Marracash – La presentazione di Status, una mezza recensione e qualche appunto sparso

by • 16/01/2015 • Articoli, Copertina, Interviste, News, RecensioniComments (0)2221

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[Due premesse obbligatorie. La prima è che ho cercato di riportare i virgolettati con più precisione possibile, ma ho subordinato le skills stenografiche allo scorrimento e allo svolgimento della discussione. Se volete delle trascrizioni più fedeli allo svolgimento, in rete già si trovano sia per iscritto che – credo – in video. La seconda è che qualsiasi giudizio, implicito o esplicito che sia, va considerato come strettamente personale. Ah, la foto è di Giovanni Gastel]

«Marra rappa per cambiare la storia, specie la propria» – così dichiarava Marracash nel suo primo singolo, Popolare, ormai dieci anni fa. Ed effettivamente la sua è cambiata, eccome. Mentre varco la soglia della sede della Universal, un complesso di palazzi stile OCP situato a Milano nord, ripenso a quando, nel 2005, ci incontravamo a casa sua in Barona per andare a scattare le foto promozionali con una digitale da 4 megapixel e, se mancava un gioiello, gli prestavo un mio braccialetto in argento del cazzo. L’amarcord è interrotto dall’osservazione degli uffici: cartonati di artisti, foto promozionali e una lavagnetta con un po’ di autografi (il migliore: uno dei 99 Posse, forse Zulù, la cui dedica recita «Non mi avrete mai!»).

Ma sto divagando; torniamo piuttosto a Marracash e all’anno corrente. Dopo due lustri, tre dischi solisti e decine di migliaia di copie vendute, una sala zeppa di giornalisti lo attende per parlare del suo prossimo disco, Status. A differenza di Popolare, la foto di copertina del nuovo album è di Giovanni Gastel – non uno da Coolpix comprate al Mediaworld, per intenderci – e ritrae il volto di Fabio intrappolato in una maschera dorata; lo stesso oro che porta al collo e ai polsi quando fa il suo ingresso in sala.

Status sociale raggiunto, quindi? Economicamente, direi di sì. Sul resto ho qualche riserva: Status è infatti un’opera dai testi tutt’altro che positivi. Fatte salve tre o quattro tracce più spensierate, l’atmosfera complessiva è caduca e le critiche verso se stesso e verso il contemporaneo abbondano. Non solo: pressoché tutti i pezzi sono permeati di cinismo e sarcasmo, ben riassunti da alcuni versi di Vendetta, il pezzo – secondo me – migliore del disco: «Io lo so che il mondo non si cambia, si governa/ Vogliamo somigliare a quelli a cui sputiamo merda». Incuriosito da tanta amarezza, durante la conferenza stampa gli rivolgo una domanda proprio su quest’argomento: perché su Roccia Music ci sono pezzi enormemente più allegri e positivi che questi ultimi, nonostante – si suppone – questi anni siano stati più positivi? La risposta è semplice: «Sai, non sono più il ventenne di allora, sono maturato. Però anche allora si poteva vedere l’embrione di questa tendenza… Chiedi alla polvere è stata la mia prima hit, diciamo così, e in essa parlavo degli ultimi della terra – da qui la citazione di John Fante. Ecco: se questo aspetto risulta marcato in Status, è perché negli ultimi tre anni ho riflettuto su cosa mi avesse spinto a rappare agli inizi, sui motivi di fondo, e questo è il risultato: prendere coscienza di certe cose, anche le più negative, e scriverne, è una cosa che ho sempre fatto».

Un risultato per cui mi devo complimentare e che durante gli ascolti mi aveva colpito: nei suoi momenti migliori, e al netto di alcune somiglianze nella strutturazione dei pezzi (la lunghezza media, cambi di base nell’ultimo terzo, e qualche accenno di cantato), Status ricorda rievoca le atmosfere di My beautiful dark twisted fantasy di Kanye. Ossia un disco pensato per essere popolare ma che non fa niente per assecondare i gusti più triviali del popolo. Certo, resta da vedere se il disco di Marra riuscirà ad esercitare la medesima influenza sulla scena nostrana che quello di Kanye ha avuto negli USA, nobilitando en passant un certo tipo di rap «adulto» che esiste da tempo anche da noi ma che ancora viene ignorato da larga parte del pubblico, che, quando pensa all’hip hop nel 2015, ancora fa le cornine dicendo YO YO. «Onestamente non so cosa rispondere. Me lo auguro, questo è ovvio, già solo perché personalmente sono stufo di essere considerato della stessa caratura di chi fa rap per bambini, chiamiamolo “leggero”. Che va benissimo, la sua esistenza non è un problema e ci mancherebbe: ma come nel rock non si considerano gli Afterhours e i Finley la stessa cosa, così dovrebbe essere anche nel rap. E in questo, mi spiace dirlo, ma la colpa è anche di voi giornalisti, che non sapete discernere i prodotti e spiegare bene cosa merita un ascolto e per quali motivi. In America uno come Kendrick Lamar gode della stima del pubblico anche perché c’è una classe di giornalisti che ne ha riconosciuto le doti e ne ha scritto. In Italia, invece, tutto pare essere in balìa dei gusti del pubblico, di quelli che scrivono sotto ai video di Youtube, senza che vi sia alcuna guida da parte dei professionisti».

