Mistaman: l’intervista

by • 08/11/2016 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Mistaman: l’intervista268

mistaman

Attraversare tre generazioni di hip hop italiano (quella degli anni ’90, quella degli anni ’00 e quella degli anni ’10) restando sempre credibile e attuale non è sicuramente cosa da tutti: Mistaman, però, ci è riuscito. Dal suo esordio, che risale ormai a vent’anni fa con il seminale gruppo Centro13, fino alla pubblicazione del suo ultimo lavoro Realtà Aumentata, senza perdersi in compromessi o in voli pindarici Mista ha sempre rappresentato una grande certezza: è talmente bravo che a volte fatica quasi a spiccare nel mucchio, nel senso che la sua costanza nel mantenere alto il livello è tale che quasi non ci stupisce più quando esce con l’ennesimo ottimo disco. E invece stupirsi è cosa buona e giusta, perché non c’è nulla di scontato nel continuare a combattere la propria battaglia per l’eccellenza anche dopo due intere decadi, senza mai gettare la spugna e arrendersi alla mediocrità dilagante. Abbiamo parlato di questo, e non solo di questo, nel backstage della presentazione milanese del suo album a Santeria Social Club.

Blumi: Partiamo dal titolo, Realtà aumentata. Cosa rappresenta, per te?

Mistaman: Chiaramente non è pubblicità occulta al videogioco dei Pokemon! (ride) Volevo rappresentare la mia visione della realtà: il compito di ogni artista, di qualunque forma d’arte si occupi, è osservare la realtà e darne una propria lettura. Ho cercato di ribadire il concetto anche nell’artwork, dove si vedono queste linee verdi che vanno a sovrapporsi alle immagini, proprio come la mia visione dell’hip hop va a sovrapporsi alla realtà fornendomi delle nuove chiavi di lettura. Nell’hip hop, oltretutto, c’è anche la questione della realness, e il titolo Realtà aumentata mi forniva un gioco di parole perfetto, come a dire che io sono ancora più vero degli altri…

B: A un primo ascolto, tra l’altro, quest’album sembra molto più incentrato sull’hip hop rispetto ai precedenti. È effettivamente così?

M: Esatto. All’inizio volevo fare un album di ampio respiro, vario, che parlasse dei problemi del mondo, ma poi ha preso il sopravvento l’amore per la musica e tutto ciò che avevo in mente nel periodo in cui scrivevo. Questo è un momento in cui molti mi vedono come il portatore della bandiera di un certo tipo di hip hop, e sicuramente la cosa ha influenzato molto il risultato finale.

B: Ma tu ti ci senti, portatore di quella bandiera? O è un onere/onore che ti ha affibbiato qualcun altro?

M: Ogni volta che mi accorgo del fatto che la gente mi vede così, mi sento onorato: l’hip hop per come lo intendo io è un’energia positiva, e sapere che gli altri pensano che io sia un catalizzatore di questa energia è bellissimo, ne sono fiero. Allo stesso tempo, però, è una bandiera pericolosa da portare, perché l’hip hop è anche sfaccettato e mutevole, e ridurlo a un pezzo di stoffa che sventola in cima a un’asta è controproducente. Io, oltretutto, mi sento di rappresentare solo la mia idea di hip hop: mi sento molto più a mio agio a rappresentare me stesso e quello che amo, piuttosto che l’hip hop nella sua globalità.

B: Tu fai rap da vent’anni e passa, ormai…

M: Già, da talmente tanto tempo che non fa neanche più gioco dirlo! (ride)

B: Infatti: considerando le evoluzioni e tutto ciò che la scena è diventata con il passare dei decenni, ti senti ancora a tuo agio nei panni del rapper?

