Mecna: l’intervista

by • 22/10/2012 • IntervisteComments (0)2069

 E’ difficile pensare che un musicista qualsiasi, noto e stimato da parecchio tempo, possa andare avanti anni senza mai pubblicare un album ufficiale, riuscendo però comunque ad attirare su di sé l’attenzione e l’affetto di un numero notevole di ascoltatori. Se poi sono questi stessi ascoltatori a convincerlo che forse è ora di sfornarlo, quell’album, la faccenda si fa ancora più curiosa. Questa è la vera storia di Mecna, che con il suo lungamente sospirato debutto Disco inverno conferma le promesse (e le premesse) di questi ultimi cinque anni di tracce sparse, EP e collaborazioni. Membro di una realtà di spicco come Blue Nox, Mecna ne incarna perfettamente lo spirito: brani riflessivi, pervasi di soul, a tratti un po’ malinconici, mai vuoti di significato. Insomma, anche se per questo suo primo lavoro vero e proprio ci ha fatto aspettare parecchio, i risultati confermano che valeva la pena restare pazientemente in attesa per un po’. Lo abbiamo incontrato a Milano, la città che l’ha adottato da qualche anno, per parlare di questo (ma non solo di questo). E soprattutto, per non parlare dei suoi testi, come scoprirete qualche riga più in là.

Blumi: Cover, titolo e temi del tuo album sembrano fatti apposta per uno che si è trasferito a Milano da un posto un po’ più caldo, letteralmente e in senso figurato…

Mecna: Ammetto che l’inverno mi piace moltissimo: preferisco sempre e comunque una serata di pioggia a una domenica al parco. Non so perché, è anomalo per un ragazzo del sud, me ne rendo conto! (ride) Mi sono trasferito a Milano anche per quello; ovviamente non solo per quello, ma sicuramente Roma, dove ero andato a vivere lasciando Foggia per studiare, non mi aveva entusiasmato. C’è talmente tanto sole che anche la gente sembra forzatamente solare, ma sotto sotto non lo è per niente. Trovo che invece Milano sia molto meglio, e che sia un po’ un cliché quello della città sempre nebbiosa e piovosa, piena di persone chiuse. Sicuramente vivere qui mi ha influenzato un po’ nella scrittura del disco, ma soprattutto mi ha influenzato il fatto di averci lavorato d’inverno. Molte cose le scrivevo mentre tornavo dal lavoro, con un tempo uggioso, quando alle sei di sera era già buio… Probabilmente la cosa si percepisce.

B: Tra Roma e Milano ci sono grandi differenze non solo in termini di clima e di gente, ma anche di scena hip hop. Da rapper, come hai vissuto il passaggio da una città all’altra?

M: È una domanda a cui è difficile rispondere, perché per come sono fatto io non è cambiato molto. Non sono una persona che ama frequentare i rapper solo perché rappano, per parlare solo di rap o organizzare nuove collaborazioni. Preferisco mantenere la mia personalità, quella di Corrado, e uscire solo con quelli che reputo davvero amici. A Roma ho stretto legami con persone che incidentalmente facevano anche hip hop, come Ghemon o Kiave (che con Mecna sono membri della crew Blue Nox, ndr): certo, parlavamo anche di musica, ma quello che ci legava era sicuramente altro. Lo stesso mi succede a Milano.

B: Tu fai musica da moltissimi anni, ma sembra che il pubblico abbia preso davvero atto del tuo talento e ti abbia incluso nella lista degli artisti “che contano” solo adesso, grazie a Disco inverno. Perché, secondo te?

