Mojo Morgan: l'intervista

by • 24/01/2009 • IntervisteComments (0)808

Abbiamo incontrato Mojo, il percussionista e voce della Royal Family del reggae Morgan Heritage, in Italia per presentare il suo progetto da solista Herbsman Anthem.
Per saperne di più:
www.myspace.com/mrmojomorgan
Un ringraziamento per le foto del link a Shams: http://www.flickr.com/photos/[email protected]/

Haile Anbessa: è un piacere essere qui con Mr Mojo outta Morgan Heritage family!

Mojo: ciao Mario come va?

H.A.: come prima domanda volevo chiederti perché questo soprannome…

M.: sai quando ero piccolo prima di parlare ponderavo bene. Per questo la mia famiglia mi chiamava Mojo, perché avevo un qualcosa di mistico o di magico. Non ha nulla a che vedere con il significato sessuale di Mojo che è stato dato nel film Austin Powers!

H.A.: Mojo ho ascoltato il tuo nuovo EP Herbsman Anthem. Vorrei che tu ci parlassi un po' di questo nuovo progetto solista.

M.: nel nuovo progetto fondamentalmente ho voluto dare espressione a tutte quelle influenze musicali che più hanno costruito ciò che sono oggi. Vanno dall'alternative rock come Nirvana e Cranberries fino a Jack Johnson, Coldplay, Jimi Hendrix e il grande Eric Clapton. Per quanto riguarda il rap i miei preferiti sono sicuramente Biggie e Tupac. Dall'universo reggae ho tratto maggiormente ispirazione da Denroy Morgan, The Wailers e il grande Peter Tosh come sentirete nella traccia Herbsman Anthem. Lo scopo di questo progetto solista, non solo mio ma anche di Peter e Gramps (altri due componenti della band e fratelli di Mojo n.d.r.) è quello di portare il sound e il messaggio dei Morgan Heritage a un pubblico sempre più ampio. Persone che magari conoscono i Morgan Heritage solo di nome ma non si sognerebbero mai di andare a un nostro concerto.

H.A.: mi hai accennato ai progetti solisti anche degli altri componenti della band. La Royal Family è ancora unita?

M.: certo! Siamo ancora uniti! Proprio l'altra sera ho parlato con Gramps e Peter in Giamaica via Skype e parlavamo già dei nuovi progetti da fare assieme. Nel nostro settore credo che le espressioni omofobiche stiano per così dire infettando molte esibizioni live del reggae. Per questo ci stiamo impegnando sempre più per diffondere un messaggio differente anche su strade diverse. Per questo ci impegnamo a mantenere sempre uno stretto contatto con il pubblico e con i giornalisti come te in questo momento. E siamo molto grati e contenti di farlo. La mia canzone Dem Bwoy Deh ad esempio parla proprio di questo; di come si debba tornare a fare buona musica e scordarsi del messaggio di odio che non fa parte della reggae music. Ognuno è speciale a suo modo!

H.A.: è notevole la sperimentazione di generi nelle tue nuove registrazioni. Cosa pensi del futuro della reggae music, alla luce di questo?

M.: il reggae è in costante crescita, in tutto il mondo. L'Italia ha il suo style con esponenti del calibro di Sud Sound System o Alborosie dai Reggae National Tickets. In Germania troviamo Patrice. Seeed e Gentleman. Dall'Olanda Ziggi. E così ancora in Francia e Svizzera. Persino in Giappone i reggae festival raccolgono migliaia di persone. Questa è la prova più evidente che il reggae è diventato realmente internazionale.

H.A.: ho sentito nell'album che c'è un featuring con l'indimenticabile Peter Tosh intitolato Herbsman Anthem. Puoi dirci qualcosa?

M.: questa canzone è sul riddim della canzone di Peter Igziabeher Let Jah Be Praised. L'ho scritta appositamente per tutti i reietti del pianeta. Per tutte quelle persone che non riescono mai a ottenere ciò che meritano e per cui hanno lavorato tanto. La canzone non è sulla ganja come erroneamente si potrebbe pensare perché non viene menzionata in tutto il testo. È solo sulla gente che soffre e lavora proprio come i coltivatori di erba in Giamaica.

