Metro Stars: l'intervista

by • 12/10/2007 • IntervisteComments (0)400

Dopo una stagione molto fortunata per il duo italo-luganese Metro Stars, incontriamo Michel e Maxi B per parlare dei loro progetti passati, presenti e futuri, ma soprattutto per raccontare con loro di un hip hop italiano semplice, vissuto e possibile, in cui la voglia di fare musica prevale su ogni problematica e vince contro ogni previsione.

Blumi: Voi due vi conoscete da dieci anni, ma avete unito le forze da relativamente poco. Come mai?

Michel: Come Metro Stars abbiamo cominciato a lavorare insieme nel 2005, ma avevamo già collaborato varie volte prima di allora.

Maxi B: Finita la promozione dei nostri rispettivi album, Tangram e Da lontano, avevamo entrambi in mente di dedicarci a progetti molto simili; dato che ci stimavamo reciprocamente sia a livello artistico che a livello umano, abbiamo pensato che sarebbe stata una buona idea collaborare. Ci sembrava un po’ riduttivo, però, fare un disco nostro senza essere una formazione "ufficiale", ma come due unità distinte che lavorano insieme per un po’; così abbiamo deciso di unirci come Metro Stars. Quando hai un gruppo tuo, lavori in modo completamente diverso: sei più attento a ciò che fai, ti prendi più volentieri oneri e onori… Possiamo dire che per noi la cosa ha funzionato perfettamente: anche se ovviamente ci occuperemo anche di progetti solisti, abbiamo intenzione di andare avanti insieme ancora a lungo, crediamo moltissimo in questo sodalizio.

B: Potremmo considerarvi artisti a cavallo tra due scene, quella italiana e quella svizzera. A quale sentite di appartenere di più? Quali sono le differenze tra le due?

Ma: Più che essere a cavallo tra due scene, noi apparteniamo a due scene. La cosa, ovviamente, ci fa sentire molto fortunati rispetto ai colleghi che hanno la possibilità di muoversi in uno solo dei due ambiti: hai più persone che ti supportano e due realtà molto differenti a cui attingere. Ci sentiamo particolarmente legati a quella italiana per via della nostra provenienza – entrambi abbiamo vissuto a lungo a Varese e siamo cittadini italiani quanto al passaporto – ma non neghiamo che per noi Lugano e la Svizzera sono fondamentali. La nostra è una città tranquilla, ma nel contempo è vicina a grandi centri nevralgici della musica europea, come Milano o Zurigo. Parlando della scena ticinese, è una realtà molto più piccola di quella italiana: proprio per questo, credo, il pubblico si affeziona molto di più e anche radio e televisioni ci danno molto più supporto.

Mi: Già, ci danno uno spazio che in Italia sarebbe impossibile ottenere con un album autoprodotto. Sia Lugano rmx che To the top stanno passando in rotazione continua in radio: credo che a livello di esposizione mediatica, con le dovute proporzioni, se fossimo in Italia l’unico metro di paragone sarebbe Fabri Fibra.

B: Da quello che raccontate, sembrerebbe che la vita dei musicisti svizzeri sia più semplice di quella dei colleghi italiani…

Ma: Beh, non esattamente più facile, ma non si può negare che i musicisti svizzeri sono agevolati su alcuni aspetti più tecnici e logistici del mestiere. L’esempio più banale è la differenza tra la Siae e il suo corrispettivo svizzero, la Suisa: in Italia devi pagare per depositare e commercializzare i tuoi brani (vedi i famosi bollini da apporre sui cd), mentre da noi ti limiti a notificare la tua musica e ti vengono pagati i diritti. Per quanto riguarda il resto, certo, essendo una realtà più piccola abbiamo qualche opportunità in più di farci notare, ma comunque gli sbattimenti per emergere restano sostanzialmente gli stessi.

B: A differenza di quanto accade ultimamente, Cookies & Milk è un disco che affronta argomenti molto quotidiani e tangibili e si lascia ben poco andare a incursioni in tematiche rap. Come mai questa scelta?

Ma: Cookies & Milk è il nostro primo disco ufficiale e questo per noi significava molto. Abbiamo deciso di realizzare un album che rispecchiasse in pieno la nostra filosofia, ovvero che l’hip hop si fa e non si dice. È inutile che io vada a raccontare in un pezzo quanto sono bravo: la gente giudicherà già dalla mia musica se sono bravo o meno. A livello artistico, noi puntiamo molto sul messaggio di fondo: abbiamo la fortuna di girare molto e quindi di avere molteplici fonti di ispirazione. E quando andiamo in giro a suonare, ci rendiamo conto che con il pubblico i punti di contatto più forti riguardano proprio la vita, le esperienze condivise, le riflessioni su un universo comune… La nostra esperienza dell’hip hop si basa su questo, ed è questo che vogliamo raccontare. Poi, chiaramente, non siamo certo contro le canzoni leggere: in Metrotape vol. 1, che è appena uscito, abbiamo realizzato moltissimi brani dall’anima più party, pensati appositamente per essere suonati sul palco, dal vivo.

