Merio: l’intervista

by • 05/11/2018 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Merio: l’intervista183

L’interruzione del progetto Fratelli Quintale, avvenuta ormai due anni fa, aveva lasciato moltissimi fan del duo piuttosto spaesati. Dopo gli ottimi risultati del loro ultimo disco Tra il bar e la favola, Merio e Frah avevano infatti deciso di mettere in pausa il loro percorso congiunto per concentrarsi meglio sulle rispettive carriere soliste; a posteriori, la scelta ha fatto del gran bene ad entrambi, soprattutto dal punto di vista artistico. Frah ha raggiunto numeri impressionanti con il suo ultimo progetto, virando su un approccio più it-pop e urban, mentre Merio ha mantenuto una venatura fortemente eclettica, continuando a sperimentare e spaziare su più generi. Il risultato di questa sperimentazione si intitola Pezzi di Merio: un album intimo e personale, ma al contempo scorrevole e vario: l’abbiamo intervistato per scoprire qualcosa in più riguardo la gestazione del progetto e, soprattutto, riguardo l’ormai iconico coniglietto bianco che sembra accompagnarlo ovunque! (continua dopo la foto)

Riccardo Primavera: Pezzi di Merio è il tuo primo progetto solista dall’interruzione del progetto Fratelli Quintale, avvenuta due anni fa. Nel frattempo, un bel po’ di singoli dal mood e dai suoni variegati, a ribadire la natura eclettica della tua musica. Sei soddisfatto dei feedback che ti stanno arrivando per questo nuovo album? Come ti senti in questo momento?

Merio: Ne parlavo oggi con loro (il suo team, seduto accanto a noi durante l’intervista, ndr), sono sinceramente contento di come sta andando il tutto, non me l’aspettavo per niente. Sta venendo apprezzato anche da gente che non mi conosceva, che mi ha conosciuto adesso con questo progetto, quindi sono super soddisfatto.

R.P.: Il disco si apre con Come No, un pezzo spiccatamente rap e piuttosto aggressivo, nelle liriche e nelle atmosfere. Immediatamente dopo arriva però Settembre, dalle atmosfere più leggere, con un pizzico di malinconia, come un banco di nuvole che spezza la serenità del cielo. È più facile scrivere una canzone in stile Come No o in stile Settembre?

M.: Eh, dipende (sorride, ndr). Come No è uno di quei pezzi istintivi che magari non ti impegna troppo tempo a scriverlo, non ci sono troppe riflessioni a livello di barre. Settembre effettivamente non ti posso dire sia stata più faticosa – mi è venuta fuori molto easy in realtà – però è uno di quei pezzi che nascono solo in un momento particolare, non se dici “ok, ora vado in studio e faccio un pezzo”. Come No invece può essere visto come una sorta di freestyle, un flusso di idee arrivato sul momento. Però a livello di difficoltà non li vedo un più o meno facile dell’altro; sono proprio due approcci alla scrittura differenti.

R.P.:Ho un paio di ricordi da zittire” – recita così un verso di Testimoni; qual è il tuo rapporto con il passato e in generale con il concetto di “rimorso”? Hai qualche rimpianto legato alla musica?

M.: Rimpianti non ne ho, assolutamente, però essendo una persona nostalgica e riflessiva a volte mi soffermo sulle scelte che ho fatto e penso che avrei potuto prendere le cose diversamente, però senza rimpiangere nulla; semplicemente ripenso al modo in cui le ho affrontate. Detto questo, non sono una persona che si guarda indietro, anzi… Guardarsi indietro è sbagliato, ma è altrettanto sbagliato dimenticarsi il passato. (continua dopo l’immagine)

R.P.:C’è chi vuole trovare un senso chi solo gli applausi”: in Tobacco sembri lanciare una frecciatina alla musica costruita solo per ricevere consensi, piuttosto che per capire se stessi e comunicare con gli altri. Quanto è terapeutico per te fare musica?

