Mondo Marcio: l'intervista

by • 15/10/2004 • IntervisteComments (1)710

Blumi: Ormai sono passati diversi mesi dalla pubblicazione del tuo album di debutto. Sei soddisfatto dei risultati ottenuti?

Marcio: Il disco sta andando molto bene e ne sono felice: alla gente è piaciuto quello che ha sentito, e a partire da settembre suonerò un po’ in giro per farlo conoscere ancora di più. Non per questo, però, mi sono seduto sugli allori: continuo a scrivere, a fare la mia musica, proprio come facevo prima della sua pubblicazione. Diciamo che considero quest’album un piccolo passo avanti, ma nel frattempo non ho smesso di lavorare alla mia roba.

B.: Ascoltando Mondo Marcio, appare chiaro che il rap è un aspetto fondamentale della tua vita, quasi una vocazione. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che avresti intrapreso questa strada?

M.: Non sono io che ho scelto questa strada, è questa strada che ha scelto me. E decisamente non è stato un processo graduale. Quando avevo dodici o tredici anni ero un po’ confuso, cazzeggiavo senza meta per le strade della mia vita; poi un bel giorno ho cominciato ad ascoltare questa musica, a scrivere i primi testi, e all’improvviso tutto è stato chiaro. Come quando ragioni su qualcosa, e ad un certo punto tutti i tasselli vanno al loro posto e tu ti dici "Merda, che scemo! Come ho fatto a non pensarci prima?".

B.: Fino a un anno e mezzo fa la scena italiana ignorava completamente la tua esistenza, mentre adesso per molti il nome di Marcio è diventato l’emblema di una rinascita del rap nostrano: prevedevi già di ottenere un successo del genere o è stata una sorpresa anche per te? Come vivi questa tua improvvisa notorietà?

M.: Io sto semplicemente facendo la mia musica: la faccenda la vedo davvero in piccolo. Personalmente, non mi sento di rappresentare nulla al di fuori di me stesso, con i miei beat e i miei testi. Certo, se poi la gente si identifica con i miei pezzi mi fa solo piacere, visto che se faccio rap è proprio per trasmettere qualcosa agli altri, ma se devo dare la mia opinione non mi sento così importante o rappresentativo per la scena italiana.

B.: Quando hai cominciato a lavorare sul tuo album avevi sedici anni e ancora pochissima esperienza sul campo, sia a livello di registrazione che di composizione: nonostante ciò, e nonostante i migliori artisti della scena avrebbero fatto carte false per apparire nei crediti del disco, hai preferito occuparti da solo di tutto, perfino dei beat. Perché questa scelta? Te ne sei pentito?

M.: Un po’ di esperienza in realtà l’avevo: prima di Mondo Marcio avevo già fatto uscire due demo, che quasi nessuno si è cagato ma che mi sono serviti lo stesso a capire da che parte si comincia a fare una canzone. Per quanto riguarda il lato pratico, comunque, avevo accanto Bassi, che mi ha aiutato molto a gestire le registrazioni e a dare al tutto il suono che cercavo. In ogni caso, credo che occuparsi da soli della parte creativa di un disco sia il modo migliore in assoluto di lavorare: alcuni argomenti, alcune sfumature nei ritornelli, non sarei riuscito a renderli bene su un beat di altri. Ci sono moltissimi produttori validi in Italia, vedi Bassi e Shocca, ed è fantastico collaborare con gente di questo calibro, ma quando lavori alla tua roba, e lo fai su musiche pensate da te, l’effetto è ancora più intimo e il risultato finale è più diretto.

B.: All’inizio della tua "carriera", la tua fama era dovuta alla tua abilità di freestyler, e quindi più che altro a virtuosismi stilistici e punchlines: nella tracklist di Mondo Marcio, però, non c’è spazio per pezzi più tecnici e leggeri. Come mai hai deciso di puntare sul contenuto piuttosto che sull’impatto? Pensi che anche i tuoi prossimi album avranno lo stesso tenore?

M.: La mia idea era di fare un disco che raccontasse qualcosa alla gente; se fai un album che va avanti a punchline magari chi lo ascolta ride la prima volta, ma la seconda già non ti dà più retta. In realtà, però, non posso dire che è stata una vera e propria scelta, tant’è che qualche momento scherzoso e un paio di punchline ci sono: diciamo che ho cercato di essere sincero, di fare in modo che i miei pezzi non sembrassero di plastica, e quindi non ci ho pensato troppo su e ho semplicemente scritto quello che mi veniva spontaneo. Se mi chiedi cosa ne sarà dei prossimi album, invece, già ti dico che non so assolutamente cosa risponderti.

B.: I temi che tratti nei tuoi pezzi sono estremamente personali: parli di vita vissuta, di difficoltà che hai realmente affrontato, spesso e volentieri citando episodi che molti altri, al posto tuo, avrebbero preferito tenere per sé. Perché hai deciso di raccontare la tua vita e il tuo passato, compresi i momenti più bui, al il tuo pubblico?

