Med’uza & dj Lugi: l’intervista

by • 10/02/2014 • Copertina, IntervisteComments (0)1282

Immaginatevi se i Roots fossero italiani e se la loro ispirazione fosse prevalentemente funk/soul/jazz: chi sarebbe l’mc ideale per capitanarli? Ma naturalmente dj Lugi, forse il rapper più musicale della penisola. Sarete lieti di sapere che è più o meno quello che è successo: in seguito a un esperimento molto particolare portato avanti in un parco di Bologna, infatti, l’artista ha unito le forze con i Med’uza, una formazione strumentale che non ha nulla da invidiare a quelle di oltreoceano, per dare vita a un delizioso progetto che fonde il rap e tutte le altre declinazioni della black music in un mix davvero convincente. Il primo singolo potete ascoltarlo in streaming qui, ma in attesa dell’album abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Lugi e con Gaetano Alfonsi, batterista dei Medu’za per scoprire qualcosa di più su di loro.

Blumi: Come nasce l’incontro tra Lugi e il progetto Med’uza?

Lugi: Tutto è cominciato con la mia partecipazione ad alcuni loro live: sostanzialmente, loro suonavano dei brani strumentali su cui io avevo adattato dei miei testi. Tra questi pezzi, uno dei più riusciti era sicuramente Alla lontana e così, quando i Med’uza hanno deciso di lavorare a un album vero e proprio, abbiamo deciso di registrarlo.

B: Gaetano, voi Med’uza invece come avete scoperto l’hip hop? È facile che un ascoltatore di rap inizi ad interessarsi anche a soul, funk e jazz, mentre viceversa è molto più raro…

L: Beh, era anche ora che succedesse! (ride)

Gaetano Alfonsi: Noi veniamo tutti dal jazz, dal funk e dal rock, ma l’incontro con Lugi è stato molto naturale e ci siamo trovati subito in sintonia: pur non suonando uno strumento vero e proprio, ne suona uno tutto suo, ovvero le sue rime, che ci hanno sempre appassionato. Lui, dal canto suo, è un grande appassionato di musica black a tutto tondo, e quindi ci siamo trovati benissimo. A dire il vero, comunque, il nostro rapporto è cominciato al parco…

L: Proprio così! (ride) La primissima volta che abbiamo suonato insieme è stato in un parco, dove abbiamo fatto una jam con un bassista, una batteria, un computer e un ghettoblaster, a beneficio dei b-boy e in particolare dei Wired Monkeys, una crew di Bologna che di solito si allena lì.

B: Chi sono i membri del gruppo?

G.A.: Med’uza è un trio: Nico Menci al piano, Michele Manzo al basso e io alla batteria. Lugi è un ospite molto speciale del nostro album. Che peraltro conterrà diversi altri featuring, ma abbiamo voluto partire con il meglio del meglio! (ride)

B: Ecco, parliamo dell’album, che non è ancora uscito. Cosa dobbiamo aspettarci?

G.A.: Brani strumentali e altre performance più simili al singolo. In generale, comunque, c’è sempre questa grande commistione tra diversi ambiti della musica black.

L: Diciamo che è un tentativo di declinare il fascino del beat in tutte le sue forme. O, meglio ancora, è un altro modo di concepirlo.

B: Lugi, com’è rappare su un beat così particolare, appunto? Immagino sia un lavoro molto più in divenire, rispetto a quello che fai di solito con un beat già pronto e finito…

L: In questo caso in realtà è stato abbastanza simile alla norma, perché effettivamente io ho fatto la mia parte su una strumentale già pronta. L’ideale sarebbe stato trovarci in studio tutti insieme, per armonizzare l’ottica hip hop con quella suonata, però credo che il risultato sia comunque ottimo. Merito anche di Duna, produttore e fonico che ci ha aiutato a registrare e mixare la traccia nel suo Dunastudio: ha una cultura hip hop non indifferente, il che è stato un vero punto di svolta, per noi.

B: A proposito di cultura hip hop, il pezzo è ricco di citazioni e di omaggi. A partire dall’intro che ricorda molto Yes we can can delle Pointer Sisters, uno dei giri di basso funk più idolatrati dagli hip hopper.

G.A.: In realtà non era voluto! (ride)

B: E poi c’è senz’altro qualcosa che ricorda Neffa.

L: Esatto, uno scratch da I messaggeri della dopa, il brano a cui ho partecipato anch’io e che negli anni ’90 mi ha portato per la prima volta a Bologna a registrare una mia strofa.

B: Immagino che l’intento di questo progetto sia anche portarlo in giro live il più possibile…

G.A.: Ovviamente speriamo di sì: stiamo preparando lo spettacolo e in futuro speriamo di suonare dal vivo in tutta Italia.

L: Esatto: l’idea è quella di unire a questo nuovo disco anche il mio repertorio storico, risuonandolo completamente. Insomma, sarà uno show doppio.

G.A.: In cui tra l’altro Lugi non si limiterà a stare al microfono, ma suonerà anche i dischi.

B: A proposito di suonare dal vivo, Lugi, negli ultimi anni la tua attività musicale si è concentrata soprattutto sull’aspetto live. Il che è un po’ in controtendenza, in un periodo in cui tutti si sentono in obbligo di sfornare almeno un mixtape ogni sei mesi per dimostrare di esistere…

L: Innanzitutto ci tengo a dire che l’importante è che ci sia musica, perché io la musica la vivo come se fosse il primo giorno che la faccio. Non posso negare, però, che a volte mi sento un po’ in ansia: mi piacerebbe fare uscire delle cose che ho già depositato da tempo, ma purtroppo non sempre è possibile, non avendo un management o un’etichetta che mi supportino. Anche l’ultimo mio lavoro, Lugibello e Lugifero, è uscito nel 2010 come un’autoproduzione. Anche perché ho molti impegni quotidiani e una famiglia, e oltretutto non campo di arte: faccio musica nei ritagli di tempo. Detto questo, adoro l’aspetto della jam, delle serate dal vivo, del contatto con la gente: non ci rinuncerei per chiudermi in studio e occuparmi di un disco, per intenderci. Preferisco fare le cose con calma e prendermi i miei tempi.

B: Ecco, restando in tema di tempistiche: quando uscirà l’album targato Med’uza?

G.A.: Ancora non sappiamo, ma immaginiamo tra un mesetto. È già disponibile il primo singolo, però, Alla lontana, che contiene anche un b-side strumentale dal titolo Questa è facile. È disponibile sia nei vari digital store, sia in distribuzione fisica (compreso il vinile) tramite Goodfellas.

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