M.: La musica è il mio psicologo, l’aspetto terapeutico è essenziale (sorride, ndr). A volte ho proprio bisogno di scrivere, quando mi sento “pieno” devo buttare fuori qualcosa, molto più spesso l’approccio alla musica è questo, non tanto quello alla “ok devo fare un pezzo”. Ad esempio oggi parlando con Markino (il suo produttore, ndr) gli ho detto “frate, ho bisogno di andare in studio, mi sento un sacco di roba addosso e devo tirarla fuori”. Magari neanche io so bene cosa ho addosso, però è come quando sei sbronzo, ad una certa lo senti che devi sboccare (ride).

R.P.: Quindi raramente entri in studio senza avere addosso queste sensazioni?

M.: No, anche perché per quanto mi riguardo capisco come sta andando una sessione in studio da come vanno i primi 20 minuti, capisco se si sta creando qualcosa, altrimenti mi rendo subito conto che non è giornata e lascio perdere.

R.P.: Nel disco riesci a coniugare, in maniera equilibrata e per nulla artefatta, atmosfere, peculiarità e suoni appartenenti a diversi generi musicale, dal rap puro all’indie, passando per il pop. Per questo ci tenevo a chiederti, quali sono gli artisti che ti hanno influenzato o ispirato durante la lavorazione di Pezzi di Merio?

M.: In generale parecchia della roba nuova, il modo in cui si è evoluto il rap negli ultimi anni. Con i Fratelli Quintale veniamo da una scuola di rap molto più grezza, legata alle barre, mentre oggi la musica si è evoluta, è contaminata – nel senso buono del termine. Ho quindi voluto provare a fare proprio delle canzoni, lavorare su delle linee melodiche, uscire dalla mia zona di comfort, come in Plexiglass o Tobacco. È proprio la roba fresca ad avermi stimolato, a me la roba nuova fa andare fuori di testa, non vedo più confini – prima era tutto a comparti stagni, ora invece ci ispiriamo tutti da tutto. È una sfida con me stesso, venendo da un certo tipo di scuola volevo proprio andare avanti a livello musicale, a tirare fuori qualcosa di nuovo.

R.P.: Ascoltando brani come Sempre, sembreresti essere in grado di dare il meglio di te su beat dalle atmosfere eteree, quasi sognanti, nei quali la voce sembra riempire gli spazi come fosse essa stessa uno strumento musicale. Scrivi in base all’ispirazione che ciascun beat ti dà oppure inizi a scrivere anche senza una strumentale?

M.: Dipende. In linea di massima, quando entro in studio con Markino gli dico “vorrei fare qualcosa del genere” e ascoltiamo una miriade di pezzi diversi, cercando dell’ispirazione a livello di atmosfere, lavorando insieme sulle linee melodiche. Per Settembre invece, ricordo che nacque perché all’epoca Markino mi stava insegnando a suonare la chitarra e una volta tornato a casa suonai un giro del cazzo (ride), e tornato in studio gli chiesi di risuonarlo e da lì nacque il pezzo. Non mi limito mai, prendo tutto come una sfida, perché secondo me se resti nella tua comfort zone finisci per morirci dentro. Mi piace uscire, andare oltre i limiti, non ho un modus operandi standard.

R.P.: Un’ultima domanda, una curiosità più che altro: come mai questo coniglietto bianco ultimamente è onnipresente nel tuo immaginario? Nasconde qualche plot twist in stile Donnie Darko?

M.: (ride) Beh anche, in linea di massima questo coniglietto bianco per me ha rappresentato la luce in fondo al tunnel, ma voglio lasciare agli ascoltatori libera interpretazione. Nella cultura di massa gli sono stati assegnati tantissimi significati, pensa a Matrix o ad Alice; per me si lega al periodo in cui ho scritto Viola e ho preso determinate decisioni nella mia vita, per me indica proprio la luce in fondo al tunnel. Un messaggio del tipo “vai a persegui, a costo di rischiare tutto”. E poi è stato un ottimo simbolo per il guerrilla marketing a Brescia (sorride, ndr).

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