M: In questo disco ci sono diversi punti in cui do voce a questo mio disagio. Alla mia età, e dopo tutto quello che ho fatto, trovare le motivazioni per continuare non è sempre facile: sicuramente non c’è più quella componente di rabbia adolescenziale con cui ho iniziato, ma in fin dei conti ciò che mi fa restare, ciò che mi permette di fare la mia roba in maniera credibile e senza sentirmi a disagio, è l’amore per la musica e l’avere ancora delle cose da dire. La mia vita è cambiata, le mie priorità si sono trasformate, ma fortunatamente non è mai cambiata la mia voglia di raccontare: di mio sono una persona abbastanza introversa e la musica è stata una benedizione, mi ha dato modo di esternare sentimenti e sensazioni che mi farebbero implodere, se me li tenessi dentro. Anzi, sono contento di avere ancora un lato aggressivo che mi spinge a rappare, anche se cerco sempre di non suonare forzato.

B: Ecco, a proposito: per come l’ho percepito io, Realtà aumentata oltre ad essere un album più incentrato sull’hip hop è anche un album mediamente più incazzato, se lo paragoniamo al resto della tua discografia. È così?

M: Questa cattiveria è anche terapeutica. Nell’hip hop c’è sempre stato un senso di rivalsa, ma una regola non scritta è che quell’aggressività va tenuta confinata: nella tua strofa se sei un rapper, sul linoleum se sei un b-boy, sul muro se sei un writer, nelle tue routine se sei un dj. E questo perché, nascendo da un contesto violento, è una cultura che cerca di trasformare la rabbia in qualcosa di positivo. Sicuramente in quest’album sono stato più diretto, ma anche perché ormai mi sento più sicuro e penso di potermi permettere di dire delle cose sapendo che ho pagato i miei debiti.

B: All’inizio dell’intervista dicevi che in origine volevi fare un album di ampio respiro, che parlasse dei problemi del mondo. Quest’idea è un po’ rimasta nella prima traccia dell’album, Apocalypse Yao, che è molto particolare come brano di apertura…

M: E infatti è una dichiarazione d’intenti, tipo “Lasciate ogni speranza voi che entrate”. È un pezzo pesante sia nella forma (quattro strofe senza ritornello, un fiume di parole che ti travolge) che nella sostanza (interpreto il punto di vista dei quattro cavalieri dell’apocalisse). Allo stesso tempo è uno dei pezzi più tecnici che io abbia mai scritto, perché immedesimarmi in modo coerente con i personaggi è stato molto difficile, anche se mi ha dato grandi soddisfazioni. Si può dire che sia una specie di test d’ingresso, perché superato questo pezzo, se sei ancora con me, il resto del disco è tutto in discesa! (ride) Potrebbe sembrare un discorso anacronistico perché oggi l’ascolto della musica è molto frammentato, non si ragiona più ad album ma a singole canzoni; però spero che, se qualcuno arriva ad ascoltare i miei lavori, sia perché ha voglia di entrare nel mio viaggio e quindi mi segua fino in fondo.

B: A cosa ti riferivi invece con Hiphopcrisia?

M: L’idea nasce dall’impressione che oggi per gli artisti, non solo quelli hip hop, la musica passi in secondo piano. Si può dire che sia una specie di sfogo personale: nel ritornello dico che guardando i social sembra che tutti abbiano una vita di successo, mentre invece si va a perdere l’essenza, quella che dovrebbe dare significato al tutto. In chiusura di ogni strofa ripeto “L’hip hop è l’hip hop, e tutto il resto è tutto il resto”; il messaggio è che dobbiamo tornare a ciò che è davvero importante, o quantomeno non dobbiamo dimenticarcelo. Perché tra un instore, un selfie e una diretta Facebook, la musica va a perdersi; e penso che chi segue gli artisti la musica la voglia, e voglia musica solida e duratura. Per me scrivere questo pezzo è stato quasi un flusso di coscienza, con un mood un po’ blues che si appoggia sul beat di Big Joe.

B: Domanda molto poco politically correct: stavi pensando a qualcuno in particolare quando lo hai scritto? Perché ascoltandolo a me un paio di nomi sono venuti in mente…

M: Stavo pensando a tutti, anche perché sono l’unico che non fa i selfie! (ride) Scherzi a parte, capisco che ormai il prodotto da vendere è la vita dell’artista e non solo la musica: da persona innamorata della musica, però, per me è solo quella che conta. Ben venga tutto quello che serve a supportare il suo immaginario, ma a volta mi sembra che si esageri un po’. Ma non sta a me giudicare, anche perché qualcuno potrebbe dire che la colpa è mia, che non mi adatto ai tempi che cambiano e non mi sono aggiornato abbastanza. La mia è solo una riflessione personale.

