Mowgli: nella giungla di Tedua vale la pena perdersi

by • 05/04/2018 • Copertina, RecensioniCommenti disabilitati su Mowgli: nella giungla di Tedua vale la pena perdersi205

Ad essere sincero, il mio primo impatto con Tedua non è stato dei migliori, inizialmente ho fatto davvero fatica a cogliere il suo approccio peculiare alla musica. In realtà anche di Mowgli e di tutto l’immaginario del Libro della Giungla non conservo bellissimi ricordi; ma questo è legato ad alcuni momenti traumatici nei miei trascorsi da giovanissimo boy scout, quindi in effetti esula dalla musica. Capite però che le premessi iniziali con le quali mi accingevo ad ascoltare Mowgli, il nuovo disco del giovane rapper genovese, non fossero per l’appunto le migliori. Sono contentissimo però di essere stato smentito e di ricredermi – non sui boy scout, per quelli servirà la terapia – e di aver scoperto un rapper dalla notevole sensibilità lirica, emotiva e musicale. Non senza pecche eh, però i contro sono decisamente meno dei pro – e soprattutto sono legati più ad una questione di gusti soggettivi che a difetti oggettivi nel progetto.

Come scritto poc’anzi, inizialmente ho fatto molta fatica a digerire la musica di Tedua. Quel suo modo a dir poco bizzarro di danzare sul beat, in maniera a tratti fastidiosa, alternando spesso e volentieri la pronuncia, era qualcosa di inaudito per il mio cervello. Non riuscivo a processare, non coglievo l’armonia, pensavo non ce ne fosse. Tutto ciò mi impediva persino di cogliere qualunque aspetto – positivo o negativo che fosse – dal punto di vista dei testi, confuso com’ero dal punto di vista ritmico. L’unicità del suo modo di rappare mi aveva però colpito, gli riconoscevo una forte personalità, quindi non ho desistito e ho continuato ad addentrarmi nella sua discografia. La scintilla scoccò grazie a Il ritorno delle stelle, il brano di Dargen D’Amico che vede la partecipazione di Izi, Rkomi e dello stesso Tedua. La semplicità di quella strumentale – una dolcissima composizione al pianoforte – era per me quanto di più antitetico potesse esserci rispetto al modo “scoordinato” di rappare di Tedua. Eppure la strofa dell’autore di Orange County mi ha stregato, profonda sin dal primo verso, genuina, emotiva. Una penna raffinata che si era adattata meravigliosamente ad un beat lontanissimo dalle sue corde. Fu come decifrare un codice, come imprimere nelle mie sinapsi la giusta chiave di lettura per il suo rap. Certo, da lì in poi non ho apprezzato qualunque cosa facesse, ma mi ero reso conto che di potenziale ce n’era, e anche parecchio. Avevo però paura che un disco di 14 tracce, senza featuring e interamente prodotto da un solo beat maker – Chris Nolan – sarebbe stato troppo ostico da digerire. Dal punto di vista lirico, mi sbagliavo. Di grosso.

Mowgli riassume in 14 tracce non solo la vita di Tedua, gran parte delle sue esperienze, le sue sensazioni, le sue emozioni; fa lo stesso con tutti i ragazzi cresciuti con lui, ma anche e soprattutto con quelli cresciuti nelle sue stesse condizioni. I lampi di genio con i quali riesce a descrivere le situazioni che ha vissuto sono di un’onestà spiazzante, a volte persino ingenui, ma sempre sinceri. Dev’essere proprio questa sincerità a far scattare la molle dell’empatia, effetto scaturito da tutti i suoi lavori, molto più che da quelli dei suoi colleghi di questa new wave. Anche quando afferma baldanzoso che “è ora di fare cash” o che “sarò ricco come un figlio di puttana”, non si percepisce quell’arroganza legata strettamente al successo. Traspare invece una gran voglia di rivalsa, alimentata da un po’ di sana arroganza adolescenziali, che brilla della luce riflessa dai traguardi che il giovane artista sta raggiungendo. La metafora della giungla, i tantissimi riferimenti al Libro della giungla e a Mowgli – alter ego del protagonista – sono il binario narrativo e poetico che viaggia parallelamente a quello contraddistinto dai riferimento autobiografici di Tedua. I due elementi coesistono e si rafforzano a vicenda, rendendo le immagini più vivide, donando colore al racconto, tra il folkloristico e l’educativo, senza pretese di insegnare a nessuno come si vive. Tedua non dispensa consigli, o per lo meno non direttamente: chi si rispecchia in lui sa di poter leggere le sue canzoni come testimonianze, ma sta all’ascoltatore quanto la somiglianza tra i background può rendere o meno sensata una qualunque forma di emulazione.

Anche nel parlare d’amore Tedua mantiene intatto il proprio candore, quasi fanciullesco – non nell’accezione infantile del termine, quanto quasi in quella pascoliana. Attenzione, non è un paragone legato al valore intrinseco dei due artisti, dei due medium o chissà cosa; però sembra filtrare una certa affinità dal punto di vista poetico. Brani come Il fabbricante di chiavi o Acqua sono infatti difficili da descrivere senza passare per termini quali purezza, ingenuità, leggerezza. L’intensitá del sentimento traspare chiaramente, priva però di quella connotazione negativa che spesso accompagna un amore talmente forte. Una sorta di yin senza yang, per quanto possa sembrare impossibile.

Questo notevole slancio lirico si erge sulle solide fondamenta delle strumentali realizzate da Chris Nolan: il produttore di fiducia di Tedua ha capito che, per dar vita al tappeto sonoro in grado di dare il giusto spazio ai suoi racconti, si sarebbe dovuto sacrificare qualcosa a livello d’impatto scenico. Se si escludono principalmente Bornout e Fashion Week infatti, le restanti produzioni di Mowgli sono accomunate da una semplicità di fondo, che le rende il perfetto sfondo omogeneo sul quale Tedua può imprimere di volta in volta un primo piano diverso. Pochi suoni, ben calibrati, perfettamente allineati con il mood dei testi. Si tratta di vestiti cuciti su misura traccia per traccia: forse poco appariscenti, magari per qualcuno anche banali, ma incredibilmente funzionali. Se cercate strumentali d’effetto, d’impatto, in grado di farvi muovere freneticamente e dal piglio aggressivo… Ascoltate in loop Bornout e Fashion Week. Tedua è incredibilmente a suo agio su strumentali più cattive, incalzanti e in un certo modo violente; questi due brani  ne sono la riprova, ma sono più esercizi di stile e sfoggi di versatilità, che pioli centrali nella scaletta di Mowgli. Piacevolissime variazioni sul tema, in grado di dare una scossa all’ascolto tutto d’un fiato del disco, ma non il piatto forte – parentesi più piccole del racconto, in grado di arricchirlo, ma non centrali per il suo sviluppo.

Sono infatti i brani più carichi di emozioni i veri protagonisti di Mowgli: nonostante gli incastri a volte cervellotici, i voli pindarici lessicali, le descrizioni a effetto, nulla di ciò avrebbe l’effetto che ha sull’ascoltatore, se non trasparisse la genuinità del bisogno di raccontare che c’è dietro. Mario usa Tedua per rendere vivido, coinvolgente, a tratti divertente, a tratti riflessivo, ciò che ha davvero vissuto e sentito. Vale quindi la pena di fare più di un paio di giri nella sua giungla, per vedere se si finisce per incontrarlo e parlare di ciò che si ha in comune. Potrebbe essere più di quanto si pensi, soprattutto se si è tra i tanti giovani (e con questo termine non ci si riferisce solo ai dodicenni, eh) con il rap nelle cuffie.

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