Marco Polo & Hannibal Stax: l’intervista

by • 06/05/2014 • Copertina, IntervisteComments (0)788

Marco+Stax

Il 2013 è stato un anno importante per Marco Polo. Il produttore italocanadese, originario di Toronto ma trapiantato da anni a Brooklyn, è infatti riuscito a pubblicare ben tre dischi: l’attesissimo seguito di Port Authority, Newport Authority (una sorte di prequel del precedente) e, infine, un LP in tandem con Hannibal Stax della Gangstarr Foundation.

Ora: per quanto consigli l’ascolto dei due Authority, tra tutti i dischi citati quello che preferisco è quello con il solo Stax al microfono: vuoi perché aspettavo un suo solista dai tempi della sua  strofa su It’z A Set Up dei Gangstarr, ma soprattutto perché la formula “un beatmaker – un MC” è quella che meglio consente la nascita di album solidi, con un sound omogeneo ed una identità ben definita. Non a caso, alcuni dei lavori migliori degli ultimi anni rientrano proprio in questa categoria: Dr. Lecter di Action Bronson, My 1st Chemistry Set di Boldy James o Marcberg di Roc Marciano, giusto per citarne tre.

In tal senso, quindi, l’ascolto di Seize The Day non mi ha propriamente stupito: è esattamente quello che qualsiasi appassionato di street rap alla vecchia maniera si aspettava. Beat pesanti, atmosfere caduche e liriche che promuovono l’asocialità nelle sue varie forme: questa l’essenza del lavoro di Marco e Stax, a cui però bisogna aggiungere un’aura di genuinità solitamente assente nei lavori che si rifanno alla seconda golden age. In altre parole, quest’album è capace di restituire le stesse sensazioni che sapevano trasmettere alcuni dei migliori lavori degli anni ’90. 

Inutile perciò dire che, quando è stata annunciata la data milanese del tour europeo di Polo & Stax, ho colto la palla al balzo per intervistare il duo e, complice la collaborazione e la gentilezza di Bassi, ho avuto a disposizione un’intera cena per porgli le domande più svariate. Quello che segue è un (inevitabile) riassunto di quanto ci si è detti quella sera.

Sono fuori da un ristorante lunga la circonvallazione esterna di Milano. Mentre fumo la terza sigaretta e ripasso mentalmente le domande che fra poco porrò a Marco Polo e Hannibal Stax, prego in cuor mio che l’inevitabile stanchezza e stress di chi fa quel mestiere non vadano ad inficiare sulla qualità delle risposte. Le mie paure svaniscono quando i due arrivano; per rompere il ghiaccio e saggiare la situazione, chiedo subito a Stax se non vuole prendersi un po’ di tempo prima di cominciare l’intervista, dato che sarà stanco. La risposta è piacevolmente inattesa: «Ma figurati – sì, sono un po’ stanco, ma onestamente non capisco chi si lamenta dello stress da tournée… mah, si vede che non fanno quello che faccio io.» Ovvero? —ribatto, immaginando storie dell’orrore direttamente da Brooklyn. «Mah, sai, il mio mestiere principale è il manovale. Lavoro nei cantieri. Capisci quindi che starmene seduto su un aereo o in un treno, tranquillo, per me è una pacchia. Il problema sorge casomai quando penso a cosa mi aspetta quando tornerò a casa…»

Ecco: parliamo allora di casa tua: sei nato a East New York, e lì hai conosciuto i tuoi futuri colleghi Jeru e Lil’ Dap dei Group Home ma, soprattutto, hai conosciuto P.F. Cuttin’ [DJ, già produttore dei Blahzay Blahzay, ndR], che ti ha messo in contatto con Guru e Premier.

Hannibal Stax: «Esatto. Ho cominciato a frequentarli già alla fine degli anni ’80, e intorno allo stesso periodo ho iniziato a rappare. Però è solo intorno al 1993-94 che ho deciso di prendere sul serio la cosa, e in quel periodo ho registrato Pass The Cup [conosciuta come Cup Of Life, ndR], che finì poi su un sampler della Ill Kid Records [la prima etichetta discografica di Guru].»

Sì, ricordo: all’epoca eri in gruppo con il tuo DJ Mike Rone e vi facevate chiamare Fabidden Fruit, giusto?

H.S.: «Sì – tra l’altro saluto Mike, che non era solo un DJ ma anche il beatmaker del gruppo, e che è ancora un mio ottimo amico.»

Poi però hai avuto il primo momento di gloria solista, nel ’98…

H.S.: «Su Moment Of Truth dei Gang Starr, il pezzo si chiamava It’z A Set Up. E poi, dopo quello, sono apparso anche sul loro album successivo, The Ownerz, in Same Team No Games, assieme agli NYG’z.»