Mi: L’idea di fondo è proprio questa. Un conto è preparare alcuni brani sapendo in partenza che li utilizzerai solo nell’ambito dei live; tutt’altra cosa è realizzare un intero disco di punchlines. Corri il rischio che la gente che ti ascolta ti identifichi solo con la tua voglia di autocelebrarti e questa sarebbe una dimensione troppo riduttiva, per quanto ci riguarda. Noi, oltretutto, siamo da sempre dei grandi amanti dello storytelling, perciò cerchiamo ogni volta di raccontare storie che valga la pena ascoltare.

B: A proposito di questo, Maxi, tra tutti i tuoi testi ce n’è uno che mi ha colpito particolarmente: True feeling, in cui racconti in maniera molto vivida dell’assenza di tuo padre. Non capita spesso che qualcuno metta a nudo sentimenti e storie così private. Come hai maturato la decisione di farlo? È stato difficile?

Ma: Considerando che in questo caso non si tratta di uno storytelling, ma di una vicenda reale, sono in molti a sorprendersi del fatto che abbia deciso di parlarne in un testo. Alcuni amici mi hanno addirittura detto che sembra che io abbia più attitudine ad espormi in una canzone, piuttosto che nella vita vera. Non c’è una motivazione precisa, a dirla tutta: mi viene molto più naturale parlare di esperienze che ho vissuto, piuttosto che di esperienze che non ho vissuto. È uno dei motivi per cui non sforniamo decine di pezzi all’anno: abbiamo bisogno di provare sulla nostra pelle nuove sensazioni, prima di raccontarle.

B: Cambiando argomento, tuoi beat, Michel, sembrano ispirarsi a un gusto molto classico: sei anche tu un’irriducibile del campione golden age o conti di sperimentare altre vie, prima o poi?

Mi: Lo sto già facendo, a dire il vero. Il campionamento resterà sempre la mia grande passione, ma mi rendo conto che non si può restare perennemente legati agli standard di dieci anni fa. Ci sono moltissimi ragazzi che si accostano adesso all’hip hop e che vedono la golden age come un periodo che non gli appartiene del tutto, un po’ come succedeva a noi con l’old school: per riuscire a parlare anche a loro, ho bisogno di rinnovarmi. Ho cercato di introdurre suoni più freschi, soprattutto nelle batterie e negli arrangiamenti, in modo da dare una connotazione più attuale al risultato finale. Un po’ come fa Alchemist, insomma, che ha trovato un buon modo per integrare arrangiam
enti strumentali e synth con il sampling vero e proprio. Per quanto riguarda le mie nuove strumentali, c’è sempre un campione anni ’70 che sostiene l’intero groove dell’arrangiamento, ma collateralmente ho arricchito la struttura con alcuni spunti concepiti e suonati da me. Se prima questi elementi secondari erano comunque campionati da altri dischi, ora utilizzo dei plug-in appositi. La differenza al mio orecchio è enorme.

Ma:
Convincerlo a sperimentare nuove vie è stata un’impresa titanica, credetemi. Ancora adesso mi sembra strano sentire Michel, un tempo noto come “L’uomo che scomponeva i campioni in mille pezzi”, che parla con la massima tranquillità di tastiere e synth… (ride)

B: Recentemente avete pubblicato una sorta di street album, Metro Tape vol. 1, che contiene vari inediti, ma anche alcuni brani già presenti nel vostro precedente lavoro. Come è nata questa idea? Perché non dedicarsi direttamente a un nuovo disco?

Ma: Come già accennavo prima, per noi un album ufficiale è un processo a maturazione lenta: abbiamo bisogno di vivere nuove esperienze e consolidare insieme i rispettivi spunti, prima di metterci al lavoro. Oltre a questo, nell’ultimo anno Cookies & Milk è diventato un vero e proprio live show: tra Italia e Svizzera abbiamo collezionato una serie incredibile di date, suonando praticamente tutte le settimane. Sull’onda della cosa, gli organizzatori ci chiedevano concerti sempre più lunghi e noi ci siamo resi conto di non avere abbastanza pezzi per questo. Abbiamo preso l’abitudine di inventarci sempre nuovi pezzi, più veloci e carichi: lo facevamo ovunque, in macchina, sul palco, davanti a una birra… Visto che il risultato di queste "improvvisazioni" ci soddisfava, abbiamo deciso di raggrupparle insieme a qualche remix e di raccogliere il tutto in una sorta di street album.

Mi: A conti fatti, è stata la scelta giusta. Proprio perché si discostano dal nostro stile abituale, alcuni dei brani di Metro Tape ci hanno fatto conoscere a chi non si era mai interessato troppo a Cookies & Milk. Chi ci conosceva precedentemente, invece, ha avuto l’occasione di vederci in una veste diversa e di apprezzarci in tutte le nostre sfaccettature. Nel rap c’è il momento della riflessione e quello del divertimento: grazie a questo street album, siamo finalmente riusciti a rappresentarli entrambi.


