Mixup: l’intervista

by • 31/05/2016 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Mixup: l’intervista360

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Trovare la propria strada è difficile per tutti, ma se sei un giovanissimo rapper di talento, fai un lavoro molto pubblico come il presentatore tv, hai l’ambizione di continuare a fare musica di qualità e oltretutto ti ritrovi spesso al centro di polemiche totalmente sterili e immotivate, diventa ancora più complicato. Mixup avrebbe potuto perdersi, o peggio sedersi sugli allori, o ancora rassegnarsi all’etichetta che i suoi hater gli avevano appiccicato addosso. Avrebbe potuto scegliere la strada più facile, approfittare di un contratto in major e fare uno dei tanti album per ragazzini che affollano ormai il mercato discografico. Invece ci ha stupito con un ottimo EP come Reportage (scaricabile gratuitamente da qui), un lavoro maturo e solido, incazzato al punto giusto, con una grande fotta e voglia di rivalsa. Ed è riuscito a convincere anche i più scettici, ponendo le basi per il futuro di successi che davvero merita. Lo abbiamo incontrato a Milano per parlarne.

 
Blumi: Come mai questo lungo periodo di pausa tra i tuoi ultimi progetti e Reportage EP?

Mixup: Per diversi motivi personali. Ad esempio ho avuto delle difficoltà con alcune delle persone con cui lavoravo (e con cui ho poi deciso di non lavorare più): la cosa mi ha parecchio ritardato, perché ho dovuto aspettare le loro risposte per poter sbloccare la situazione e rimettermi all’opera. È stato un periodo di stop apparente, però: non sono mai stato davvero fermo, e infatti ho un sacco di materiale in cantiere. Ho in ballo un disco solista, un nuovo format video… e naturalmente Reportage EP, tutto prodotto da Garelli.

B: Con questo EP hai sorpreso molti: ci hai presentato un Mixup diverso da quello a cui eravamo abituati. Cosa rappresenta per te?

M: Innanzitutto un punto di rottura con il passato. Uno dei motivi per cui mi sono fermato per così tanto tempo è che, dopo tre anni e mezzo di televisione, volevo che la gente non mi identificasse più semplicemente come un conduttore: sono più maturo, so quello che voglio fare e la direzione in cui voglio andare.

B: Si può dire che questo tuo percorso di rinascita sia cominciato con Ciao1/Domani, entrambe prodotte da Bassi Maestro e uscite ormai oltre un anno fa?

M: Riascoltare quei pezzi mi fa sorridere, mi sembra passato un secolo! La produzione era e resta una bomba (d’altra parte Bassi è un vero king) ma io mi sento molto cresciuto da allora: in quest’ultimo anno e mezzo ho ascoltato tonnellate di musica, ho cambiato anche un po’ il mio modo di rappare, e risentire quelle strofe mi fa davvero uno strano effetto.

B: Sembra che con questa manciata di pezzi tu abbia voluto buttare fuori tutta una serie di questioni che ti pesavano sullo stomaco: anche a vederti, ora sembri molto più sereno…

M: Sicuramente è così: ho deciso di togliermi dalla scarpa tutti quei sassolini che erano lì da un po’. C’è sicuramente un’incazzatura di fondo, ma poi affronto anche tante altre tematiche: la vita in generale con Non cambieranno mai, o la periferia con Hinterland blues. Anche a livello di suono volevo approcciarmi a vari tipi di beat. Secondo me è un progetto abbastanza vario, cosa a cui tenevo molto. Non voglio fare la stessa cosa che stanno facendo tutti in questo periodo, tanto per cominciare.

B: Parli della trap? Se sì, alleluja, almeno uno che la lascia perdere!

M: A dire il vero un po’ di trap qua e là c’è, ma non in senso classico. La trap la adoro, anche a The Flow (il suo programma su Deejay Tv, ndr) passavamo spesso video con quelle sonorità, ma credo che in questo momento in Italia stiano facendo tutti quella roba lì, sia nell’immagine che nel suono, spesso copiando malamente da gente come Chief Keef, Fredo Santana, Glo Gang o Future. Tutti dicono di guardare al futuro, ma se si parla di mode cicliche in America sta tornando di moda il suono anni ’90, magari rivisitato ma sempre basato sulla 808; quello è il vero futuro, basta ascoltare dove sono andati a parare Kanye West o Drake. Comunque mi è sempre piaciuto variare ed evolvermi: nel rap italiano adoro Marracash e Guè Pequeno, che sono dei maestri nel rinnovarsi. Soprattutto Marra riesce a passare dai brani più ignoranti a cose molto riflessive senza mai perdere il suo stile: ascoltare il suo disco è un’ispirazione pazzesca, mi fa venire voglia di tornare a casa e ricominciare subito a scrivere. Oggi, invece, molti dischi fatti per seguire l’ultima moda mi sembrano ripetitivi, non mi colpiscono. Non ce l’ho con la trap, sia chiaro: ce l’ho con i pezzi fatti in serie.

