi ascolta Ipnosi collettiva.

B: L’accoglienza del disco, in effetti, è stata ottima.

M: Sono rimasto molto sorpreso, non me l’aspettavo. Basandomi su quello che sento in giro ultimamente, avevo paura che mi prendessero per il difensore dell’old school o il nostalgico delle vecchie jam, cosa che assolutamente non sono. In realtà ne hanno tutti parlato molto bene, tranne Damir Ivic… (ride)

B: Perché, cos’ha detto Damir?

M: Niente di grave, ovviamente. La mia impressione è che abbia voluto punzecchiarmi un po’ per spingermi a fare meglio, perciò prendo la sua recensione un po’ negativa come uno stimolo. C’è un rapporto molto dialettico tra di noi: anche quando era uscita la sua intervista su Hotmc, gli avevo scritto per dargli una mia opinione sul suo libro (parliamo ovviamente di Storia ragionata dell’hip hop italiano, ndr). Secondo me è un buono specchio della storia della discografia hip hop di casa nostra, più che della storia della cultura in toto: ad esempio, sono rimaste fuori dal discorso tutte quelle realtà che non sono finite su un supporto fonografico, ad esempio le jam, il writing, il b-boying e via dicendo. Tra di noi c’è un confronto molto civile, insomma, anche perché non sono una persona particolarmente rissosa.

B: Tornando al disco, per questo progetto hai scelto di eleggere una sorta di direttore artistico, ovvero Night Skinny: una consuetudine molto radicata in America, ma raramente sperimentata in Italia…

M: Metropolis stepson era un progetto eccezionale, e proprio in virtù di questo ho scelto di farmi consigliare e guidare da lui. Per Ipnosi collettiva ha curato tutta la supervisione del suono: i vari produttori gli consegnavano le tracce separate dei beat, e lui le amalgamava per dare uniformità all’insieme. Inoltre, mi ha anche dato un riscontro su tutto il resto, ad esempio quando si trattava di scegliere su quali pezzi lavorare ulteriormente, quali tenere per buoni e quali invece scartare del tutto. Lui mi conosce da parecchi anni, ho collaborato a vari suoi progetti e ho avuto modo di capire quanta passione mette nel suo lavoro; musicalmente mi conosce quasi meglio di quanto mi conosca io. In generale, credo che una figura del genere ci voglia, per i progetti più importanti. È come al cinema: se fai l’attore non puoi essere anche il regista, hai bisogno di qualcuno che pensi solo a dirigerti in modo che tu possa concentrarti sulla recitazione. Ovviamente, questo non vuol dire che ci vuole qualcuno che ti dica cosa fare: l’ultima parola deve sempre averla il diretto interessato. Anche nel nostro caso è stato così, ma diciamo che Night Skinny è stata la persona a cui mi sono più affidato durante la lavorazione del disco.

B: Riguardo ai beatmaker, hai scelto alcuni tra i massimi esponenti della scena old school italiana (penso a Deda e Kaos), eppure l’album ha comunque un sound molto contemporaneo…

M: Dopo l’esperienza di Metropolis stepson era impossibile fare un disco classico, con i breakbeat e il dj: mi è rimasta sottopelle un’impronta che mi ha portato naturalmente da un’altra parte. Io mi ispiro comunque al funk e al rap anni ’90, che sono le mie radici, ma il tocco di Night Skinny si è comunque fatto sentire. Io e lui, tra l’altro, ci siamo conosciuti proprio perché entrambi eravamo appassionati di quello che all’epoca ci sembrava il rap del futuro: Antipop Consortium, Cannibal Ox… Fatta eccezione per Herrera, comunque, la scelta dei produttori è caduta su gente con cui avevo già un minimo di rapporto personale. Gente con cui ho mangiato insieme almeno una volta, per intenderci. A Kaos e Deda, in particolare, all’inizio ho chiesto solo un riscontro: mi faceva piacere che ascoltassero la mia roba e che mi dessero un parere. Solo dopo ho chiesto se gli andava anche di darmi un beat, e così è stato. Idem con Shablo. Non riuscirei mai ad andare da un artista che non conosco e chiedergli quanto vuole per una strofa o per un beat; nulla contro chi utilizza questo sistema, ma non fa per me. Certo, se il disco facesse il botto sarei il primo a ripagare tutti gli artisti che hanno collaborato con me e mi hanno aiutato a renderlo quello che è.

B: Cambiando argomento, si ha l’impressione che nei tuoi pezzi la forma sia spesso talmente impeccabile da rischiare di oscurare il contenuto. Condividi?

