Maury B – Book of rhymes: recensione

by • 03/04/2013 • RecensioniComments (0)1210

C’è un’idea che sempre più spesso ricorre nelle interviste e nei pensieri dei rapper di casa nostra: semplificare lo stile come via per raggiungere un’audience quanto più ampia possibile. Non discuto delle velleità di successo di taluni, augurando a tutti il meglio possibile per le rispettive carriere; mi limiterò ad osservare che da un punto di vista strettamente tecnico, salvo rari e benedetti casi, il livello medio del rap italiano ha conosciuto un progressivo appiattimento. Più che altro rischia di passare un concetto molto dannoso, dannoso soprattutto a quanti si avvicinano ora alla scrittura: l’evoluzione della metrica, lo studio del lessico, degli accenti e della musicalità della parola, in un termine unico la cosiddetta “tecnica”, non sono affatto in contrapposizione con l’empatia, con l’impatto emotivo del testo, con la facoltà di coinvolgere l’ascoltatore. Considerazione semplice, forse banale, senz’altro non scontata. Il rischio è quello di confondere immediatezza con profondità: in un’epoca storica di cultura usa e getta, la necessità di ascoltare un brano per più di mezza volta per carpirne a fondo il significato non può e non deve essere vissuta come una limitazione, soprattutto per un genere come il rap.

Questa lunga e noiosa premessa vuole contestualizzare il disco in questione. Partiamo da un presupposto: Book of Rhymes è un album bellissimo. Lo sarebbe stato a prescindere, lo è a maggior ragione in un momento come questo dove l’hip hop vero, quello che odora di panchine e di vernici, di stazioni e di cerchi e di sfide, pare essere diventato un affare da mitomani o da sfigati. Book of Rhymes è il capolavoro di uno dei rapper più potenti che la ribalta italiana abbia mai conosciuto. Non c’è nulla che manchi nel repertorio di Maury B: una scrittura di forte impatto ma di complessa struttura, che ad ogni nuovo ascolto svela nuovi particolari e dettagli che ti fanno riavvolgere (metaforicamente) il nastro; uno stile unico, riconoscibile sin dall’attacco della prima strofa, ma ciò nonostante mai uguale a se stesso e capace di rinnovarsi anche all’interno dello stesso brano con improvvisi cambi di flow ed accellerazioni che obbligano i tuoi neuroni ad uno sforzo supplementare per seguire il flusso. Stile che, peraltro, non è mai dimostrazione di stile a sé stante, ma si mostra sempre funzionale ad una gamma di argomenti che spazia dallo storytelling al brano più introspettivo, dalla traccia da battaglia agli splendidi viaggi neurodeliranti di cui tutti avevamo un dannatissimo bisogno. E’ un disco che profuma di anni ’90 – e non potrebbe essere altrimenti, visto che il suo protagonista è tra quanti hanno marchiato in modo indelebile un determinato periodo storico – senza essere però però anacronistico, polveroso o stantio: è il lavoro di un artista che si è rimesso in gioco, con evidente umiltà e senza crogiolarsi nello status di “leggenda”, mettendosi in certi frangenti a nudo e raccontando la difficoltà e la sofferenza di un percorso personale, senza commiserazione o mistificazione. Un uomo che racconta se stesso senza fingere di essere invincibile, e nel contempo senza costruirsi un’aurea da poeta maledetto che scrive al chiaro di luna. Se dovessi spiegare ad un ragazzino alle prime armi come si scrive un pezzo rap, gli farei ascoltare a ripetizione In ogni singola parola, perla fra le perle e manifesto riassuntivo dell’album, che si ricollega perfettamente alla premessa di questa recensione: un testo forte, intenso e molto sentito; un dedalo di similitudini e costruzioni retoriche; un’interpretazione che si sposa alla perfezione con il beat (sublime il remix di Shocca, a proposito), creando armonia fra le parti.

Book of Rhymes è uno di quei dischi che, già dai primi ascolti, ti rendi conto che sono venuti per restare – longevità, un altro concetto quasi dimenticato. Uno di quei dischi che trascendono l’anno di uscita e vanno oltre l’analisi analitica di tutte le singole tracce: la compattezza e la coerenza sono tali che il tutto vale decisamente di più rispetto alla semplice somma delle parti. Un disco hip hop, in un’accezione che non deve essere per nessun motivo considerata limitante: hip hop come forza dirompente, di rottura, hip hop come sfida e confronto con i propri limiti. Hip Hop, semplicemente, splendidamente. Da Dritto dal Cuore a Book of Rhmyes, dal 1995 al 2013: passa il tempo, ma il talento vero non sbiadisce. Maury B è tornato, il livello si alza: signori, se quest’anno volete fare meglio, dovrete seriamente rimboccarvi le maniche.

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