Mole: l’intervista

by • 13/02/2012 • IntervisteComments (6)2941

E’ uno degli mc universalmente più amati dalla critica, anche se definirlo un semplice mc è riduttivo al punto da essere quasi un insulto. Ben pochi rapper, finora, hanno provato a valicare i confini di genere come ha fatto Mole negli anni, passando da un progetto reggae all’elettronica, dal rap puro e semplice alla sperimentazione astratta. Qualche mese fa è tornato con il nuovo album Visionauta, realizzato in collaborazione con la sua nuova band Mole & MoonWalktet. Anche in questo caso, è riuscito a spiazzare e stupire tutti: il tiro è di quelli che virano più verso il funk psichedelico che verso il G-Funk, il rap ha lasciato il posto al cantato e i beat sono sostituiti da una specie di continua, forsennata jam session di strumentisti. Come ce lo spiegherà, Mole, un disco del genere?

Blumi: Questo tuo ultimo album, Visionauta, nessuno se lo aspettava così. Finora che tipo di riscontri hai avuto?

Mole: Devo dire che fino ad ora i riscontri sono stati ottimi, da critica e pubblico, anche se siamo solo all’inizio: il disco deve girare ancora molto prima di trarre delle obiettive conclusioni. Abbiamo fatto una prima tiratura in serie limitata, vedremo poi se ristamparlo o registrarne direttamente un altro! (ride) Sicuramente il nostro pubblico è sempre più vasto e variegato, forse per via della nostra stravagante indefinibilità, ma è quello che volevamo fin dall’inizio.
B: Cosa ti ha spinto a un cambiamento così radicale?

M: In realtà non so quanto sia radicale, visto che le radici della musica che faccio sono praticamente le stesse di quella che facevo prima. Si tratta solo di mischiare in maniera diversa gli ingredienti; è una necessità che ho sempre avuto, anche perché mi annoia restare fermo nello stesso luogo musicale per troppo tempo. Questo, a livello di potere commerciale, può essere sicuramente un handicap a lungo termine, perché la gente magari si appassiona alle tue cose per quel brano o per quel tal disco; la volta successiva si trova in mano tutta un’altra storia e a quel punto, comprensibilmente, potrebbe mandarti a quel paese. Ma suonare e dire quello che voglio, senza alcun limite strutturale, è l’unica regola che mi sono imposto da sempre.
B: Cosa è rimasto di hip hop, nel tuo approccio alla musica?

M: L’hip hop, una volta conosciuto, è difficile levarselo di dosso, per questo è una cultura magnifica. Posso cantare o suonare qualsiasi cosa, ma si sentirà sempre che vengo da quel mondo, soprattutto per l’impronta sempre molto ritmica, l’uso della metrica eccetera eccetera. In realtà il rap non l’ho mai abbandonato, neanche con il MoonWalktet. Ragioniamo sempre per compartimenti stagni, per cui se uno fa un certo tipo di cosa o prende una direzione, non può più fare contemporaneamente anche altro. Di hip hop ho fatto qualche featuring, per esempio sui dischi di Vest’ò e di Entoni Kong, e prima o poi troverò il tempo per un album intero alla vecchia maniera.. Reddkaa (Fulvio ‘Reddkaa’ Romanin, fondatore ed eminenza grigia di ReddArmy, ndr) ne sarebbe molto contento.

B: Quindi come definiresti la musica che fai oggi, con parole tue?

M: Penso… schizofrenica! Non saprei, davvero. Il MoonWalktet parte sicuramente dal funk per andare poi ad esplorare tutto quello che ci scuote in quel momento. Lascio molto spazio compositivo anche agli altri, vista anche la loro preparazione e la spiccata personalità, quindi da una nostra session può uscire veramente qualsiasi cosa ci detti il buongusto musicale – e ogni tanto mandiamo a fanculo anche quello! (ride) La nostra è un’attitudine un po’ Zappiana, diciamo. Da qualche tempo, comunque, mi sta tornando la fissa per l’elettronica e i samples, cosa che avevo temporaneamente abbandonato.
B: Tra l’altro, che tipo di preparazione e background musicale hai?

M: Ho studiato quello che mi interessava (un po’ come a scuola), per il resto sono sempre stato un autodidatta. Penso che ascoltare una valanga di dischi, di qualsiasi genere, mi abbia aiutato molto nel percorso che ho intrapreso.
B: Secondo te c’è bisogno di avere una preparazione musicale “tradizionale” per riuscire a sfornare un album del genere?