La domanda più ovvia è questa: ricordo perfettamente che all’epoca di Moment Of Truth la tua strofa era stata apprezzata all’unanimità e, volendo, si può dire che ci fosse un certo hype attorno a te. Insomma, ci si aspettava che dopo Jeru e i Group Home la Gang Starr Foundation sfornasse un altro affiliato, e invece così non è stato. Di più: dopo The Ownerz sei praticamente sparito, ad eccezione di un singolo nel 2006, come mai?

H.S.: «La cosa è questa: intorno al ’99-2000, [Mike Rone ed io] abbiamo abbiamo cominciato a registrare l’album dei Fabidden Fruit, firmando un contratto con la Tommy Boy…»

Tempismo infausto – non era quello il periodo in cui la Tommy Boy mandava in vacca un progetto dopo l’altro? Difatti qualche anno dopo ha chiuso, no?

H.S.: «Già, appunto. Per quello il nostro album non si è mai fatto, nel 2002 l’etichetta ha chiuso. Ma a parte quello, devi poi tener conto che la vita nel hood è più difficile di quanto possa sembrare, per cui anche se vuoi percorrere la strada delle uscite indie devi prima riuscire a mettere insieme i soldi per affittare uno studio, stampare il vinile eccetera. E, come ti dicevo, io ho un lavoro: dato che è poi quello che mi consente di nutrire e mandare i miei figli a scuola, che per me è la cosa più importante, in quel periodo ho dovuto necessariamente riorganizzare le mie priorità. Solo nel 2006 sono riuscito a riaffacciarmi sulla scena con un singolo prodotto da Primo»

Chiaro. Ma ora, considerato che tecnicamente sei un veterano, come ti trovi nella scena? Cosa è cambiato?

H.S.: «Rispetto al passato la prima cosa che salta all’occhio è la quantità di artisti presente sul mercato, ce n’è veramente un’infinità. Questo senza dubbio. E poi, oltre a ciò, mi sembra che larga parte di questi siano tremendamente materialisti e ossessionati dal denaro, con tutto quel che ne consegue. Però cosa vuoi che ti dica… Alla fine io sono orgoglioso del mio percorso, per cui il contesto generale mi tocca ma fino a un certo punto.»

Passando invece a Marco: la tua storia è decisamente differente da quella di Stax. Ricapitolando: sei nato a Toronto, dove hai frequentato un corso per tecnici del suono…

M.P.: «Esatto, all’Harris Institute for Arts»

…e intorno al 2001 ti sei trasferito a New York per fare un praticantato al Cutting Room Floor. Nello stesso periodo hai cominciato a produrre beat, e se non sbaglio la tua prima apparizione è stata sulla b-side di Moment Of Clarity di Shylow. In più, da lì a breve hai pure prodotto il primo album di Pumpkinhead, Orange Moon Over Brooklyn…

M.P.: «Tutto giusto, ti correggo solo su Pumpkinhead: non è il suo primo album, è solo il primo album in cui mi sono occupato di tutta la produzione — colgo l’occasione per uno shoutout, lui è stato il primo ad accordarmi una simile fiducia e questo mi ha aiutato molto. Anche perchè nello stesso periodo avevo cominciato a far girare CD con i miei beat nell’underground nuiorchese, cosa che mi è stata facilitata dal viavai di artisti di passaggio al Cutting Room Floor, tipo Masta Ace [che infatti utilizzerà un beat di Marco per Do It Man, dall’album A Long Hot Summer del 2004, ndR]. Comunque sia, sempre intorno a quel periodo il lo studio mi ha dato il benservito; il che mi andava pure bene, perchè in realtà volevo che mi si conoscesse come beatmaker, non come fonico. Con tutto il rispetto per i fonici, ci mancherebbe»

D’altronde i tuoi studi si sentono; tu stesso citi Premier come principale fonte d’ispirazione, ma per come suonano puliti e potenti i tuoi beat a me viene in mente più Large Professor, un altro che sa come far funzionare il mixer.

M.P.: «Nah, quello in realtà è tutto merito di Bassi e dei suoi insegnamenti. Battute a parte, i miei studi sono stati fondamentali soprattutto perchè ti insegnano che l’attrezzatura conta sì, ma fino a un certo punto. Ho visto gente che con un equipaggiamento del valore di milioni di dollari tirava fuori dei suoni orrendi, mentre altri, che lavoravano con un’attrezzatura lurida, nella quale probabilmente viveva una colonia di ratti, facevano miracoli.»

