Maxi Priest_ l’intervista

by • 07/07/2014 • IntervisteComments (0)680

maxi priest
Durante la sua promozione inglese del suo nuovissimo album Easy To Love, grazie a Vp Records che ringraziamo sempre, siamo stati in grado di raggiungere telefonicamente il leggendario Maxi Priest, rappresentante del reggae inglese che ha letteralmente fatto la storia di questo genere negli anni Ottanta. Vediamo cosa ci ha raccontato riguardo al suo attesissimo ritorno sulle scene.

Haile Anbessa: Come prima domanda vorrei domandarti come hai cominciato a cantare…
M.P.: Ho sempre cantato, dalla chiesa alla scuola e così via. Poi mi sono approcciato al mondo dei sound systems con il Saxon International Sound System. Ringraziando il Signore ho sempre avuto parecchio supporto in questo percorso e questo mi ha permesso di arrivare fino a qui a parlare con te.

H. A.: Mi dicevi prima che sei cresciuto in Inghilterra. Come la situazione quando eri giovane nel tuo paese a livello sociale…
M.P.: Sono nato in una famiglia di origine giamaicana, eravamo in nove. La vita non è mai stata facile. Perfino andare a scuola era un privilegio. Si combatteva in strada in continuazione e la gente ci urlava di tornare a casa. Per me era parecchio alienante perché l’Inghilterra era la mia casa e non la Giamaica e quindi ho sofferto parecchio. La musica mi ha sempre aiutato nel trovare un’identità forte e nel riscoprire le mie radici. La musica ci ha fatto sentire qualcuno e ci ha fatto sentire parte di qualcosa.

H.A.: Hai menzionato prima il periodo dei sound systems. Puoi raccontarmi dei tuoi trascorsi con Jah Shaka e Negus Nagast?
M.P.: Sai da ragazzino aiutavo a trasportare e a montare gli speaker per il sound di Shaka. Sono cresciuto anche con la crew di Negus Nagast e quelli erano individui che stavano sempre a stretto contatto con artisti del calibro di Dennis Brown, Gregory Isaacs o Errol Dunkley. Quando ho iniziato a cantare sono stato proprio loro a incoraggiarmi e a mettermi in contatti con questi grandi nomi del business

H. A.: Chi sono gli artisti che ami di più?
M.P.: La mia musica è parecchio varia e quindi ascolto anche altri grandi nomi della musica non strettamente reggae come Otis Redding, Marvin Gaye e Stevie Wonder. Amo poi tutti gli artisti dello Studio One come i primi Dennis Brown o Freddie McGregor. Adoro le belle voci in generale

H. A.: È vero che un altro grande cantante come Jacob the Killer Miller era un tuo cugino?
M.P.: Sì siamo cugini di primo grado. Mio padre e suo padre erano fratelli. Purtroppo non l’ho mai incontrato e ho scoperto che era mio cugino quando purtroppo era già morto. Mi arrabbiai molto con mio zio per non avermelo mai detto prima. Successivamente ho incontrato i membri degli Inner Circle e tutti mi hanno sempre detto che ricordo loro Jacob, per il mio modo di fare sempre scherzoso e allegro.

H. A.: Perché hai scelto come nome artistico Priest?
M.P.: Avevo circa quattordici anni e quando approfondii la dottrina rasta e la mia spiritualità optai per questo nome. Mi diede una nuova identità più forte e solida.

H. A.: Il tuo primo album conteneva la cover Wild World di Cat Stevens che divenne un successo clamoroso all’epoca. Come mai scegliesti proprio questa canzone?
M.P.: Non l’ho scelta io ma il mio manager dell’epoca perché a me non piaceva neppure come canzone (ride). Sly & Robbie fecero però un grande lavoro e mi fecero capire come approcciarla al meglio.

H. A.: Quale è stato il momento più felice della tua carriera?
M.P.: Domanda difficile. Ogni fase della mia vita e della mia musica mi ha sempre dato bellissime soddisfazioni. Sono ancora una persona umile perché mi ricordo da dove vengo. Quindi ogni momento di successo è una cosa speciale per me. Arrivare ai primi posti delle chart in Inghilterra e nel mondo è una soddisfazione che non posso dimenticare mai.

H. A.: Parliamo ora di Easy to Love, il tuo nuovo album…
M.P.: L’album piace e le vibrazioni ovunque vada sono fantastiche. C’era molta attesa e mi pare che non è stata disattesa. Il pubblico pare proprio abbia sofferto la mancanza della mia musica e sono contento di averla colmata con questo album. È tutto ottimo materiale e spero che in molti lo ascoltino.

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