Mistaman: l'intervista

by • 03/04/2009 • IntervisteComments (0)975

Non c'è bisogno di fare le presentazioni, per introdurre un artista come Mistaman: lo conoscete tutti. Per chi avesse cominciato ad ascoltare hip hop negli ultimi cinque minuti, invece, ecco un brevissimo riassunto del suo cursus honorum. La prima volta che tutta Italia sente parlare di lui è nel 1998 grazie al disco dei Centro 13, Acciaio. Tre anni dopo, è il sodalizio con Shocca a regalargli l'apprezzamento del pubblico: Colpi in aria lascia il segno. Nel 2005 ci riprova da solista con Parole, ed è un'altra piacevole conferma. E arriviamo infine al 2008, con Anni senza fine: stavolta, più che una conferma, è una vera e propria consacrazione.

Illustrazione di Mirko Caruso, tutti i diritti riservati

Blumi
: È passato un bel po' di tempo da Parole. Come mai hai aspettato così tanto a realizzare un nuovo album?

Mistaman: Principalmente perché ho poco tempo libero, e visto che oltre all'hip hop ho molte altre passioni è difficile conciliare tutto. Oltre a questo, devo ammettere che ero rimasto un po' deluso dopo Parole. L'underground ti impone un tetto fisiologico, a un certo punto più in là di così non puoi arrivare: per un periodo ho avuto la sensazione di aver raggiunto quel tetto, perciò ero un po' demotivato, non ero sicuro che valesse la pena rimettersi a lavorare su un nuovo disco. A un certo punto, però, ho maturato un nuovo stimolo, puramente comunicativo: sentivo di dover riprendere quella strada, avevo bisogno di dire la mia sugli argomenti che mi stavano a cuore.

B: A proposito del tetto massimo imposto dall'underground, tu hai curato Anni senza fine con un'attenzione maniacale, con grande dispendio di tempo e fatica. Perché investire tutte queste energie in un album hip hop, in un periodo  in cui anche il pop fatica a vendere?

M: Io amo profondamente quello che faccio. E quando ami qualcosa o qualcuno, non ti aspetti niente in cambio. Dai tutto e non pretendi nulla. Se vuoi una ricompensa, forse non è amore; forse è solo un'ossessione, forse diventa un lavoro, ma sicuramente non è più una pura e semplice passione. Tra l'altro, a proposito dell'attenzione maniacale per i dettagli, non nascondo di aver avvertito una certa pressione (o responsabilità, se preferite) nel realizzare questo disco. Il rap ha sviluppato dei cliché che non mi rappresentano, così come non rappresentano una gran parte degli ascoltatori. Ho pensato che, se dovevo espormi di nuovo con un lavoro mio, doveva trattarsi di un progetto inattaccabile. Come tutti apprezzo i complimenti, ma le critiche mi colpiscono molto di più. Se su cento lodi ricevo anche un solo commento negativo, mi resta molto più impresso. Diciamo che cerco di “cicatrizzare” la ferita che mi ha lasciato quell'unico commento, in modo da non essere più vulnerabile su quel fronte la volta successiva.

B: Anni senza fine ha ricevuto un incredibile successo di critica e di pubblico, se di critica e di pubblico si può parlare in Italia. Anche se la tua carriera è cominciata più di dieci anni fa, si ha un po' la sensazione che solo adesso la gente abbia smesso di classificarti come eterna promessa e ti abbia incluso di diritto nella cerchia di chi ha fatto la storia di questa scena…

M: I feedback che mi arrivano, in effetti, sembrano confermarlo. A volte, però, sono addirittura esagerati: ovviamente mi fanno molto piacere, ma è un po' strano ricevere un commento di apprezzamento su Facebook che recita “Tu sei la verità”! (ride) Forse tutto questo è una conseguenza del mio essere un po' maniacale. La mia politica è di ridurre drasticamente la quantità delle mie uscite a favore della qualità, magari anche il pubblico ha bisogno di un po' di tempo per metabolizzarmi.