H.A.: Mojo tu sei un rastafariano. È difficile essere rasta in un quartiere come Brooklyn a New York, zona da cui tu provieni?

M.: vivere da rasta a New York è molto semplice perché è uguale a qualsiasi altro posto nel mondo! La verità è che non importano i vestiti che indossi o i dreadlocks, è il tuo cuore quello che conta. Per me un rasta può andare tranquillamente da McDonald's o Burger King o Kentucky Fried Chicken! Non devi essere chiuso o settario ma solo di buon cuore! Guarda Haile Selassie I, il primo e unico vero rastaman, non aveva certo i dreadlocks e aveva sempre vestiti puliti! Lui ha dato l'esempio di come un vero rasta deve essere! È necessaria una buona educazione e ricercare sempre la verità! Questo è ciò che un rastaman dovrebbe sempre fare. La spiritualità non deve essere tutto quello che sei ma solo una parte. Esistono molte altre cose. Non bisogna essere fanatici.

H.A.: canzoni nuove come Reggae Avenue suonano molto differenti rispetto ad una canzone reggae classica. Come pensi reagiranno i fans del reggae che ti amano come membro dei Morgan Heritage?

M.: penso che se saranno onesti con se stessi le apprezzeranno perché tutti nei propri lettori mp3 o nelle proprie collezioni di cd hanno canzoni come queste. Nessuno ascolta solo reggae! Persino il sottoscritto che ama e vive di reggae non ascolta solo reggae! Ad esempio in questo periodo ascolto moltissimo i Coldplay!

H.A.: chi sono invece i tuoi modelli nel reggae?

M.: Burning Spear per il suo spirito libero, Peter Tosh per la sua anima ribelle e rivoluzionaria, Bob Marley per le sue liriche profetiche, Jacob Miller per la sua energia sul palco, Sugar Minott per la sua persistenza perché forse non in molti lo sanno ma lui negli anni Settanta e Ottanta era un grande e nomi come Sizzla o Capleton devono dire grazie a lui per quello che sono oggi. È importante ricordare le leggende della nostra musica perché anche gente come Bounty Killer, Kartel o Munga vengono da questo percorso.

H.A.: quali suggerimenti hai per tutti coloro che vogliono intraprendere questa strada?

M.: ai nuovi artisti dico che non bisogna considerare la musica come un hobby o un lavoro part-time. Se ci credi veramente devi farlo fino in fondo, ogni minuto della giornata. Non bisogna mai perdere la fede. Alborosie lo ha dimostrato. Ha fatto per anni musica con i Tickets con ottimi risultati ma senza mai sfondare. Dopo sacrifici, sudore e umiltà adesso è conosciuto in tutto il mondo. Un passo alla volta.

H.A.: sei legato a doppio filo con il reggae italiano perché ho sentito anche un featuring vostro nell'ultimo album dei Sud e con Alborosie suonate spesso in Giamaica…

M.: amo l'energia degli Italiani. Sai essendo cresciuto a Brooklyn sono stato a contatto con molti Italiani e siete realmente fantastici. Il fuoco che vi portate dentro è incredibile! Non parliamo poi del cibo! Il pubblico italiano poi è uguale a quello giamaicano! Nessuna differenza!

H.A.: quali sono le differenze principali della vita vissuta in America e di quella vissuta in Giamaica?

M.: sai noi per sei ore al giorno, a scuola o fuori casa, eravamo americani ma in casa si viveva alla giamaicana. I miei genitori ci hanno tirato su in questa maniera. Non guardavamo neppure tanta televisione perciò non siamo stati molto influenzati nemmeno da questo mezzo. Non fosse stato così probabilmente avremmo fatto tutti rap o R&B perc
iò ringrazio sempre i miei genitori per averci insegnato le nostre radici giamaicane.

H.A.: ho visto esibirti sia con la band che con il sound system. In quale ti trovi più a tuo agio?

M.: credo che il sound system sia un approccio più giovane per un pubblico più giovane appunto. È più utile per spingere nuove cose e sperimentare. La band è invece per consolidare un percorso già conosciuto.

H.A.: grazie per questa intervista Mojo!

M.: grazie a te Mario!

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