M: I primi cinque-sei anni della mia carriera rappavo con i Microphones Killarz, a Foggia, ma si trattava di tentativi un po’ ingenui, fatti soprattutto per divertirci. Credo sia meglio contare gli anni della mia attività partendo dai miei lavori solisti, soprattutto dall’EP Le valige per restare, perché è lì che ho iniziato a fare sul serio e a sperimentare un po’ di più. Non credo, comunque, che ci sia stato un vero e proprio boom di attenzione attorno a questo album, ma piuttosto un crescendo: i primi feedback sono arrivati già nel 2009, grazie all’EP, ai featuring e ai pezzi sparsi che pubblicavo su Internet. La gente ha cominciato a chiedermi un disco e così, in qualche modo, hanno convinto anche me a provarci. Spero che Disco inverno sia una sorta di conferma del percorso intrapreso finora: basi molto soul e testi intimi, che mi caratterizzano da sempre e che sono quasi diventati un’etichetta che gli ascoltatori mi appiccicano in fronte, che mi piaccia o no! (ride)

B: Infatti: il tuo viene sempre percepito come un rap molto intimista, anche quando non lo è più di quel tanto. Ti riconosci in questa definizione?

M: Sì, mi ci riconosco: quello è effettivamente il mio approccio, per cui ha senso che la gente mi veda in quel modo. A volte, però, è un po’ strano vedere la cosa dall’esterno. Sembra che molta gente, ad esempio, sia convinta che noi della crew Blue Nox vogliamo imporci come i salvatori dell’hip hop conscious. Non è assolutamente così, non ci prendiamo sul serio a questi livelli. L’unica cosa che ci piacerebbe fare è portare una ventata di novità e di qualità.

B: La gente tende a categorizzare, e infatti dei tuoi pezzi tutti notano il messaggio e pochi nominano la tecnica…

M: Va benissimo così, perché della tecnica m’interessa poco. Quando scrivo lo faccio in maniera spontanea, non ci penso troppo, mi concentro più sul contenuto che che sugli incastri o sulla metrica. Poi magari vengono anche quelli, ma sono sempre un po’ in secondo piano.

B: Cambiando argomento, recentemente hai detto che non ti piace spiegare il significato tuoi testi, perché i tuoi testi si spiegano da soli. Visto però che la tua scrittura non è sempre molto lineare, non c’è il rischio che la gente finisca per interpretarli male?

M: Sì, è sicuramente un rischio. La cosa, però, non mi turba particolarmente. Mi piace lasciarmi andare quando scrivo, procedere per istantanee e sensazioni, inserire cose che non c’entrano nulla ma che, associate a tutto il resto, ti fanno immaginare una determinata scena. A volte mi capita di riascoltare alcuni miei pezzi e di trovarci dentro dei significati doppi, nascosti, che prima non vedevo; la cosa mi piace moltissimo. E se capita a me, immagino che possa capitare anche agli altri che mi ascoltano. In fondo la musica è un mezzo che si può sfruttare o per parlare in maniera diretta, o per dare delle semplici suggestioni e lasciare il discorso sospeso. Io preferisco la seconda maniera.

B: Ma almeno tu sai di cosa parlano i tuoi pezzi, vero?

M: Lo so, certo, ma mentre li scrivo è tutto più fumoso. A volte mi addentro in binari sconosciuti, ma in genere sono collegati a quello principale, quindi mi riportano al percorso prestabilito. Altre volte mi è capitato di cominciare un testo pensando che volevo parlare di mele e poi sono finito a parlare di arance, ma non credo sia un problema: in fondo, sempre di frutta si parla! (ride) È una delle cose che mi piace di più della scrittura: non sai mai dove ti porta.

B: Nell’album ci sono molti featuring. Tu vieni da esperienze collettive importanti e durature, come Blue Nox o Microphones Killarz: tutte queste collaborazioni sono il sintomo del fatto che ti manca un po’ la dimensione di gruppo, ora che sei un solista?

M: I featuring sono tanti, è vero, ma molti sono semplicemente degli hosting nei ritornelli. Detto questo, nel primo disco ufficiale è un po’ un passaggio obbligato: non puoi non chiamare a raccolta tutti gli amici e gli artisti che ti hanno supportato fino a quel momento. Diventa un po’ una festa, o meglio ancora, un biglietto da visita con cui ti presenti e introduci tutte le persone a cui sei in qualche modo collegato. Non ti nascondo, però, che all’inizio avevo perfino pensato di fare il disco completamente da solo, senza neppure una collaborazione, proprio perché ero sempre stato in gruppo e volevo mettermi alla prova da solo.