Parli di te? Ho visto dei video in cui sei nel tuo studio, e devo dire che il tuo MPC è una delle cose più sporche che abbia mai visto in vita mia…

M.P.: «Ma l’ho cambiato, di recente, eh! In effetti era un po’ provato [ride]»

Un po’. Ma venendo invece all’album: non è la prima volta che ti dedichi ad un LP in collaborazione con un solo MC. Dopo Pumpkinhead, Torae e Ruste Juxx, come mai hai scelto proprio Stax? E’ una scelta di nicchia nella nicchia, da intenditori…

M.P.: «La cosa è andata così: ogni volta che decido di fare un album, il mio amico Shylow ed io compiliamo una specie di lista dei desideri: quali rapper vorremmo avere sull’album? In generale cerchiamo poi di scegliere artisti di spessore che ci piacciano e, soprattutto, che non siano inflazionati. Ovviamente, Stax, che conoscevo dai tempi di Moment Of Truth, rientrava precisamente in questa categoria: artisti sottoesposti che  meritano una maggiore attenzione. Al che Shylow mi ha fatto sentire altro suo materiale, e lì ho deciso che lo volevo assolutamente nel mio disco; così ho chiamato PF Cuttin’, grazie al quale sono poi entrato in contatto con lui. Una volta nello studio abbiamo visto che c’era un certo feeling e che i pezzi venivano da soli, e così è nato Seize The Day, in maniera molto spontanea, un pezzo via l’altro.

E secondo voi che vuoto va a riempire, quest’album? Qual’è la visione complessiva che vi ha spinto a mettere insieme le quindici tracce che lo compongono?

H.S.: «Fondamentalmente, secondo noi manca un po’ di boombap crudo, quello che un tempo si chiamava hardcore.»

M.P.: «Personalmente, poi, quello che volevo fare era assistere Stax nel creare un disco solista. Visto che il suo materiale con i F.A.B.I.D. alla fine non è mai stato pubblicato ufficialmente, ci tenevo a contribuire affinché potesse finalmente far uscire un album a suo nome che lo potesse rappresentare. Immodestamente, penso infatti che i miei beat ed il suo stile, soprattutto la sua vociona da Mack Truck [ditta americana di tir, ndR] si complementino a vicenda. E poi, e lo dico un po’ da fan, quindi consapevole che potrà suonare un po’ ridicolo… ma mi piaceva l’idea di poter proseguire idealmente quel filone artistico di cui i Gang Starr hanno rappresentato la massima espressione.»

Beh, per quel che posso vedere, il responso è stato positivo. A tal proposito, Marco, in passato dicesti che «Da quando la gente ha smesso di pagare per la musica la qualità si è inabissata. Ai tempi, se un artista ti faceva spendere 15 o 20 dollari per un disco di merda poteva star certo che alla prossima volta te ne saresti ricordato.»

M.P. «Sì, certo, la musica intesa come merce ormai non vale più nulla. E confermo quanto dissi: a Toronto andavo nei negozi di dischi ogni martedì, e se l’artista X m’inculava con un prodotto scadente, con ogni probabilità il disco successivo non lo compravo.»

Ricordo: io risparmiavo sui pranzi per potermi comprare i CD.

M.P.: «Esatto! E checché se ne dica, alla fine, il valore economico andava comunque a toccare altri aspetti meno “materiali”. Ora invece se un album fa schifo lo cancelli dall’hard disk e sticazzi; e va bene, è comodo e alle volte può anche essere un buon modo per farti conoscere, ma l’eccesso di comodità — diciamo così — ha compromesso negativamente la facoltà di giudizio di moltissima gente. Prendi Seize The Day: ci abbiamo messo due anni di sbattimenti per metterlo insieme, e alla fine non ce ne viene in tasca praticamente nulla. Tu dici che è stato apprezzato, e lo spero: ma senza un riscontro di vendite è difficile avere una conferma. Ormai, francamente dubito che la stragrande maggioranza dei “consumatori” riesca solo ad intuire la fatica che sta dietro al creare un album avente capo e coda.»

H.S.: «Concordo, basta vedere la fatica che ci ho messo, personalmente, per potermi permettere di registrare un album. E tieni conto che ora abbiamo comunque alle spalle un certo tipo di supporto grazie alla Soulspazm, che cura la distribuzione digitale dell’abum, e alla Fat Beats e alla Ill Adrenaline, che ci ha stampato i vinili. Bene, tutto bello: ma comunque i CD li abbiamo stampati noi. Da soli, come un tempo.»

Mi sembra surreale…

M.P.: «Ma guarda che è così: se sei un artista underground — e senza vendite sostanziose è facile rientrare nella definizione — la logistica a tua disposizione si riduce enormemente. Noi non abbiamo una struttura alle spalle che promuova in alcun modo il nostro disco; la nostra pubblicità è il passaparola.»

Anche negli Stati Uniti? Proporzionalmente i fan di un certo suono saranno sempre pochi, ma il nostro 3% di popolazione da voi significa pur sempre un centinaio di migliaio di persone.