B: Forse il tuo ultimo lavoro emerge così tanto anche perché hai riempito un vuoto. Nell'epoca d'oro dell'hip hop italiano la scena era piena di artisti attenti al contenuto e al messaggio, eppure estremamente validi anche dal punto di vista stilistico. Oggi ne sono rimasti davvero pochi…

M: Oddio, non credo di avere tutta questa responsabilità sulle mie spalle. Io sono cresciuto con l'hip hop italiano e nella mia mente ho un'immagine ben definita di cos'era e di cosa dovrebbe  essere. Tematiche, tipo di approccio, realismo… Sono cose su cui rifletto molto. Non credo, però, di essere sullo stesso piano delle persone che ascoltavo negli anni della mia crescita: credo piuttosto di essere una conseguenza di ciò che quelle persone hanno saputo creare. Non ne raccolgo l'eredità, ma non sono il paladino del vero hip hop, anche se magari qualcuno è portato a crederlo. In Quello che non fai ho cercato di dirlo: Non sono un gangsta, non sono un pusher, non sono un old schooler, non sono il tuo guru… Sono semplicemente me stesso e forse è questa la vera differenza, la vera novità rispetto ad altri. Io rappresento solo e soltanto Mistaman. Generalmente ai ragazzi che mi chiedono un consiglio per la propria musica, io ne do due. Il primo, più tecnico, è quello di riascoltare molto spesso le proprie registrazioni, per imparare dagli errori. Il secondo, il più importante, è questo: non cercate per forza di essere originali, cercate di essere autentici.

B: Come tuo solito, hai scelto delle tematiche in cui tutti, anche chi non ascolta rap, possono riconoscersi. La tua è una decisione per così dire strategica, volta a coinvolgere il maggior numero possibile di ascoltatori?

M: È stata innanzitutto un'esigenza comunicativa: io vorrei che questo disco fosse apprezzabile anche da un pubblico più adulto, rispetto alla classica audience del rap. Ricevo dei riscontri molto positivi dagli ascoltatori ultratrentenni, il che mi fa pensare di aver fatto la scelta giusta. Ma la mia decisione c'entra anche con un semplice processo di crescita. Quando iniziamo a fare rap, tutti tendiamo a indossare certi atteggiamenti e cliché come se fossero un vestito, per identificarci con una tendenza e un immaginario. Io al momento non riesco più a identificarmi con quest'immaginario, anche perché l'hip hop l'ho interiorizzato a tal punto che qualsiasi cosa io faccia, anche parlare del costo degli affitti a Treviso, potrebbe essere considerata hip hop.

B: Restando sempre in tema di scelte, perché ridurre i featuring (almeno per la parte dell'mcing) al minimo?

M: I nomi che ho chiamato a rappare sull'album sono amici molto stretti e il motivo è che Anni senza fine è un disco molto personale. Innanzitutto, rispecchia la mia visione delle cose: integrare persone che non hanno davvero condiviso la mia vita e la mia esperienza sarebbe stato in qualche modo una truffa. In secondo luogo, i pezzi sono tutti estremamente tecnici: se analizzi la metrica di alcune strofe, ad esempio quelle di Chi sei?, ti accorgerai che sono modulari, hanno la stessa struttura, ricalcano puntualmente il beat. Ho lavorato su questi aspetti in maniera quasi ossessiva. Non me la sentivo di chiedere agli altri di farsi lo stesso sbattimento! (ride)

B: In effetti, pezzi come M.I.S.T.A.M.A.N. o 100 barre dimostrano il tuo spasmodico attaccamento alla tecnica. Tu sei apprezzato dal pubblico soprattutto come un mc di contenuto, ma in realtà sembra una valutazione un po' limitante…

M: Sì, io sono attentissimo alla tecnica e allo stile. Per fare gli esempi più banali, cerco di sviluppare la rima non solo alla fine della barra, ma anche all'interno della barra. Le strofe, come accennavo prima, sono spesso modulari, anche se non sempre è percettibile e all'ascoltatore resta solo una sensazione quasi inconscia di maggiore musicalità. Inoltre, cerco di dare un preciso valore a ogni parola che uso: in questo non prendo spunto solo dal rap, ma anche da pesi massimi come De André. Esaminando i suoi testi, ci si accorge che nessuno dei vocaboli che usa potrebbe essere sostituito con un altro, perché ha fatto una scelta di stile precisa scegliendo quel sinonimo. Insomma, inviterei gli ascoltatori a dissezionare il marchingegno per capire e apprezzare fino in fondo la fatica che ha fatto l'orologiaio… (ride)

B: Entrando nel merito delle varie tracce, perché aprire il disco con un brano come Se solo avessi, che parla del rapporto di ciascuno di noi con i soldi e l'ambizione? È un argomento che ti tocca molto, visto che ci torni più volte nel corso dell'album?

M: In Se solo avessi faccio una sorta di bilancio sulla mia esperienza musicale degli ultimi anni, che ovviamente ha avuto i suoi alti e bassi. È una specie di dichiarazione d'intenti, anche se riascoltandomi a posteriori mi sento un po' troppe lamentoso e forse questo non è stato un bene. Ma, al di là dell'autocritica, non avrei mai voluto propormi come il classico rapper pronto a spaccare il mondo, perché gli ascoltatori spesso non riescono a riconoscersi in quell'esperienza. In questo caso, il testo trasuda una frustrazione che è più o meno comune a chiunque. Tutti prima o poi mettono l'anima in qualcosa, e a un certo punto hanno la sensazione che il mondo cospiri per non fare andare a buon fine quel qualcosa.