M: Pur essendo un grandissimo sostenitore della tecnica nel rap, non credo che tu debba sacrificare quello che hai da dire per dirlo benissimo. Anzi, spesso ho cercato di spingere meno sul lato tecnico a favore di immagini e rime che potessero comunicare qualcosa. Quando un mc cresce e si evolve, decide di puntare su un determinato aspetto del suo rap e poi lo completa con tutti gli altri: io ho scelto di partire dal contenuto. Anche quando scrivo di getto mi autoimpongo di dare un senso a quello che dico, perché eccedere con gli incastri e le rime ad effetto rischia di diventare un automatismo pericoloso. Inno nazionale personale, ad esempio, è un brano che avevo scritto nel 2005, ma ci sono stati almeno tre o quattro rimaneggiamenti prima che prendesse la forma che ha adesso, in modo da farlo diventare il più comunicativo possibile. L’unico pezzo in cui ho voluto lasciare il messaggio un po’ celato è stato Elogio della follia, in cui parlo di cose normali, che fanno parte della quotidianità di tutti, come tirare la fine del mese con stipendi ridicoli o come le nostre serate tipo, come se fossero… robe da matti, appunto.

B: Questa tua scelta è stata capita?

M: Diverse persone mi hanno detto che sono rimaste deluse, perché si aspettavano un disco completamente avanguardistico anziché questo… Però, come dire, non mi sembra di aver scritto proprio un “pimpiripettenusa” qualunque, quindi li capisco solo fino a un certo punto! (ride)

B: Lasciando per un attimo da parte il disco, tu curi anche dei laboratori di mcing per ragazzi…

M: Il progetto si chiama Street Art Academy. Abbiamo iniziato proprio con i laboratori di mcing, e poi per completezza abbiamo aggiunto anche quelli di writing, di djing e tutte le altre discipline: credo che l’hip hop sia un’entità unica e non ha senso dividerla in microsettori. Si tratta, appunto, di laboratori: non c’è un insegnante e un allievo, ma una serie di persone che lavorano insieme sperimentando cose nuove. Io sono solo un coordinatore, e imparo tantissimo dai ragazzi che frequentano. Soprattutto a confrontarmi: non è facile parlare con un sedicenne che arriva da te convinto che il rap sia Pitbull. Purtroppo, però, come succede a tutte le realtà locali, hanno tagliato i fondi anche ai Centri di Aggregazione Giovanile, per cui non so quale sarà il destino di questa iniziativa. Stiamo cercando di autofinanziarla tramite iniziative sul territorio come eventi di slam poetry ed esibizioni per strada.

B: Faccio l’avvocato del diavolo. Primo: questo tipo di iniziativa non equivale al tanto vituperato “hip hop insegnato in palestra” dei corsi di ballo? Secondo: che si fa se per caso arriva un ragazzino drammaticamente scarso, senza alcun margine di miglioramento?

M: Riguardo alla prima obiezione: non è come essere in palestra, ad esempio per il semplice fatto che porto i ragazzi a fare le rime per strada e in giro nelle jam. Anzi, in risposta alla domanda successiva, ti dico anche che quest’anno non abbiamo potuto portare avanti determinate iniziative proprio perché il livello era ancora insufficiente. Avremmo voluto fare ad esempio delle esibizioni nelle piazze dei paesi dove facevamo i laboratori, con tanto di soundsystem. Detto questo, se arriva un ragazzino terribilmente scarso, non ho problemi: gli dico che è terribilmente scarso. Non mi interessa creare fenomeni da baraccone, ma interagire con persone disponibili a cercare di migliorarsi. Nella mia esperienza, anche il ragazzo meno capace a furia di allenarsi riesce a tirare fuori qualcosa. Io, comunque, sono sempre disponibile a confrontarmi con chiunque abbia un’opinione diversa dalla mia riguardo a questi laboratori. Preferibilmente con un microfono in mano, come è già successo.

B: A proposito di ragazzi, ultimamente succede una cosa strana: mentre alcuni concerti di rapper italiani sono frequentati prevalentemente da un pubblico giovanissimo, quelli di artisti americani di spessore sono spesso completamente disertati dagli under 20, cosa che fino a qualche anno fa non capitava. Come mai, secondo te?

M: Secondo me, succede perché sono facilmente impressionabili. È facile colpirli, basta dire cose eclatanti, apparentemente scomode. Anzi, è molto più difficile far ragionare una persona giovane o trasmetterle cultura e conoscenza, perché questa generazione spesso ha solo voglia di spaccare tutto. Io ho trovato un grande stimolo nell’ambiente della slam poetry, infatti: dover improvvisare delle rime acappella davanti a un pubblico di quarantenni ti spinge a riflettere molto di più su quello che racconti nelle tue strofe.