È una critica che ci sta, e non è la prima volta che la sento. Però – al di là della triste constatazione che le testate musicali del Belpaese non se le fila nessuno – bisogna dire che (specie nel rap) se uno critica passa automaticamente per rosicone, invidioso eccetera anche e soprattutto da parte del pubblico e, di rimando, la sua opinione è squalificata ipso facto. Senza contare che, se qualcuno ha bisogno di me per capire che – nome a caso – Maracanà è una puttanata immonda, mentre 20 anni (Peso) non lo è, significa che siamo oltre il punto di non ritorno. E poi, cinicamente, vedi mai che stare nello stesso calderone non possa rappresentare, per certi versi, un vantaggio commerciale.

Mentre sto rimuginando sulla differenza di percezione tra chi fa e chi analizza, un giornalista in sala cita una frase dalla cartella stampa: «La musica rap degli ultimi tre anni si è inzuppata dei canoni stantii della musica pop italiana». È un giudizio forte – chiosa il collega – che può apparire un controsenso, vista la sovrapposizione fattuale tra i due generi. Inoltre, qual è il motivo che spinge Marra a considerare il suo rap differente dagli altri, considerato il successo che lo accomuna ad altri artisti? «Ma guarda che non è in discussione il mio stare nell’hip hop, casomai lo è quello di altri. Se però ascolti il mio disco la differenza è ovvia. Che l’hip hop abbia una vocazione pop è normale e legittimo, tutto sta a come tu-artista arrivi ad esserlo; io non volevo sacrificare la metrica o lo stile delle produzioni per arrivare a tutti, non m’interessa essere Laura Pausini». Ma quindi si sente a disagio nella scena attuale? «Premesso che in Italia non esiste una industria della musica per ragazzi tipo Justin Bieber, e che il rap è finito col soddisfare la domanda [suo malgrado?, mi chiedo –ndR], c’è un pezzo con Tiziano Ferro in cui dico “Che ci faccio qui? Cosa c’entro con loro?”. Senza esprimere giudizi assoluti – ciascuno fa quel che meglio crede – non è quello l’hip hop che piace a me e non sono quelli i motivi che mi hanno spinto a fare musica; siccome penso che il rap debba anche educare i giovani a essere ribelli, soprattutto nel 2015, è questo l’obiettivo che mi sono posto o, per meglio dire, ho recuperato. Dopo aver sperimentato in passato, e scritto diversi tipi di canzoni, penso di aver capito esattamente cosa voglio fare e chi voglio essere, la maturazione per me è questo. Non voglio diventare quello che odiavo da ragazzo, che poi è un po’ il rischio che si corre sempre. Non fraintendetemi: non è questione di andare o non andare in televisione, alla radio eccetera, semmai è capire dove e come andarci. Io non vado ad Amici, ma se Daria Bignardi mi chiamasse invece ci andrei; idem se il mio pezzo, così com’è, va in radio, bella lì. Per fare poi le debite distinzioni tra un tipo di artista e l’altro, comunque, servono anche i giornalisti che abbiano un minimo di conoscenza in materia».

A frase chiusa, tra me e me penso, con un po’ di cattiveria, che stiamo un po’ scoprendo l’acqua calda. Però, a giudicare dalle facce di alcuni dei presenti in sala, che sembrano essere stati investiti dal Verbo, sospetto che quello che reputo scontato non lo è. Oggi come quando ero ragazzino io. Davvero i profani non riescono a comprendere la differenza che passa tra Jovanotti e Fedez, e tra Fedez e Marracash, perché sembra che se qualcuno parla su una base è tutta la stessa roba; e poi, se vendono, si vede che è il mercato a parlare e tanti saluti a ogni ulteriore analisi. In tal senso, capisco meglio quanto detto prima dal Nostro: incolpare chi dovrebbe premurarsi di spiegare le complessità del mondo (in questo caso musicale) è inevitabile. La scusa a cui troppi ancora adducono – «non conosco il genere» – non regge; si tratta o di pigrizia intellettuale, o di incapacità. Sovente, di ambedue le cose. Il tutto misto, ricordiamolo, alla sempiterna faciloneria delle masse, costituite da lettori degni di un cattivo giornalismo. Ma, di nuovo, sto divagando, per cui, anziché riportare argomenti triti e ritriti, meglio parlare un po’ delle ispirazioni del disco.

