Mace & Blodi B: l'intervista

by • 23/06/2007 • IntervisteComments (0)856

Incontriamo Blodi e Mace, il cui lavoro Tilt è uscito dopo una lunga attesa, per parlare del loro album, dell'esperienza con First Class, dei loro progetti futuri… E di come si sopravvive all'essere una promessa della nuova generazione di artisti hip hop italiani.

Blumi: Si potrebbe dire che Tilt è un album a maturazione lenta: l’attesa prima dell’uscita è stata molto lunga. Come mai avete aspettato così tanto? E ora che finalmente è fuori, come vi sembra sia stato recepito?

Blodi: Secondo me l’attesa non ha influito sul gradimento del disco da parte della gente: il materiale che è uscito finora è totalmente inedito per chi lo ha ascoltato ed è comunque pochissimo, rispetto a tutto ciò che abbiamo registrato in questo periodo. Inoltre, aspettare ci ha aiutato a lavorare con più calma sui dettagli: il tempo che è trascorso da quando abbiamo chiuso il disco a quando materialmente il disco è uscito non è stato inutile.

Mace: Certo, qualunque artista è più contento se l’album esce quando è ancora fresco di studio di registrazione; noi non facciamo eccezione. Però abbiamo preferito prenderci un po’ di tempo per perfezionarlo, anche perché Tilt era concepito per essere un po’ fuori dagli schemi. Abbiamo cominciato a lavorarci tre anni fa: sicuramente, se fosse uscito allora sarebbe risultato ancora più innovativo e spiazzante. Ma fortunatamente non si tratta di un album legato a un preciso filone temporale, è innovativo allora come oggi e in effetti le critiche positive ci hanno dato ragione. Peccato forse non aver colto l’attimo: ultimamente c’è una saturazione del mercato discografico, nel mucchio a volte è difficile notare i lavori migliori.

Blumi: Da dove arriva il titolo Tilt?

B: Si rifà al concetto di base dell’album: innanzitutto perché abbiamo usato sonorità inusuali, ma anche per il modo di affrontare gli argomenti. In ogni brano ho cercato di mostrare il lato meno comune delle cose, la maschera più nascosta di ciò che ci circonda. Tilt era la parola più breve ed efficace per descrivere tutto questo.

M: Tilt è il piccolo errore che ne genera uno più grande, l’elemento di rottura che può restare innocuo o creare un effetto domino che distrugge l’intero sistema.

B: Spesso il nome dell’mc tende a prevalere su quello del beatmaker: anche se l’album è prodotto da un’unica persona, esce solo a nome dell’mc. Nel vostro caso, invece, entrambi i vostri nomi compaiono in copertina. Come mai questa scelta?

M: Nei casi che citavi, normalmente è l’mc che chiama il produttore alla ricerca di un po’ di materiale, dopodiché il rapporto tra i due praticamente si interrompe. Per noi non è stato così, è stato un lavoro 50-50. Per quanto mi riguarda, avevo davvero voglia di produrre un intero album: è molto più soddisfacente seguire un progetto a 360°, ti dà la possibilità di dare più personalità a ciò che fai. Conoscendo e stimando Blodi da tanti anni, gli ho proposto di fare qualcosa insieme.

B: Abbiamo sempre lavorato parallelamente, confrontando le rispettive idee e influenzando in maniera reciproca i rispettivi campi. Abbiamo finito per decidere tutto insieme, dalle tematiche dei testi al tiro dei beat. Non è stata una collaborazione a compartimenti stagni, insomma.

B: Blodi, il tuo rap è sempre stato caratterizzato da un flow particolarissimo, ancora più insolito se applicato al contesto italiano. L’hai studiato apposta per differenziarti dagli altri oppure è stata un’evoluzione naturale?