M.P.: «No, no, no… guarda che ad eccezione di pochi supporter attivi, nessuno compra più niente, e soprattutto negli Stati Uniti è così. Anzi, è pure peggio! Figurati che il nostro mercato, in senso lato, è molto più ampio  in Europa perché il nostro stile è maggiormente apprezzato qua da voi! I tour noi li facciamo più volentieri qua, perché oltreoceano, ad eccezione forse di New York, è difficilissimo trovare dei posti dove suonare se non si hanno dei grossi numeri alle spalle. Vale per anche per gente come Masta Ace, che mentre in Germania e fa date con 1200-1500 persone paganti,  nella sua città natale fa il triplo della fatica per ottenere risultati simili — e calcola che stiamo parlando di uno che fa questo mestiere dai tempi della Juice Crew! Per converso, io, nel mio piccolo, ho recentemente fatto un disco [Kartagina, ndR] con un artista polacco di nome O.S.T.R.: bene, nonostante la mia non sia musica da radio, il disco è stato un successo al punto tale che ho detto “cazzo, ma così è come andavano le cose un tempo da noi!”»

Tuttavia, mi sembra che le cose stiano cambiando: le major stanno perdendo colpi e il rap più smaccatamente commercialone, per inciso quello che fa cagare senza appello, tira meno di un tempo. Di rimando, la sensazione è che l’hip hop non abbia più il peso mediatico di qualche anno fa, nel bene e nel male, il che secondo me ha permesso ad emergenti come Kendrick Lamar di raggiungere un successo commerciale di rilievo pur partendo da un approccio “indie”, per così dire. In altre parole, ho la sensazione che si stia tornando ai cicli pre-boom di metà anni ’90. Siete d’accordo?

H.S.: «In parte sì. Internet è un’arma a doppio taglio: i lati negativi li ha elencati Marco, ma è pur vero che è grazie ad esso che è tecnicamente possibile bypassare le major e farsi conoscere ad un pubblico potenzialmente sterminato.»

M.P.: «La situazione fino a poco tempo fa era oggettivamente dopata, e come in tutte le cose prima o poi si deve ritornare al punto di partenza. Un po’ come successe con l’underground nuiorchese ai tempi di Stretch e Bobbito o della Rawkus, quando alcuni artisti riuscivano a vendere 25000 copie dei loro 12” beccandosi degli anticipi di ventimila dollari per due canzoni. Non un album: due canzoni! E difatti sappiamo com’è finita — il principio è lo stesso. In ogni caso, a me basterebbe che ci fosse un maggior equilibrio tra stili, e dunque una maggiore equità nella capacità promozionale dei diversi artisti. Siccome in fondo la distinzione da fare è tra prodotti validi e prodotti di merda, mi piacerebbe che si potesse avere sullo stesso piano il materiale commerciale “buono” — che esiste, è ovvio — e quello più ruvido. Negli anni ’90 le due cose coesistevano senza problemi; c’erano figate come Put Your Hands Where My Eyes Could See e i Mobb Deep, non vedo perchè non si possa tornare ad una situazione simile.»

Mentre ora il filone del boombap, passami il brutto termine, sottorappresentato. Però non sono nemmeno in molti a saperlo fare bene; parlando con altri artisti, come Sean Price o KA, è venuto fuori che uno dei motivi per cui ciò avviene potrebbe risiedere nei cambiamenti avvenuti sul piano sociale, ovvero che in molte parti d’America la situazione nei ghetti urbani non è più grave come un tempo e quindi anche la musica si è “ingentilita” di conseguenza.

M.P.: «Per quanto mi riguarda posso solo dirti che, da canadese che si è trasferito a Brooklyn agli inizi degli anni Zero, in meno di quindici anni la situazione è cambiata enormemente. Ribadisco: parlo da outsider, perché ancora mi reputo tale, ma New York è cambiata in maniera enorme; moltissime delle fonti d’ispirazione che potevo trovare girando per le strade stanno scomparendo, e con esse un certo tipo di atmosfera. Non capirmi male, ci sono ancora posti “brutti”, veri e propri ghetti, ma la nel complesso la gentrificazione ha violentato la città. E ti dirò che questo un po’ mi rattrista.»

H.S.: «È vero: a livello di comunità, di tessuto sociale, le cose sono migliorate rispetto ad un tempo; restaurano palazzi, ridipingono facciate, puliscono le strade e questo è senz’altro positivo. Il rovescio della medaglia è che in termini artistici si perde parte dell’anima della città, oltre a venir meno l’ambizione di voler emergere.»

Domanda finale ad effetto: considerato il tuo quartiere d’origine, che non doveva essere un luna park, oggi come oggi faresti scambio tra le due cose?

H.S.: «In realtà io penso di aver avuto un’infanzia e un’adolescenza piuttosto felici — o comunque c’era un buon equilibrio tra aspetti positivi e negativi. E anche questi ultimi, poi, mi hanno reso la persona che sono adesso, per cui ti dirò che no, non cambierei una virgola.»

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