Sicuramente Kanye West, come anche un altro dei presenti in sala fa notare. Ma anche un po’ di trap «spuria», à la A$AP Rocky (Bentornato, 20 anni, Sushi & cocaina), mista al mood delle robe della Black Hippy (Il nostro tempo, Untitled), specie quelle prodotte da DJ Dahi (Bruce Willis mi ricorda, non so perché, Hell of a night di Schoolboy Q). E per il resto c’è un po’ di tutto: Nella macchina, con Neffa, ha un inizio quasi kraftwerkiano (purtroppo solo l’inizio, poi si diluisce nella neodisco che ha preso piede negli ultimi anni), mentre Status usa uno dei campioni classici del rap (Ufo degli ESG); altre ancora sono accompagnate da synth, distorti e no, che ammiccano di volta in volta allo stile di un Pharrell o a quello di El-P. Insomma, suggestioni e namedriopping a parte, carne al fuoco ce n’è molta e, al di là dei gusti personali che mi spingono a preferire la prima parte del disco rispetto alla seconda, in cui l’omogeneità complessiva si perde, l’album ha un sound che sintetizza le cose più interessanti uscite dal mainstream – ma non solo, penso all’Harry Fraud di Rugby Thompson – degli ultimi anni.

E poi, come sempre, oltre ai beat c’è la scrittura di Marra, storicamente riconosciuta come il piatto forte del menu. Testi apparentemente diretti che però inglobano matrioske di citazioni, quindi leggibili su più livelli; oppure trovate linguistiche sufficientemente inventive da rendere digeribili persino temi in se oziosi, tipo la dipendenza da social network.

Tornando alla conferenza, un collega – sempre sia lodato – arriva proprio a quest’argomento e, citando alcuni pezzi, riesce a spostare il discorso sulla scrittura. «Vedi, a me interessa arrivare alla gente senza essere scontato», interviene Marra, «per cui, anche se faccio un pezzo di base cazzone provo a dargli un taglio diverso. Vedi l’autoironia di A volte esagero, o quello con Fabri [Fibra]. E anche nei pezzi più seri non mi va di fare l’Ansa di turno… Per me un test “politico” può anche essere prendere un argomento che conosci bene perché l’hai vissuto in prima persona e usarlo per descrivere una realtà più ampia. Per fare un esempio, reputo 20 anni un pezzo politico anche senza che dica “la disoccupazione è al 40%”. In generale, penso che, per “funzionare”, il rap dev’essere diretto e basarsi sulle proprie esperienze. Perfino se fai la canzone d’amore: perché senza una melodia che crea l’atmosfera generale, alla fine se non sei innamorato la cosa si sgama subito». E le citazioni? Nei suoi testi ce ne sono molte. «Beh io sono ingordo di cinema, di serie TV, di letteratura e di tutto quello che colpisce l’immaginazione e sa raccontare una storia. Non saprei da dove cominciare, ma in generale se cito è anche perché voglio dare spunti a chi mi ascolta». E quanto alle eventuali contraddizioni tra citazioni materialiste e una critica alle stesse? «Ma guarda che per me non c’è nulla di male nel ricevere in cambio qualcosa dopo che ti sei sbattuto. Anzi, trovo che sia un messaggio positivo: se ti fai il culo, sei bravo e hai talento, puoi avere un’Audi, per dire. Il problema nasce quando ti fissi esclusivamente su quell’aspetto, e se l’unica cosa che conta per te sono le foto da Cioè che pubblichi su Instagram, perché lì l’equilibrio salta. Così come, nell’economia del disco, ci sta che tu faccia un pezzo pop se ne hai altri dieci dove trasmetti qualcosa. Trovo invece che sia ipocrita nascondere, come fanno certi artisti italiani, il benessere che si è raggiunto, come se ci fosse qualcosa di cui vergognarsi. Che poi guarda Saviano, a cui s’imputa di “aver fatto i soldi” – i ragazzi dovrebbero sognare di diventare ricchi in quel modo, e invece i modelli son sempre gli stessi per cui i soldi li “puoi” fare solo se sei un calciatore. Pure Jovanotti, che lo senti dire “mi basta il sole”… cazzo, c’hai un attico, fammelo vedere, così uno può pensare “Oh mi metto a far musica come Lorenzo, scrivo bei testi [nzomma –ndR] e mi posso arricchire anch’io con ‘sta cosa».

