“Mi sento cresciuto sia a livello umano che creativo”: Lazza torna con Re Mida, tra pianoforte e arroganza

by • 08/03/2019 • Copertina, RecensioniCommenti disabilitati su “Mi sento cresciuto sia a livello umano che creativo”: Lazza torna con Re Mida, tra pianoforte e arroganza222

Questa cosa del pianoforte per me è una cosa bella e una cosa brutta – mi piace suonare ma non in pubblico, a livello emotivo me la vivo male”: esordisce così Lazza, nel mezzo della conferenza stampa, quando qualcuno gli chiede se pensa di portare il pianoforte in tour con il prossimo disco. La presentazione di Re Mida, il suo nuovo disco – fuori per 333 Mob e Island Records -, vede infatti protagonista proprio lo strumento musicale indissolubilmente legato al suo percorso, musicale e personale. Prima di essere rapper Lazza è infatti musicista, cresciuto con gli studi in conservatorio, ed è letteralmente impossibile notare questo aspetto: sia in Zzala che in Re Mida – sebbene forse in maniera meno appariscente – il piano è praticamente onnipresente, fil rouge che collega i brani, ossatura principale della musicalità di gran parte del disco. Dopo due anni di attesa, le aspettative sul nuovo lavoro del rapper milanese erano altissime, alimentate da un lungo tour che lo aveva visto riscuotere consensi in tutto lo stivale. Re Mida arriva sul mercato con lo scomodo paragone del disco precedente, un lavoro vario e apprezzatissimo da critica e pubblico. “Spero di alzare l’asticella, di andare sopra il primo disco”: Lazza è consapevole che il vero metro di paragone è lo scorso album, un connubio perfetto di ricerca musicale, lirica e tecnica, che rende ancora più impegnativo un ostacolo di per sé già complicato come quello del secondo disco. Non ha però paura del confronto, sa di aver lavorato e non solo a livello musicale – “mi sento cresciuto, sia a livello umano che creativo” -, consapevole di avere una marcia in più. Molti infatti gli chiedono sempre più spesso di rafforzare la commistione tra musica classica e rap, andando quasi contro i canoni del genere; non mancano però voci che lo hanno spronato a farlo comunque – come ricorda a più riprese, soprattutto Slait -, aggiungendo che in effetti per lui si tratta di “una commistione naturale”. (continua dopo la cover / a cura di Moab)

In studio è un continuo scontro, che ci permette però di migliorare il risultato finale”, dice Lazza, quando parla del percorso creativo che vede massicciamente coinvolto il resto della 333 Mob: il già citato Slait, Low Kidd nelle vesti di produttore, Moab al reparto grafico. Nel risultato finale sembra quasi possibile percepire le influenze di ciascuno di loro, che finiscono però per creare un amalgama perfetto, omogeneo, in grado però di suonare allo stesso tempo vario e coinvolgente. Sebbene in alcuni punti le sonorità sembrerebbero ripetersi, la densa fase di ascolto – 17 tracce, considerando le due bonus della Deluxe Edition – risulta in realtà scorrevole e fluida, grazie anche ad un’ottima costruzione della tracklist. I mood e le atmosfere dei pezzi risultano infatti variegati, aiutati anche della presenza di featuring importanti, in grado di arricchire il progetto con le proprie peculiari matrici stilistiche – senza però andare a cozzare con l’impostazione di Lazza. Fabri Fibra, Izi, Tedua, Luchè, Guè Pequeno, Giaime, Kaydy Cain: più generazioni, più nazioni addirittura – Cain è infatti spagnolo –, che arricchiscono un mosaico di suoni, delivery, attitudini. Fabri Fibra si misura in un esercizio di stile con leggerezza ma potenza, Izi, Tedua e Giaime arricchiscono il disco con le rispettive sfumature della cosiddetta new wave, Luchè e Guè regalano strofe da manuale, soprattutto dal punto di vista della personalità. “Sono tutte persone con cui ho dei rapporti, i featuring vengono vene solo se c’è piacere nel collaborare”: le parole di Lazza confermano l’impressione che i feat siano arrivati con estrema naturalezza, adagiando ciascun rapper su un tappeto sonoro perfetto per le rispettive qualità – menzione d’onore per la love song atipica con Tedua, Catrame, un brano che ha tutte le carte in regola per diventare una hit virale.

Re Mida è un disco che racchiude al suo interno il meglio di Lazza: il lato arrogante, quello zarro, quello autocelebrativo – una sfida tra lui e Gunna in quanto a name dropping di brand di alta moda sarebbe leggendaria -, ma anche quello introspettivo e riflessivo, che si guarda intorno consapevole che quando arriva il successo, non è tutto oro quello che luccica. Sebbene non ci siano brani dai mood fortemente malinconici come alcuni episodi di Zzala, basta un pezzo come Re Mida – la title track – a far capire quanto un certo approccio non scomparirà mai dal rap di Lazza. Vanno bene le citazioni alla cultura pop, alla musica, al cinema, alla televisione e a tantissimi altri universi culturali; alla fine, però, bastano anche solo un piano e una batteria per dar vita ad un pezzo che, senza melodrammi e tinte tragiche, parla direttamente al cuore degli ascoltatori. Questo è Lazza, questo – e molto altro – è Re Mida.

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