B: Ricollegandoci al discorso dei live, ho l’impressione che vi divertiate moltissimo a suonare dal vivo: in particolare ho molti ricordi di te, Maxi, impegnato a fare live perfino in jam minuscole sparse nella campagna lombarda, senza menartela se il palco era fatto di bancali e nel pubblico c’erano tre persone… Confermate?

Ma: Esatto, è proprio così. Per noi non è importante il prestigio della location o la mole del pubblico: portiamo la nostra professionalità di musicisti in qualunque circostanza, e in qualunque circostanza cerchiamo di dare il meglio. E il metodo dà i suoi frutti, visto che come gruppo ai concerti riusciamo a vendere un numero di copie pari o superiore a quello dei negozi. Abbiamo suonato in festival prestigiosi come in jam sfigate dove magari l’impianto non funziona, ma il messaggio riesce ad arrivare lo stesso. Per come la vediamo noi, finché la gente non ti vede suonare dal vivo non avrà mai un’idea precisa di quello che sei e se è giusto o meno comprare il tuo album. Saper tenere il palco, utilizzare correttamente il microfono e trasmettere la tua energia agli altri è una parte fondamentale dell’hip hop, al pari del saper tirare fuori buone rime: spiace constatare che molti nuovi gruppi non prendono la cosa troppo sul serio. Se vogliamo che la nostra scena esca dalla dimensione amatoriale e passi a quella professionale, questi dettagli sono fondamentali. Non c’è bisogno di un allestimento scenico spettacolare: per fare le cose in grande bastano davvero un dj e un mc e credo che chiunque abbia visto un live di Method Man o di Lord Finesse sia d’accordo.

B: A proposito di scena, non siete certo gli ultimi arrivati, eppure in un certo senso sembrate essere esenti dalla sindrome da eminenza grigia del rap: fate i vostri dischi con molta tranquillità, non si ha notizia di eventuali beef o antipatie manifeste, non scalpitate per apparire. Qual è la vostra ricetta?

Mi: I beef non servono a niente, a meno che non si parli di bistecche. Finito il solito scambio di battute al vetriolo, tutto quello che resta è l’energia negativa che ha scatenato. Dal canto nostro, cerchiamo di lavorare bene con tutti. In questo ci aiuta molto il nostro essere maniaci della professionalità: per non avere problemi con nessuno devi essere preciso, corretto e coerente, ma soprattutto suonare con la voglia di costruire qualcosa, non di distruggere. Tante volte i guai cominciano perché alcune cose non dette a tempo debito vengono fuori nel momento più sbagliato: nei limiti del possibile, noi cerchiamo sempre di mettere in chiaro le cose dall’inizio per poi andare avanti con serenità.

Ma: È molto facile essere protagonista di un beef che dura una stagione, ma è molto più complicato farti ricordare per aver creato qualcosa di duraturo e valido. E poi, sinceramente, se proprio dobbiamo importare la tradizione dei beef in Italia, impariamo dagli americani: facciamo come Nas e Jay-Z, che se la sono giocata bene e ne hanno tratto beneficio a entrambi. Temo, però, che come Metro Stars non siamo tagliati neanche per quel tipo di faida. Tutt’al più ci è capitato di lavorare con persone che in quel periodo stavano litigando tra di loro e siamo riusciti ad arrivare fino in fondo, semplicemente cercando di essere sinceri, non prendendo posizione e facendoci gli affari nostri. È quello che è successo con Tormento e Fabri Fibra, che siamo riusciti a portare sullo stesso album senza drammi.

B: Progetti futuri?

Ma: Innanzitutto stiamo lavorando al mio disco solista, che si chiamerà Il cantastorie. A livello di procedimento e intenti non cambierà molto rispetto ai progetti targati Metro Stars: Michel sarà parte integrante della cosa, l’unica differenza è che il suono sarà più orientato su un gusto mio personale, piuttosto che su quello condiviso che ci siamo costruiti insieme. A parte questo, stiamo terminando la lavorazione del video de La scimmia (cogliamo l’occasione per ringraziare SirBod, Mastino e tutti coloro che ci hanno aiutato nel realizzarlo) e quello di Dillo ancora, realizzato da Davide Molinelli. Stiamo girando moltissimo live e nei primi giorni di ottobre suoneremo in Germania a fianco di un artista tedesco con cui stiamo collaborando.

Mi: Abbiamo all’attivo anche un paio di recenti featuring: quelli con Darmon King, Fadamat, Rapbull, Pesi Piuma e diversi altri. Abbiamo in ballo anche una partecipazione a un mixtape internazionale, una cosa che ci rende particolarmente orgogliosi: l’idea è nata da un gruppo di hip hopper tedeschi che stanno raccogliendo brani da tutta Europa e hanno scelto noi in rappresentanza dell’Italia. Inoltre abbiamo realizzato recentemente un singolo per beneficenza, dal titolo Fuori controllo, che raccoglierà fondi per la squadra svizzera delle Paralimpiadi: è il nostro primo progetto in collaborazione con una grossa etichetta, la Round Music, e i proventi andranno interamente a fi
nanziare gli atleti in questione, aiutandoli a pagarsi il viaggio per la location delle gare.

www.raprat.com

www.myspace.com/metrostarsrap

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