M: Per un disco così serve sicuramente una preparazione adeguata, e parlo soprattutto per i miei musicisti. Anche se non direi tradizionale: piuttosto, come diciamo dalle mie parti, “aver il soramanego” (traducetela come vi pare…)
B: A proposito, parliamo della tua band. Come li hai conosciuti? Qual è il vostro metodo di lavoro?

M: Il MoonWalktet (Ruggi Clifton, John “Hammond” Zanon, Andrea Ki e Stefano Funes) è tutto bellunese, come me, e penso fosse naturale che prima o poi ci unissimo per un progetto del genere. Ci conosciamo comunque da parecchio e quando ho proposto loro di seguirmi in questa stravagante avventura hanno subito accettato di buon grado. Il nostro metodo di lavoro, se così si può chiamare, consiste nell’arrivare in sala prove con un’idea, un riff o un testo, e svilupparli insieme. A volte sono ore di jam session da cui estrapoliamo successivamente quello che ci serve, a volte in un paio d’ore iniziamo e finiamo un pezzo. Ho la fortuna di avere dei musicisti con una sensibilità e una capacità interpretativa piuttosto rare, e questo ci permette di andare a pescare ovunque, dal blues al dub fino alla musica dodecafonica. Devo dire che hanno anche un’invidiabile pazienza col sottoscritto e le sue bizzarre idee, che spesso per fortuna non trovano seguito…

B: Cambiando argomento, già quando ti occupavi di rap eri famoso per i tuoi testi visionari e poetici. Oggi, anche se canti, i testi sono rimasti comunque molto coerenti con il tuo stile. È diverso, nella tua percezione, scrivere per cantare o scrivere per rappare?

M: Sinceramente no. Il metodo di scrittura forse è l’unica cosa che per me è rimasta invariata nel corso degli anni, anche perché parto sempre con l’intenzione di scrivere un racconto, più che una canzone. Penso comunque che paradossalmente sia quasi più difficile scrivere del rap fatto bene che una bella canzone melodica, e il mio background è stato essenziale in questo. Mi piace anche pensare di usare la voce un po’ come uno strumento.

B: Di tutti quelli che hai scritto, qual è il testo a cui sei più affezionato e perché?

M: Domanda da un milione di euro… Banalmente ti dico che ne ho più di uno, anche se Cosa ci salva ha sicuramente un significato particolare, perché l’ho scritta in un difficile momento della mia vita in cui ho riscoperto il potere quasi spirituale che può avere la musica e, di conseguenza, la scrittura. Di Visionauta, invece, direi Daydreamers e Il segreto.

B: Tra l’altro, hai mai pensato di scrivere anche per altri, o i tuoi testi sono applicabili solo a te?

M: Si ci ho pensato, ma penso che farei molta fatica ad adattare la mia scrittura allo stile di chi dovrebbe interpretarla, e probabilmente farebbe molta fatica anche il cantante in questione a capire cosa scrivo, visto che uso solo carta e penna… (ride) Oltretutto dovrei imparare a scrivere in maniera più impersonale, il che non è affatto facile, ma non si sa mai. Quando non avrò più voce lo farò sicuramente…
B: Tra quest’ultimo Mole e il tuo primo album solista sono passati sette anni (anche se nel mezzo c’è stato il progetto Maci’s Mobile). Perché hai aspettato così tanto a produrre un album nuovo? Avevo addirittura sentito parlare di un grande sconforto nei confronti della scena rap che ti aveva spinto ad abbandonare tutto momentaneamente…

M: Ho la fortuna di avere alle spalle un’etichetta come ReddArmy, che non mi impone nulla in termini di scadenze e numero di album da produrre, quindi col MoonWalktet abbiamo aspettato il momento più proficuo per entrare in studio, dopo 3 anni di concerti ovunque in cui suonavamo sia Nero Viaggiatore che qualche brano del disco nuovo (abitudine tipicamente ’70’s). Abbiamo impiegato più o meno un anno per completare il disco, dalla prima registrazione al mastering, finché il risultato finale in termini di suono ed esecuzione non ci ha soddisfatto. Anche se spesso è impossibile, cerco di affrontare un progetto alla volta, e anche il tour per l’uscita de L’Antidoto con i Maci’s Mobile mi ha logicamente impegnato molto. Il momento di sconforto l’ho avuto più che altro prima di Nero Viaggiatore visto che, se guardavo in direzione sia del rap italiano che della mia ispirazione, vedevo un paesaggio spettrale. Non sapevo davvero dove sbattere la testa. Ora invece il panorama è in gran fermento, nel bene e nel male…