B: In effetti c’è una cosa che è sempre emersa poco di te, ed è il tuo grande amore per ogni tipo di rap: conosci e ascolti letteralmente di tutto…

M: In generale ascolto un sacco di musica, non solo rap, anche se ovviamente il mio primo amore è quello. Spazio in ogni settore, dagli anni ’80 alla golden age fino al nuovo millennio, dalle tamarrate al conscious. Non ho un sottogenere preferito: in Italia siamo un po’ talebani su questo, chi ascolta tante cose diverse viene visto con diffidenza, e ancora di più chi fa tante cose diverse. Gli artisti veri, invece, sono in grado di fare tutto, e di fare tutto bene. Prendi Guè: è perfetto quando fa pezzi ignoranti o trap, ma poi è anche in grado di mettersi a nudo in canzoni come Fuori orario e spaccare comunque. Da lì capisci che è uno che ascolta tanta musica. Il mio rapper preferito in assoluto è Kendrick Lamar, ogni suo disco contiene un universo intero, con Good kid, m.A.A.d. city mi ha folgorato.

B: Del rap in Italia, invece, chi ti ha folgorato?

M: Penso che sia un periodo un po’ piatto, come dicevamo prima ci sono molti album fatti in serie. Il top, per me, restano Marra, Guè, Fibra e Salmo: non a caso sono i migliori da tempo, hanno sempre qualcosa di nuovo da dire. A molti rapper della mia età manca un po’ il contenuto, il che non vuol dire che secondo me dovrebbero diventare conscious all’improvviso, però dovrebbero curare un po’ di più la loro identità e i concetti che esprimono. Tra i miei coetanei apprezzo Ghali: non è uno dei miei ascolti ossessivi, ma credo che nel suo genere faccia roba fatta bene, anche se si sente l’influenza di Young Thug e Travi$ Scott. Mi piacciono anche Sfera Ebbasta e Charlie Charles.

B: A proposito di rap italiano, come è nata la collaborazione con Nto’, che è presente nel tuo EP?

M: Io e quel pazzo di Enzo Dong ci seguivamo su Instagram: alcune delle sue cose le apprezzavo moltissimo, nella loro folle genialità. Un bel giorno gli ho buttato lì l’idea di collaborare, e lui ha subito accettato: mi è venuto in mente che avremmo potuto tirare in mezzo anche Nto’, come ciliegina sulla torta. L’ho contattato e lui si è dimostrato subito preso bene all’idea. Sono molto fiero di questo pezzo perché ho scritto io il ritornello, e ho pure azzeccato quasi tutte le parole in napoletano… (ride) Ero un po’ intimorito, ma la sua reazione quando lo ha sentito mi ha molto incoraggiato! È una bellissima persona e gli auguro il meglio per tutti i suoi progetti. E lo stesso vale per Enzo Dong, ovviamente.

B: Un altro featuring che incuriosisce è quello con Gaia Galizia, una delle più interessanti tra le ex concorrenti di X Factor…

M: L’ho conosciuta perché ci capita spesso di frequentare gli stessi locali e le stesse serate: già da prima avevamo molte conoscenze in comune, come i ragazzi di Undamento, e col passare del tempo siamo diventati molto amici. Lei è matta, nel senso più positivo del termine: ha un’attitudine davvero coraggiosa, non gliene frega nulla del giudizio della gente. Si potrebbe pensare che un pezzo come Snitch non sia molto nelle sue corde, ma non è assolutamente così, anzi: quando mi ha fatto sentire il materiale a cui stava lavorando ho capito subito che un gusto molto dirty, all’americana, ci siamo immediatamente trovati sul sound. Il pezzo è nato in studio in maniera molto naturale, grazie anche alla collaborazione di Oliver Dawson che ci ha dato una mano sul ritornello, e siamo molto contenti del risultato.

B: Cambiando del tutto argomento e arrivando a un tasto più dolente, negli ultimi anni – soprattutto quando ancora lavoravi in tv – hai collezionato una quantità impressionante di hater, che ti attaccavano spesso senza motivo e ancora più spesso per motivi assolutamente falsi e pretestuosi. E quest’EP è la miglior risposta possibile ai loro insulti. Come l’hai vissuta in passato, e come la vivi oggi?