B: Ho sempre concepito il rap come qualcosa di intimo. Quando io e gli altri Banhana Sapiens abbiamo cominciato a lavorare sulla nostra musica, abbiamo sempre seguito una strada un po’ diversa da quella degli altri, perché noi stessi ci sentivamo diversi dagli altri mc. Se molti prendono a modello Method Man, noi siamo rimasti folgorati da Outkast, Pharoae Monch e Reflection Eternal, perciò ci veniva naturale spostarci su altri tipi di flow e musicalità. Il mio flow inizialmente può lasciare un po’ spiazzato l’ascoltatore, ma in effetti questo è un disco concepito per essere assorbito lentamente, perciò la cosa non mi preoccupa molto.

M: Personalmente ho voluto collaborare con lui proprio per queste sue particolarità. Già quando lo invitammo a partecipare al primo disco de La Crème, L’alba, ero rimasto molto colpito: in quel periodo Milano si era appiattita su un certo standard, mentre lui si distingueva nettamente da tutti gli altri.

B: Mace, sei uno dei produttori più elogiati e apprezzati della nuova scuola italiana. Tutti hanno delle grandissime aspettative su di te: come vivi la cosa?

M: Molto bene, direi! Non me lo aspettavo: quando ho cominciato a produrre avevo un approccio molto intuitivo, facevo musica per me stesso, perciò non avrei mai creduto di riscuotere tutta questa approvazione. Sono stato fortunato perché già dopo il mio primo lavoro ho avuto feedback molto positivi, ma non mi accontento: voglio trovare nuove vie, nuovi stimoli e nuovi suoni per non sedermi sugli allori. Non voglio fare beat con lo stampino, insomma, il che è uno dei motivi per cui ancora non ho fatto un album tutto mio: aspetto di raggiungere l’equilibrio perfetto. Per ogni mio progetto, cerco di cambiare l’impostazione melodica. In questo disco, ad esempio, più della metà dei campioni sono presi dal rock anni ’70.

B: A proposito dei vostri percorsi personali, tutti e due avete vissuto in prima persona il fenomeno Showoff, uno dei momenti più prolifici e positivi per la scena hip hop milanese. Secondo voi quello spirito è sopravvissuto anche adesso che le serate Showoff sono terminate, oppure si è trattato di un periodo estemporaneo?

B: Considerando che ancora oggi, a distanza di anni, tutti gli artisti che si alternavano ai microfoni di Showoff sono attivi e molto apprezzati, direi che lo spirito è sopravvissuto.

M: È stato un momento estremamente positivo per l’hip hop italiano: tutti si sono rimessi all’opera, quelli della vecchia guardia tornavano a fare musica, molti nuovi talenti hanno cominciato ad emergere… Showoff ha ridato stimoli dopo un periodo di vuoto totale, diventando il Lyricist Lounge di Milano. Ora come ora, un’iniziativa del genere avrebbe senso se ripartisse dal basso, dagli esordienti di oggi.

B: Entrambi arrivate da precedenti esperienze di gruppo, Mace con La Crème e Blodi con i Banhana Sapiens. Come mai a un certo punto avete deciso di tentare l’esperienza in solitario?

M: Dopo l’uscita de L’alba io e Jack ci siamo presi un periodo di pausa ma, visto che avevo molto altro materiale pronto, ho pensato di impiegarlo in altri progetti, cominciando a collaborare con diversi artisti. Alla lunga, però, creare musica a più mani mi è mancato: per un beatmaker lavorare da solo può essere stimolante, ma in effetti curare un progetto nella sua totalità è molto più soddisfacente, così mi sono lanciato in questa nuova avventura con Blodi, inventando delle sonorità ad hoc che ho r
ifinito sul lungo periodo.

B: Il cammino di un artista hip hop è fatto di molti episodi diversi, che ti arricchiscono in molti modi diversi. Le strade si incrociano e si dividono continuamente, a seconda dell’ispirazione del momento: è proprio questo il bello. Questo continuo ricambio di stimoli è fondamentale per la freschezza della musica e per la crescita della persona. Per quanto mi riguarda, comunque, sto continuando a lavorare con i Banhana e proprio in questi giorni siamo in fase di masterizzazione dell’album. Sarà un lavoro importante, da venticinque pezzi: non saremmo mai riusciti a realizzare qualcosa del genere, se non avessimo diversificato le esperienze.