B: Una domanda quasi marzulliana: visto che poni lo stesso quesito ai tuoi ascoltatori per l'intera durata di un brano, ci spieghi chi sei tu, tolto tutto il superfluo?

M: Eh no, così non è valido! In Chi sei? io costruisco l'intero pezzo spiegando quello che non sono, tutto il resto va lasciato all'immaginazione! Scherzi a parte, ognuno di noi è una persona diversa a seconda dei vari individui con cui si rapporta. Io per te sono un rapper, per mia madre sono un figlio, per il mio capo sono un dipendente qualunque… Ognuno è una creatura in movimento, con caratteristiche diverse per ciascun aspetto della propria esistenza. In quel brano critico proprio questo voler cristallizzare la nostra individualità in un solo ruolo.

B: È una teoria sociologica molto famosa, questa: ciascuno di noi ricopre vari ruoli, spesso completamente indipendenti tra di loro, ed è per questo che quando ci capita di interagire contemporaneamente con i nostri familiari, i nostri colleghi e i nostri amici spesso ci sentiamo profondamente a disagio…

M: Già, è il conflitto di ruoli. Io personalmente cerco di appianarlo come posso. I miei colleghi sanno che faccio rap e il mio rap rispecchia la mia personalità, anche se in effetti ci sono anche aspetti meno realistici nelle mie rime (ad esempio, posso assicurarti che non è vero che vado in giro ad ammazzare gli mc). La morale, insomma, è armonizzare i vari aspetti della propria personalità in modo da vivere meglio ed essere più felici.

B: Sempre a proposito di ruoli e aspettative, So che ci sei è una bellissima canzone d'amore. È difficile per un rapper mettere a nudo i propri sentimenti per una donna considerando che, a differenza di molti altri generi musicali, non esistono moltissimi precedenti e che oltretutto il 90% dei colleghi e degli ascoltatori va in giro urlando “No homo!”?

M: Per rispondere a questa domanda mi riaggancerei al discorso che facevo prima, quello sull'essere autentici piuttosto che originali. Io in questa canzone sono stato assolutamente autentico, nel senso che non si tratta di un'astrazione: racconto di sentimenti che ho davvero provato, nella vita reale e per una persona reale. Il valore del brano per me è intrinseco, non l'ho scritto come esercizio di stile e credo che si percepisca. Le canzoni d'amore che arrivano agli ascoltatori hip hop, soprattutto quelle americane, spesso e volentieri sono delle parruccate: recitano la parte degli innamorati, ma cercano sempre e comunque di fare i duri, quelli che hanno il controllo della situazione, in un ambito in cui ogni essere umano è debole e vulnerabile. In So che ci sei, invece, si può leggere un trasporto vero, di quelli che ti lasciano il fianco scoperto, e credo che questo dia un valore aggiunto al pezzo.

B: Una curiosità: in Telecomando è la tv stessa a prendere la parola e a cercare di importi le sue idee. Viene spontaneo fare un parallelismo con Accendimi di Frankie Hi-NRG (inclusa in La morte dei miracoli del 1997, ndr): anche in quel caso era la televisione a parlare direttamente di sé. Era una citazione voluta?

M: Onestamente ho un ricordo molto vago di quell'album: l'ho di sicuro ascoltato quando uscì, ma avevo completamente rimosso l'esistenza di quel brano fino a questo preciso istante! Il pezzo è nato semplicemente da una mia riflessione sulla parola “telecomando”, che in sé include anche il concetto di “te le comando”, intese come le tue scelte. L'invadenza della televisione è sottovalutata, nessuno si rende veramente conto del potere che ha sulle nostre vite. La mia intenzione non era quella di dedicare una canzone alla televisione, ma piuttosto di dedicarle un necrologio: ormai si nutre solo di personaggi che lei stessa ha creato. Fortunatamente esistono altri canali per recuperare informazioni e contenuti e credo che sempre più persone si ribelleranno alla dittatura del telecomando e si rivolgeranno altrove. Insomma, non c'era alcun riferimento voluto a Frankie, anche se a quanto pare ci sono molte analogie tra i due brani. A questo punto sono curioso di riascoltarmi il pezzo! (ride)

B: Parlando invece di sound, da te ci si aspettava dei beat più classici, meno ammiccanti alle nuove tendenze. Li hai scelti così apposta oppure sono i produttori con cui hai lavorato che sono influenzati dal trend del momento?