M.: Probabilmente questo succede perché il rap, come si diceva prima, è una parte importantissima della mia vita, e quindi mi viene naturale metterci dentro quello che vivo sulla mia pelle. Cantare le proprie esperienze è il modo migliore per fare un disco rap: il rap è nato come struggle, sofferenza, strada, e non c’è niente di divertente in tutto questo. Se tutti i tuoi pezzi parlano di cazzate finisci per fare un pop, non certo hip hop. La sincerità è alla base di questa musica: racconti la tua storia, il tuo background, la tua percezione del mondo, ed è allora che il tuo disco diventa vero, indipendentemente dal fatto che parli di lotta politica o dei tuoi genitori che litigano. Se poi la tua roba può in qualche modo aiutare altre persone che stanno vivendo la tua stessa situazione, è come un cerchio che si chiude.

B.: Nei tuoi testi parli spesso di evadere, scappare, lasciarti alle spalle questa realtà. Che cosa rappresenta per te l’idea di andartene? Pensando alla piega che ha preso la tua vita, se ne avessi la possibilità concreta lo faresti davvero, a costo di lasciarti alle spalle tutto quello che hai costruito finora?

M.: L’idea di evadere va e viene: ci sono momenti in cui i problemi della vita di ogni giorno si accumulano e finiscono per soffocare quello che hai dentro, i tuoi sogni, i tuoi ideali, i tuoi affetti… Quando parlo di scappare, fumando fino a ribaltarmi gli occhi oppure andandomene fisicamente dal posto in cui vivo, è per fuggire da questo meccanismo e liberarmi da tutto quello che mi tiene inchiodato a terra. È un modo come un altro per tenere alto lo spirito, quando il tuo corpo diventa troppo stretto anche per te. Ora come ora, comunque, sono felice e sto bene, quindi non credo che scapperei, neanche se potessi. Magari un giorno o l’altro cambierò città, chi lo sa.

B.: Qual è il pezzo a cui ti senti più legato?

M.: Sono molto soddisfatto di tutti i miei pezzi, ma Non sento niente è sicuramente uno di quelli che amo di più: l’ho scritto in un momento molto negativo e crudo, e rispecchia perfettamente i sentimenti che provavo in quell’istante. Lo trovo molto, come dire, "puro": è venuto fuori in dieci minuti scarsi, su un beat che avevo lì e che non sapevo neppure se usare o meno, e non c’è niente di montato o di finto in nessuna delle sue rime.

B.: Anche se il team Sanobusiness e la gente dello Showoff ti hanno in qualche modo adottato, in quel di Milano sei uno dei pochissimi mc a non avere una vera e propria crew di appartenenza. È una scelta o una condizione dettata dagli eventi? Ne senti la mancanza?

M.: Non ho una crew vera e propria, nel senso che non sono cresciuto rappando con questa o quella persona, ma mi considero in qualche modo parte di Sanobusiness, che mi ha accolto come una famiglia. Resto comunque un mc molto indipendente, per certi versi q
uasi un solitario: ho un sacco di progetti che porto avanti per conto mio, e mi va bene così.

B.: Sei ancora molto giovane, e la tua carriera musicale s’inserisce tra gli impegni quotidiani di tutti i tuoi coetanei: da una parte resti un qualsiasi studente delle superiori, mentre dall’altra sei una promessa del rap, che ogni giorno ha a che fare con ammiratori, giornalisti del settore, musicisti. Come riesci a conciliare questi due aspetti della tua vita?

M.: Se parliamo di scuola, la mia è una situazione un po’ particolare: mi è capitato di interrompere più volte gli studi e di non frequentare le lezioni per lunghi periodi. È un impegno relativo: c’è ed è un dato di fatto, ma è il rap la mia prima preoccupazione, quindi cerco di tenere aule e banchi fuori dalla porta.

B.: Hai dimostrato più volte di essere un artista completo, in grado di gestire il pezzo più serio come quello più ignorante con credibilità. Esiste un argomento di cui non scriveresti mai?

M.: Credo che riuscirei a scrivere di tutto senza problemi. Qualsiasi cosa una persona viva, vale la pena di raccontarla, l’importante è che lo si faccia con il proprio stile e cercando di arrivare ad essere il migliore. Cantare mette tutti sullo stesso piano, dà valore sia a Kanye West che a 50 Cent: puoi parlare di pistole, di club, di musica, di amore, di religione, e riuscirai comunque a trasmettere delle sensazioni. È proprio questo il compito di chi scrive: aiutare le persone a vedere attraverso le cose e quindi a vivere un po’ meglio. So che detta così sembra il delirio di un esaltato, ma io ci credo veramente.

B.: Raccontaci qualcosa dei tuoi progetti futuri…

M.: Ah, il futuro è un grosso punto di domanda. Non so neanche se sarò qua dopodomani, come faccio a prevedere come sarà il mio prossimo disco? L’unica cosa sicura è che continuerò a fare musica, e magari anche qualcosa di più, ma per il resto non c’è ancora nulla di definito.

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