B: Cambiando argomento, tu sei sempre stato alla ricerca di un suono molto fresco e particolare, anche quando il suono fresco e particolare non andava ancora di moda. Da dove nasce il sound di quest’album?

M: In generale sperimentare nuove sonorità mi piace molto, penso sia uno dei motivi principali per cui è interessante fare musica: se non lo facessi, mi annoierei. Per come funziona l’industria musicale oggi, però, l’attenzione della gente è molto discontinua e va a ondate: bisogna stare attenti, perché altrimenti si rischia che all’improvviso tutti dicano “Okay, questo è il suono fresh” e poi venti minuti dopo cambino idea. La mia è sempre stata una ricerca basata su ciò che mi entusiasma e mi emoziona: per questo progetto ho lavorato soprattutto con Big Joe, con cui si è creata un’intesa particolare. Abbiamo passato settimane ad ascoltare musica che ci piaceva, da cui abbiamo tratto ispirazione. Tutta la TDE, la Atlanta e la Los Angeles di oggi… Abbiamo preso spunto da questi mondi per poi declinarli in maniera personale. Ho sempre voluto alzare l’asticella del mio sound a ogni nuovo lavoro, e penso che Big Joe fosse la persona più adatta per farlo, perché è molto all’avanguardia.

B: Si intuisce che non ami molto programmare il sound a tavolino in base a criteri di opportunità, però: in un altro brano, Se non ti piaccio, scagli frecciatine contro quei “pezzi radiofonici con dichiarazione d’amore ad Usuelli”, per citarti alla lettera… (Usuelli è il direttore della programmazione musicale di Radio Deejay, ndr)

M: Questa l’avranno capita in tre, perché è molto da insider! Voleva essere un’iperbole, ovviamente. Il senso di quel pezzo è che se non piaccio a qualcuno non c’è problema: io non posso e non devo piacere a tutti. Al giorno d’oggi, invece, visto che chiunque ascolta hip hop, i rapper si sentono quasi in dovere di andare incontro al pubblico generalista: a livello di numeri la cosa porta dei risultati, ma è esattamente il procedimento inverso rispetto a quello che dovrebbe fare un artista. L’artista, come dicevamo prima, dà una sua interpretazione della realtà e sta poi alla gente recepirla per com’è. Può incontrare o non incontrare i gusti degli ascoltatori, può essere più o meno comprensibile per gli ascoltatori, ma non deve mai essere dettata dagli ascoltatori. Quello che succede oggi, invece, è che siamo ostaggio del pubblico: si parte da quello che la gente vorrebbe sentirsi dire, lo si dice, la gente lo ascolta e si riconosce nelle nostre canzoni, ma nel mentre nessuno ha fatto un passo avanti, né noi né loro. Esistono anche degli artisti universali che riesce naturalmente a toccare le corde di tutti, ma io non credo di essere uno di quelli: penso che i miei pregi siano altri,come il fatto di centrare dei concetti paradossali con toni ironici, ad esempio.

B: In effetti il tuo modo di scrivere è fin troppo complesso per arrivare a un pubblico generalista. In tutti questi anni non hai mai avuto la tentazione di semplificare, come hanno fatto tanti altri tuoi colleghi per arrivare al successo?

M: In un certo senso l’ho fatto, ma in maniera molto più spontanea e non per arrivare al successo. Nel senso, riascoltando miei vecchi pezzi – magari quando devo preparare un live – mi capita di pensare “Come ho potuto essere così criptico? Chi mai mi avrà capito, in questo passaggio?”. Ora sono meno ermetico, forse. Penso di essere portato per la complessità: anche le cose più semplici come l’amore, la speranza o la rabbia, filtrate attraverso di me diventano complicatissime. Però penso che sia un valore aggiunto, non un difetto: il fatto che le mie strofe si prestino a tante chiavi di lettura diverse non è un male.