M: In realtà solo alcuni hanno percepito un'innovazione drastica: molti altri, dopo aver ascoltato l'album, mi hanno detto che dovrei smetterla di usare sempre e solo lo stesso tipo di beat. Magari la novità si percepisce di meno per una questione di bpm: in America, ultimamente, la tendenza è di aumentarli o diminuirli di molto, mentre io mi tengo sempre attorno agli 88/94 bpm del boom-bap classico. Comunque, per rispondere alla tua domanda, sì, abbiamo cercato di fare un lavoro diverso con quest'album: se ascolti i beat di Shocca, ad esempio, ti accorgerai che quelli che contengono campionamenti sono solo un paio, mentre tutti gli altri sono interamente suonati. Gli faccio tanto di cappello, perch&e
acute; ci è riuscito talmente bene che molti sono tuttora convinti che si tratti di campioni. Ho la sensazione, però, che non sia stata resa molta giustizia alla nostra ricerca: a volte è stata accolta con perplessità e altre volte gli ascoltatori non se ne sono neppure accorti.

B: Il vostro tentativo, quindi, era quello di innovare e non solo di cambiare?

M: Noi abbiamo cercato di mantenere un gusto e un sapore classico, ma a livello di costruzione armonica e rifinitura del beat credo che il nostro lavoro debba essere considerato come un passo avanti e non come un passo indietro. È difficile capire quale sarà la prossima tappa verso il futuro dell'hip hop italiano: fare l'occhiolino a tutto ciò che arriva dall'America è pericoloso, perché quel background non ci appartiene. Dobbiamo trovare una strada originale, che sia genuinamente nostra: noi ci abbiamo provato a modo nostro, ovvero provando a fare i musicisti e aggiungendo una dimensione melodica alla nostra produzione. Magari con risultati alterni, ma era giusto correre il rischio. Crediamo fortemente nell'utilizzo di sonorità più nuove.

B: In Superfunkycrazyfuturisticpsychojoints tu e Mad Buddy le definite “psichedelici suoni tabù”: tabù nel senso che è meglio non utilizzarli, se non si vuole rischiare il linciaggio da parte dei puristi dell'hip hop classico?

M: Quel particolare verso è di Mad Buddy: non so cosa intendesse dire nel suo delirio lirico, ma questa tua interpretazione mi piace! (ride)

B: Cambiando totalmente argomento, che significato ha la copertina del disco e la tua maglietta ricoperta da mille parole scritte a mo' di logo?

M: C'è un dettaglio che forse non si è notato: tutte le parole sulla maglietta sono in qualche modo collegate allo scorrere del tempo. È un riferimento al titolo Anni senza fine e ai diversi concetti di passato, presente e futuro. L'idea è di mostrare in qualche modo quello che ho, quello che porto dentro di me. Tutta la grafica dell'album è ad opera di Mecna e la scelta alla base è quella di distaccarsi dal classico immaginario visivo dell'hip hop.

B: A proposito, ti faccio come ultima domanda quella che avrebbe dovuto essere la prima: come mai il titolo Anni senza fine?

M: Il titolo è preso in prestito da un romanzo di fantascienza (Anni senza fine di Clifford D. Simack, ndr) che ho trovato geniale. Non voglio rovinare la sorpresa a nessuno, perciò potrei riassumere la trama così: i cani hanno preso il controllo del mondo, ma anche le formiche hanno qualcosa da dire in proposito. Ovviamente le tematiche del disco non c'entrano molto con quelle del libro: mi ha ispirato perché sentivo di essere nel bel mezzo di un percorso. Insomma, gli anni senza fine li vedo sia quando guardo dietro di me, sia quando guardo davanti a me. Ma gli anni senza fine sono anche quelli dell'hip hop italiano, che non finiranno se sapremo evolverci e pensare al futuro.

B: Rimanendo in tema, allora, raccontaci dei tuoi progetti futuri…

M: Sto continuando a scrivere, ovviamente. Il progetto che al momento mi tiene più impegnato, però, è quello di strutturare meglio il lavoro del collettivo Unlimited Struggle. Stiamo cercando di capire tutti insieme come muoverci a livello pratico. In Italia non esiste più una via di mezzo tra l'autoproduzione e la major, tra l'underground che non ti permette di arrivare in radio e la promozione a tappeto che punta ai grandi numeri. Ci piacerebbe diventare quella via di mezzo e unire le forze con altre persone che abbiano una visione e un approccio simili.

Per commentare: http://community.hotmc.com/forum/index.php/topic,4204.0.html

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