B: Parlando della tua formazione, tu hai vissuto per anni a Bologna per frequentare il Dams Cinema e hai bazzicato a lungo quella scena…

M: Una bomba, soprattutto per la presenza di Zona Dopa. Tutti i sabati ci ritrovavamo in questa saletta dotata di uno stereo gigante che pompava il nostro rap preferito, in cui c’era veramente chiunque. Personaggi mitici a cui non riuscivo quasi ad avvicinarmi: pensa che nel ’94 non avevo il coraggio di dare il mio primo demo a Gruff, così ho mandato un mio amico a consegnarglielo da parte mia! (ride) La prima scena di Bologna l’ho vissuta solo dai racconti di amici come Gopher, che in quel periodo erano lì. Ma credo che lo spirito sia rimasto intatto, grazie anche alla buona volontà di gente come Arena 051, Fuoco Negli Occhi e tanti altri.

B: Una domanda un po’ controversa, sempre a proposito di Bologna e di vecchia scena: come ti poni nei confronti del Place2be, il dibattito per “riordinare le priorità della scena” che ha avuto luogo l’anno scorso proprio al Link?

M: Non c’ero per motivi di lavoro, ma sarei andato molto volentieri. Secondo me, nonostante tutto quello che è stato detto, iniziative del genere andrebbero organizzate periodicamente, perché il nostro rischia di diventare un panorama in cui ciascuno si fa i cazzi suoi e, anche se si dice che c’è posto per tutti, in realtà non c’è posto per un cazzo di nessuno. L’hip hop nasce come strumento di aggregazione, e senza confronto questa aggregazione non sarebbe reale. È chiaro, però, che se la scena non sostiene questo tipo di evento, l’evento esploderà in mano agli organizzatori nella maniera peggiore possibile. Tra l’altro, guardando il filmato girato dagli organizzatori, non sono state dette soltanto puttanate, come qualcuno sosteneva.

B: Non solo, non da tutti, ma anche quelle ogni tanto abbondavano.

M: Il problema, come dice Chuck D, è che nell’hip hop non puoi filtrare il rumore di fondo. Bisogna estrapolare le cose più interessanti da un’evento di questo tipo, che è comunque rappresentativo della nostra scena. L’affermazione di Next One, che durante il Place2Be diceva che la competizione ha senso solo se è portata avanti a livello artistico e produttivo, mi sembra una verità insindacabile; una perla che evidentemente non è un concetto sempre ben presente a tutti, dato che quando la musica non ha spessore il background tende ad assumere proporzioni imbarazzanti. Per fortuna non è sempre vero il contrario.

B: E’ anche vero, però, che durante il dibattito hanno parlato solo persone di una certa età, e non tutte erano propriamente inserite nella scena di oggi. Sarebbe stato utile sentire anche cosa ne pensavano le nuove generazioni…

M: Certo, quelli che oggi fanno grandi numeri non c’erano, ma per scelta loro. Oltretutto, dubito che si siano rifiutati di dare la parola ai giovani presenti: mi sembra più probabile che abbiano scelto loro di non prendere il microfono e parlare davanti a tutti. Cosa che capita regolarmente anche durante i miei laboratori di mcing. È lo stesso tipo di timore che quando ero ragazzino mi impediva di portare il mio demo a Gruff, immagino… Il problema è che nessuno ci mette mai la faccia. Su Hotboards in molti hanno affermato che il Place2Be non aveva senso: secondo me sarebbe stato più utile recarsi direttamente sul posto e dirlo lì, piuttosto che su un forum. O organizzare un’iniziativa diversa, magari. Dovremmo cercare di essere tutti più propositivi.

B: Rituale domanda di chiusura: progetti futuri?

M: Ultimamente con Night Skinny stiamo lavorando ad alcuni pezzi concepiti e registrati nell’arco della settimana. Non sono tutti prodotti da lui: ne è già uscito uno prodotto da Fiume e presto ne uscirà anche un altro coprodotto da Mbatò e NightSkinny. È un esperimento: visto che la gente mi prende in giro perché ci ho messo dieci anni a pubblicare un album, ora cerco di fare il contrario! (ride) Prossimamente, poi, comincerò a pensare anche a un nuovo album: più avanti, però, perché al momento Night Skinny è impegnatissimo a dare un seguito al suo progetto. Per quanto mi riguarda, comunque, il live resta una delle dimensioni principali dell’mcing, in cui è importantissimo eccellere, perciò suonerò spesso in giro. Anzi, se qualcuno volesse chiamarmi, arrivo!

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