B: Restiamo in tema e parliamo di Maci’s Mobile (collettivo di ispirazione reggae bellunese, ndr)…

M: Coi Maci’s stiamo per l’appunto registrando il disco nuovo, che uscirà presumibilmente ad inizio estate, e che era stato anticipato già a ottobre dal singolo Macina col grandissimo MC Navigator degli Asian Dub Foundation. Anche in questo caso sarà un pugno in faccia a chi si aspetta un Antidoto parte 2: c’è tanta elettronica, tanto dub e degli ospiti da leccarsi le orecchie. Fra poco sarà anche attivo il sito www.macismobile.com, quindi stay tuned, come si dice in questi casi.

B: Tornando invece sui live, hai suonato molto spesso in Germania, negli ultimi anni. Cosa ti ha condotto fin lassù e che tipo di esperienza è stata?

M: Abbiamo scoperto per caso di avere una concittadina che fa la tour manager in Germania. Ci siamo prodigati subito per andare a conoscerla e farle sentire qualcosa: lei ci ha proposto subito due tour nel giro di un anno, che si sono rivelati una delle più belle esperienze della mia vita. Ma penso di parlare anche a nome degli altri Walktettari: è stato proprio in quel momento che è scattata la scintilla che trasforma della gente che suona assieme in una vera e propria band. In generale, c’è da dire che lassù c’è una cultura dell’ascolto ancora più profonda della nostra: abbiamo suonato in luoghi molto diversi tra di loro, dai jazz club ai centri sociali, fino ad un posto incredibile grande come il mio salotto. E ovunque la gente è notevolmente interessata, curiosa e soprattutto rispettosa della tua performance, cosa che qui non sempre succede. E, udite udite, a fine concerto comprano un sacco di dischi e li pagano senza chiederti lo sconto! Peccato solo che non capivano una mazza di quello che cantavo… (ride)

B: Parlavamo prima della tua etichetta, Redd Army, una delle più sperimentali e prolifiche nell’hip hop italiano. Qual è la vostra marcia in più, secondo te?

M: ReddArmy ormai è una famiglia, un collettivo che nella sua modestia è organizzatissimo ed efficiente. La marcia in più forse è proprio che non lasciamo nulla al caso, che si tratti dell’uscita di un disco o anche solo di un post su Twitter. Abbiamo dei preziosi collaboratori che ci danno una mano su diversi fronti; parlando personalmente, mi considero un incapace a livello burocratico e organizzativo, quindi per me è una salvezza poter contare su di loro. Io sto in studio, le copertine le fanno i grafici e i video i registi… a ognuno il suo, insomma!

B: Come mai, secondo te, in Italia esistono poche altre etichette così?

M: Forse perché se non c’è il miraggio di guadagni effettivi, si fa fatica ad investire tempo ed energie (tante energie) in un’etichetta indipendente. Comunque ci sono delle gran belle realtà in giro, come La Tempesta o Trovarobato. In un periodo così particolare della nostra storia noto con piacere il gran movimento indipendente, composto da giovani che hanno davvero voglia di fare, attorno non solo alla musica, ma anche alle arti in generale: videomakers, musicisti, organizzatori di eventi. È come se fossimo un po’ tornati al ’68, facciamo più attenzione alle priorità.

B: Progetti futuri?

M: Il disco coi Maci’s Mobile, innanzitutto. Poi probabilmente tornerò in studio ad aprile/maggio col MoonWalktet per registrare del materiale nuovo; l’idea. abbastanza velleitaria, sarebbe di registrare quasi tutto in presa diretta. A breve vorremmo anche girare il video di Ora non pensarci. Sto anche pian piano mettendo insieme i pezzi di un progetto solitario di elettronica tendente al dub, che da qualche anno mi ha preso la mano e che vorrei finalmente concretizzare. In più sto facendo dei remix e delle preziose collaborazioni, per esempio per il collettivo 3 Is A Crowd di Milano. Finito tutto questo, spero di trovare anche il tempo per pulire casa…

 

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