B: Tornando ad altri pezzi del disco, in Operazione nostalgia c’è una barra che recita “Prima dell’autotune c’era Nate Dogg”. Al che, ovviamente, non posso che chiederti cosa pensi del dilagare dell’autotune in Italia, e dei sottogeneri che lo utilizzano…

M: Non ho nulla contro l’elaborazione delle auto. Ah, non stiamo parlando di quello? (ride: ovviamente si riferisce al tuning, ndr) Tornando seri, l’autotune l’ho usato anch’io in tempi non sospetti, ad esempio su Struggle Music, e molti dei miei pezzi preferiti hanno l’autotune. Però ho l’impressione che in questo periodo stia diventando uno spartiacque imprescindibile, e che l’opinione del web si stia schierando assolutamente pro o assolutamente contro. Chi ne ha fatto un uso massiccio se ne serve per definirsi come nuovo movimento: è come se dichiarasse forte e chiaro al pubblico “Raga, noi facciamo questo e solo questo”. Non ho nulla in contrario, anzi, credo sia bello che gente con la metà dei miei anni faccia qualcosa di lontano da ciò che ci potremmo aspettare. È anche giusto che ci infastidisca un po’, perché i figli devono sempre uccidere i padri, metaforicamente parlando. Insomma, rispetto la cosa, alcuni pezzi mi prendono bene e mi piace la spensieratezza delle nuove generazioni nell’abbracciare l’innovazione. A differenza di noi, che dai ’90 in poi abbiamo lottato molto di più per emanciparci dai nostri stessi schemi mentali.

B: Nello stesso pezzo dici anche “Questa nostalgia non fa più per me”. In generale sei una persona nostalgica?

M: No, per niente, anzi, guardare troppo al passato mi depotenzia: un giorno volevo cancellare delle foto da Instagram, ho iniziato a fare scroll indietro e dopo dieci minuti ero talmente depresso che ho chiuso tutto! Preferisco guardare avanti: è giusto onorare il passato e trarre insegnamento dagli errori, ma nulla di più. Mi ritengo fortunato di avere vissuto gli anni ’90, un periodo in cui sono usciti alcuni dei dischi più belli di sempre (almeno per me). Esserci stato è una risorsa per me e per la mia creatività, perché quando voglio posso tornare indietro con la memoria e attingere a quel bagaglio culturale; però con moderazione, perché la nostalgia mi avvelena. Il senso del brano è proprio questo: recupero alcuni ricordi in maniera nostalgica, ma di fatto faccio un dissing alla nostalgia.

B: Curiosità: perché hai deciso di non avere featuring in quest’album?

M: La risposta ad effetto sarebbe che i featuring mi rovinano le canzoni! Ma ovviamente la risposta sincera è che a un certo punto mi sono chiuso in me stesso e ho preferito seguire i miei flussi personali, senza sentire l’esigenza di coinvolgere nessuno. È stato un lavoro meno solitario di quello che si pensa, perché ho lavorato a stretto contratto con i produttori: non me la sono sentita di collaborare con altri rapper, però. Quando si va di fretta e si ha un altro lavoro e una vita piena, come capita a me, il rischio è che tutto si riduca a un beat mandato via mail e a una strofa scritta e registrata a distanza: è tutto un po’ troppo asettico per me. Forse ho perso qualcosa in varietà non coinvolgendo altri mc, però credo di averci guadagnato in qualità, beat e atmosfere.

B: Cosa ti aspetta prossimamente?

M: Il tour parte l’1 dicembre, annunceremo presto le date: sarà una realtà aumentata in una dimensione live. Non ci saranno instore, invece, perché quella è una dimensione che non mi si addice. Non escludo che possa capitare qualche incontro in qualche negozio quando saremo in giro, o una festa come quella di oggi in Santeria, ma sarà tutto molto spontaneo: volevo evitare di trovarmi a girare l’Italia e incontrare la gente senza suonare, perché onestamente mi sentirei un po’ scemo! (ride)

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