B: E come mai il tuo primo disco ufficiale solista arriva proprio adesso?

M: Potevo anche aspettare un altro po’, volendo: non ho mai avuto una gran fretta. Sono una persona molto istintiva, tanto che mi viene spontaneo pubblicare i miei pezzi su Internet appena li ho registrati. Mi permette di avere un feedback subito, e i pezzi che ho pubblicato tra Le valige per restare e Disco inverno nascevano proprio da una voglia improvvisa, che magari mi veniva fuori una domenica quando ero a casa dal lavoro. Non è stato facile concentrarmi su un disco vero e proprio, perché mi gasava tantissimo scrivere un pezzo che ritenevo buono e diffonderlo subito, ottenendo immediatamente un riscontro. Se Macro Marco non mi avesse agguantato dicendomi che era ora di mettersi al lavoro su un album, probabilmente avrei continuato così per un altro bel po’… Anche perché, lavorando a tempo pieno, è difficile trovare il tempo per lavorare a un progetto completo. Anche perché scrivere è una cosa che richiede un minimo d’ispirazione, non basta certo mettersi a tavolino durante la pausa pranzo! (ride)

B: Parlando dei beat, in quelli che scegli tu c’è un’incredibile sovrabbondanza di vocine pitchate…

M: Visto che mi piace molto il soul, spesso scelgo beat che contengano delle voci soul. Forse l’apice è la strumentale di Aeroplani, di Macro Marco. Comunque non sarà così per sempre: già dal prossimo progetto cambierò un po’ il tiro. Magari mi sposterò su atmosfere non classicamente hip hop, tipo La ballata dell’odio, che ha prodotto Andrea Nardinocchi. Ci sarà tempo per sperimentare. Ora, secondo me, era necessario sfornare un primo disco magari non particolarmente innovativo, ma solido e tradizionale, per mostrare il tipo di rapper che sono.

B: Visto che lo hai appena nominato, Andrea Nardinocchi ha parlato di te nella sua intervista: ora tocca a te parlare di lui…

M: Come ha già detto lui, ci siamo conosciuti da piccoli perché la sua famiglia è originaria di una zona del Gargano dove io vado al mare. Come capita spesso con le amicizie che nascono in vacanza, anno dopo anno ci rivedevamo nello stesso posto, quindi ci frequentiamo da una vita. Quando ci siamo conosciuti lui ancora giocava a basket, e ho sempre pensato che sarebbe andato avanti con quello, perché spaccava. Un’estate, però, è arrivato dicendo a tutti “Sapete la novità? Mi sono stancato del basket, ora canto”. Un altro nostro amico si è messo a fare beatbox, lui ha iniziato a canticchiare qualcosa e ci siamo subito resi conto che era bravo davvero. Era una sua dote naturale di cui fino ad allora ignoravamo totalmente l’esistenza! Io all’epoca facevo già musica e infatti abbiamo iniziato subito a collaborare. Molti pezzi non sono mai usciti né mai usciranno, perché erano solo esperimenti e i risultati sono davvero obbrobriosi! (ride) Una volta, dieci anni fa, abbiamo perfino registrato un featuring filmandoci con una telecamera, nella stessa cantina dove poi abbiamo realizzato Servirà una scala molti anni dopo.

B: Le tue sono canzoni senza tempo: riascoltandole tra dieci anni, potrebbero dire ancora qualcosa. Secondo te, cosa resterà di quest’attuale generazione di hip hopper in futuro? Li ascolteremo ancora come oggi ascoltiamo i vecchi album di Lou X, Fritz Da Cat, Joe Cassano e tutti gli altri?