Al netto delle divergenze artistiche su questo o quell’altro artista, il senso è chiaro. E, tornando ai testi di Marra, devo dire che l’egotrippin’ che si sente nei suoi pezzi rientra in quello fatto bene; trascende cioè il vanto e il citazionismo fini a se stessi, diventando piuttosto una dimostrazione d’ingegno e creatività. Non tutti i versi vengono col buco, è ovvio, e qualche pezzo in tal senso stona con l’atmosfera complessiva che si respira nelle varie tracce. Ma non mi riferisco a facili sospetti come potrebbero essere i pezzi con Neffa, quello con Tiziano Ferro e, men che meno, a una Sogni non tuoi e all’autotunata del suo ritornello. No, questi anzi mi hanno sorpreso. Il problema si pone casomai di fronte a una Di nascosto, ennesima variazione sullo scottante tema delle superstar-nel-club-con-la-fica, e in misura minore con a A volte esagero; ma se quest’ultima gode di una traccia autoironica che scorre nelle strofe, la prima mostra Marra e Gue’ col pilota automatico innestato. In se nulla di grave: sarebbe passata in sordina, con un sonoro «sticazzi» annesso, se avessimo tra le mani un album da fast food. Tuttavia, siccome teniamo per le mani un disco ambizioso sotto ogni punto di vista, e, al di là di ogni piaggeria, degno di essere ascoltato già solo per rimarcare le differenze tra il respiro della scrittura di un ventenne e quella di un trentacinquenne, i testi scritti con la sinistra risaltano in negativo più di quanto dovrebbero. Purtroppo, il discorso per cui dieci tracce di spessore giustificano quella più leggera funziona solo a livello «morale»; in termini di ascolto la cosa stona, così come stonerebbe ordinare per dessert una Coppa del Nonno da Cracco.

Ma sto facendo nitpicking. Anzi, mentre veniva annunciato il termine del tempo a disposizione per le domande, ho provato rammarico per non aver chiesto qualcosa in più su canzoni autobiografiche come Untitled o, soprattutto, Il nostro tempo, pezzo dedicato a un amico, in cui la capacità di Marra nel descrivere situazioni con pochi schizzi d’inchiostro si mostra appieno, elevandolo a una delle cose migliori di Status. E non è poco.

Ora, in chiusura una considerazione finale: diverse domande, tra cui la mia, avevano come incipit «pensi che con questo disco riuscirai a» e via elencando l’obiettivo prefissato. Al che, a un certo punto, il Nostro ha dichiarato (ridendo): «Beh dai mi fa piacere vedere che avete fiducia in me». Il punto, purtroppo, è che molti – o se non altro io – nutrono poca fiducia nel contesto in cui Status si dovrà muovere. Se ci trovassimo in Germania, dove un disco tanto hip hop quanto questo ma molto più «ignorante» e monocorde come King di Kollegah riesce a diventare disco di platino (100k, eh, non 50) in meno di 24 ore, sarei il primo a dormire sonni tranquilli. Invece ci troviamo altrove, come peraltro Marra stesso sa, vista l’amarezza che traspare da molte strofe. Senza lanciarmi in un comizio, mi limito a dire che la barriera è alta, specie per il discorso di differenziazione tra sottogeneri o, se preferiamo, artisti. Ed è alta non solo perché i diffusori di cultura sono ottusi (mi ci metto anch’io) o perché larga parte della popolazione è composta da subumani che sono soddisfatti dall’arte dei Modà. Lo è anche perché da quando il rap ha cominciato a far breccia nelle classifiche, diciamo dal 2006 in poi, la competizione tra per chi riuscisse ad abbassare sempre di più l’asticella del quoziente d’intelligenza è stata a dir poco feroce. Se il rap in Italia ha coperto anche le fasce d’età più basse, non è un caso e non dipende unicamente dalle etichette discografiche che non confezionano il Justin Bieber tricolore; dipende in primo luogo da trentenni che scrivono testi facilmente intellegibili da dodicenni. Marra non è tra questi, ma risalire la corrente e sfuggire agli stereotipi non è facile.

Ciò detto, parrebbe – guardando i dati FIMI inerenti il 2014 – che il fenomeno del rap (così com’è stato conosciuto finora in Italia) si stia ridimensionando. Se così fosse, il momento per imprimere una svolta qualitativa al mainstream di un genere comunque destinato a una pur relativa minoranza è ora, e, con un certo tempismo, Status ha le carte in regola per farlo. È un album che suona da dio, è prodotto bene e scritto eccellentemente e, soprattutto, è commerciabile nell’accezione migliore della parola.  Senza fare paragoni diretti, così come good kid m.A.A.d. city è stato un successo crossover e ha restituito dignità a un certo tipo di rap senza annacquare la propria matrice, la speranza è che lo stesso avvenga qui; in entrambi i casi mi torna in mente Chris Rock quando, parlando di The miseducation of Lauryn Hill, diceva che «la gente non ha problemi con i testi conscious, ce li ha con i beat conscious. Se fai dei beat ignoranti, puoi dire le cose più intelligenti che ti vengono in mente». Spero sia vero anche in Italia.

La propria storia, si è visto, Marracash l’ha cambiata. Speriamo che riesca a cambiare anche quella con la maiuscola.

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