M: Io arrivo dalle battle di freestyle: quando ho cominciato a vincerle (essendo piccolo, basso, cicciottello, il classico perdente predestinato, insomma) la gente mi vedeva come il messia, il ragazzino che spaccava i culi. Poi, però, quando ho cominciato a fare tv e a fare le prime collaborazioni importanti, tipo il pezzo nel disco di Donjoe, ho iniziato a notare un cambio di atteggiamento da parte di molti: alcuni vedevano con sospetto tutte le cose che ero riuscito ad ottenere, soprattutto perché le avevo ottenute così giovane, altri erano semplicemente invidiosi, penso. All’inizio non capivo questo atteggiamento, anche perché molte delle cose di cui mi accusavano non avevano senso: tipo il fatto di avere un padre straricco che lavorava in una grossa casa discografica, che mi avrebbe spianato la strada per il successo.

B: In effetti l’accanimento su tuo padre è una delle questioni più paradossali e idiote di questa situazione, soprattutto perché non c’è niente di vero…

M: È una specie di moda, una di quelle leggende metropolitane che si ripetono a pappagallo senza neanche avere idea di quello che significano. E col tempo è diventata una condanna, perché alla gente non importa se sia vera o sia falsa: è diventata una scusa per darmi addosso, da tirare fuori in ogni occasione. Approfittiamone per chiarire: volete sapere chi è mio padre? È un immigrato calabrese, venuto a Milano a 17 anni con una valigia di cartone in cerca di una vita migliore: ha otto fratelli, è invalido, faceva l’operaio tecnico alla Telecom e si occupava di installare i fili del telefono nelle case della gente. È un uomo tutto d’un pezzo, di quelli di una volta: non sa niente di marketing né di musica e ha iniziato ad appassionarsi al rap quando ha visto che per me stava diventando un lavoro. Chi avesse ancora dei dubbi può tranquillamente venire a vedere dove abito e farsi un’idea sul nostro stile di vita.

B: Il tuo sogno, in realtà, è sempre stato quello di fare il rapper: considerando tutti i casini e lo strascico di odio che ti ha attirato addosso, ti penti mai di aver fatto tv?

M: Non la vedo in questo modo. Da un lato ho sempre vissuto le critiche (soprattutto quelle più odiose e gratuite) come il sintomo del fatto che stavo facendo bene le mie cose, perché quando la gente muore così tanto dalla voglia di distruggerti di solito il motivo è quello. È una roba tipicamente italiana: in un paese normale come la Francia o l’America, se sei giovane e capace e hai la fortuna di poterti esprimere in un contesto come quello della tv, la gente ti supporta. Qui, invece, ti devi giustificare e scusare per aver avuto un’opportunità. Spesso, oltretutto, ci sono due pesi e due misure: ci sono rapper che hanno l’espressione imbruttita e si comportano come se venissero dalla strada anche se sono benestanti, e nessuno ha niente da ridire sulle loro contraddizioni. Io invece ho la “colpa” di avere la faccia pulita e di aver fatto tv per un periodo della mia vita, e questo è un delitto che molti non mi perdoneranno mai, anche se di fatto sono sempre stato coerente. Credo di aver fatto cambiare opinione a parecchie persone con Reportage EP, comunque: già dopo aver ascoltato il primo singolo, Che ne sai, per fortuna molti si sono ricreduti. Ma se anche non avessero dovuto ricredersi, pazienza. Io vado avanti per la mia strada.

B: Strada che comprende anche un altro format video, vero?

M: Esatto. Insieme ad Oliver Dawson e ai ragazzi della società di produzione DMB abbiamo deciso di creare una specie di The Flow 2.0. Credo che il vero valore di The Flow sia emerso quando ha chiuso: non esiste più un programma così, capace di raccogliere sia il mainstream che l’underground e di intervistare così tanti artisti in maniera trasversale. L’idea è quello di svilupparlo in maniera più ribelle e ironica: saranno piccole pillole e vere e proprie puntate, condotte da me con la collaborazione di Vivien, anche lei ex volto di Deejay Tv. Verranno rese disponibili sul web, per scelta: siamo tutti convinti che il futuro sia su Internet, dove i contenuti restano disponibili sempre.

B: Restando in ambito di progetti futuri, a questo EP seguirà un album: uscirà con Sony, con cui avevi firmato un contratto qualche anno fa?

M: Non so ancora con chi uscirà, anche se ci sono già diverse realtà interessate. Con Sony ho deciso io, di mia spontanea volontà, di fare un passo indietro: da contratto avrei avuto diritto a pubblicare un album con loro, ma visto che non lavoro più con le persone che mi seguivano quando avevo firmato quel contratto avrei dovuto in qualche modo ricominciare da zero. Ho preferito provare a prendere una direzione diversa, rientrando in gioco da indipendente, e poi vedere un po’ dove mi porta questa strada. In ogni caso voglio prendermi ancora un po’ di tempo per lavorare ai pezzi, anche se ho già parecchio materiale pronto. Se ne parlerà più avanti, non ci sono date prefissate o strategie. E sono molto felice di questa mia scelta.

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