B: Parlando dei featuring, incuriosisce il fatto che abbiate scelto soprattutto artisti First Class: come mai avete deciso di lavorare unicamente con persone interne alla vostra etichetta?

M: In realtà il criterio è un po’ diverso, nel senso che abbiamo scelto di collaborare con le persone con cui eravamo già in studio tutti i giorni. Ovviamente abbiamo chiamato Jack the Smoker e i Banhana Sapiens, i nostri rispettivi soci storici; parlando invece di Giuann Shadai, Chief e Reverendo, in quel periodo stavo lavorando anche ai loro album e ci è venuto naturale coinvolgerli.

B: È stata una cosa del tutto spontanea: ci siamo trovati in sintonia ed è partita la proposta. Anzi, oserei dire che forse hanno insistito più loro che noi… E ovviamente, se Chief e Reverendo ti propongono un featuring sul tuo album, accetti al volo! (ride)

B: First Class è un’etichetta relativamente giovane, nata da persone senza precedenti esperienze nel mondo della discografia (tu stesso, Mace, sei il direttore artistico). Perché, in un periodo in cui tutti cercano di sfruttare il trend positivo delle major, avete deciso di creare dal nulla una label indipendente?

M: Il vero e proprio "padre" di First Class è Antonio Tesoro, che già da tempo aveva in mente questo progetto. Ho creduto subito nella validità dell’idea e, quando mi ha proposto di entrare a far parte dello staff come direttore artistico, ho subito accettato. In Italia ci sono diverse etichette hip hop valide, ma non tutte seguono la lavorazione degli album dall’inizio alla fine: fanno più da intermediarie che da vere e proprie case discografiche. Noi, salvo casi eccezionali, generalmente preferiamo fare il contrario, aiutando l’artista dal concepimento del disco fino alla sua promozione. Una struttura come la nostra mancava totalmente; e lo dico senza nulla togliere alle altre, abbiamo semplicemente scelto un approccio diverso. Alla fine, nonostante fossimo dei novellini in questo campo, a giudicare dai riscontri la nostra scelta si è rivelata vincente. Siamo riusciti a creare delle sinergie con strutture molto più grandi di noi e i prodotti che sono usciti hanno avuto un’ottima accoglienza. Certo, abbiamo pubblicato solo quattro album, ma non vogliamo caricarci di progetti solo per fare numero: crediamo fermamente in ognuno di loro e abbiamo voluto seguirli con tutta la cura possibile. Gli artisti sembrano apprezzare: continuiamo a ricevere proposte da ragazzini al primo demo come da personaggi affermati, e la cosa ci lusinga.

B: Anche se finora i progetti pubblicati sono pochi, sembra che abbiate molta carne al fuoco…

M: Per citare i più immediati, tra pochissimo uscirà l’album dei Fuossera, che ha ottime potenzialità per lasciare il segno. A settembre, invece, sarà la volta di Chief e Reverendo: il disco ha avuto una gestazione molto lunga ma ne è valsa la pena, loro due hanno fatto un lavoro fantastico e i produttori sono tutti pezzi da novanta.

B: Prospettive future?

B: Come dicevo prima, tra poco uscirà l’album dei Banhana Sapiens; nel frattempo, sto lavorando anche ad altri brani con diversi produttori emergenti, sarà una vera e propria sorpresa. Per quanto riguarda i live, il prossimo mese sarà abbastanza intenso, tenete d’occhio le date.

M: Io sto lavorando all’album di Posi, che uscirà prossimamente, e a quello di Oscar White, un ragazzo milanese emergente con cui stiamo realizzando una sorta di concept-album sulla vita di quartiere (con un’attitudine non gangsta, ci tengo a sottolinearlo). Oltre a questo, mi vedrete sugli album di Jesto, Dj Enzo e Kaos. Nel frattempo, sto dando una mano a Zizzed per il suo lavoro solista; Sempre con Zizzed e Alex Trecarichi, inoltre, abbiamo dato vita al progetto Revolvers, che spazia dall’electro-rock all’elettronica europea e che è pensato soprattutto per la dimensione live.

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