M: Io penso e spero di sì. Se il mondo è giusto, sarà così! (ride) Secondo me ci sono già dei classiconi tra le canzoni relativamente recenti, tipo Ghettoblaster di Shocca, Stokka & Madbuddy, oppure Cielo di cemento di Ghemon. Spero che anche qualcosa di mio rimanga, ovviamente… Anche perché, in effetti, penso che quello di cui parlo io non abbia tempo o generazione e tutti possano riconoscersi in questo messaggio. I sentimenti e le esperienze di vita durano per sempre.
B: A proposito di esperienze: sei uno degli artisti che hanno vissuto sul palco quella del recente compleanno di HHTV al Forum di Assago. Com’è stato?

M: Molto bello (a parte il fatto che avevo l’influenza e stavo malissimo!). Io in realtà ho suonato molto presto, quindi era ancora una fase di warm up, ma dal backstage ho assistito alle performance di tutti gli altri ed è stato davvero emozionante. L’impatto era pazzesco: il Forum era pieno, tutti sapevano le canzoni a memoria, e anche i pochi che non le sapevano avevano l’aria di volerne sapere di più a tutti i costi. È stata un’opportunità fantastica sia per i più noti che per i meno noti. Anche l’atmosfera del backstage era molto positiva: tutti insieme a festeggiare d’amore e d’accordo, anche gli artisti che il pubblico percepisce come rivali.

B: Tu nella vita fai il grafico, cosa che è strettamente intrecciata con l’hip hop (le grafiche dei tuoi dischi, le magliette Blue Nox…). Molti rapper vedono il proprio lavoro come un ripiego, la tua sembra più una passione: se la tua carriera da rapper dovesse decollare, rinunceresti al tuo impiego?

M: No mai. Partendo dal presupposto che comunque c’è differenza tra un lavoro di grafico freelance e il classico lavoro d’ufficio, tutto sommato non credo che vorrei mai fare solo musica, anche se è faticoso conciliare le due cose, perché vuol dire essere impegnati 7 giorni su 7. Per me la grafica è una passione quasi identica a quella che ho per la musica (e infatti le due cose a volte si sposano, come nelle copertine dei miei dischi); e poi, credo che mi faccia bene restare attaccato alla realtà e frequentare quotidianamente un ambiente dove sì, sanno che suonano, ma non hanno la percezione di cosa significa. Mi serve per scrivere cose più interessanti e mi serve anche nella vita.

B: Una domanda che ti tocca d’ufficio, visto che succede proprio tra poche ore: stasera (l’intervista è stata registrata un paio di settimane fa, ndr) ricomincia One-Two One-Two su Radio Deejay. Anche se ovviamente non l’hai ancora ascoltato, cosa pensi di questo ritorno in onda, con conduttori diversi e in un’epoca sicuramente diversa, di un programma così storico?

M: Io ai tempi non lo ascoltavo, perché sono arrivato all’hip hop un po’ dopo: ricordo più i tempi di Streetstyle (in onda su RIN a partire dal 2002, ndr). Non sono comunque uno di quelli che pensa che il passato sia intoccabile: è un periodo molto florido per l’hip hop italiano e penso che riutilizzare un marchio storico voglia servire sia a riavvicinare i vecchi ascoltatori, che a trovarne di nuovi. Secondo me è una cosa molto bella. Finalmente siamo in grado di far sentire tutte le campane, e credo sia ottimo.

B: Progetti futuri?

M: Inizierei a scrivere un nuovo disco anche domani, ma ogni volta che ho un attimo libero dal lavoro sono in giro per suonare e ho l’agenda piena fino a dicembre, quindi per ora niente da fare. Non che mi lamenti, intendiamoci: non mi era mai capitato di girare l’Italia per promuovere un album ed è una figata! Percepire dal vivo l’amore della gente è meraviglioso, e ripaga tutta la stanchezza e gli sbattimenti. Prima dell’estate, ad ogni modo, uscirà sicuramente qualcosa di nuovo: non so ancora in che forma, ma succederà.

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