M.I.A. – Matangi: Recensione

by • 06/11/2013 • Copertina, RecensioniComments (0)939

Per capire Matangi bisogna tenere a mente una serie di avvenimenti. Matangi è il quarto album di M.I.A., all’anagrafe Mathangi “Maya” Arulpragasm, che segue di tre anni Maya, lavoro accolto tiepidamente dalla critica e da chi gli album (ancora) li compra. Negli anni trascorsi sono successe diverse cose. Inizialmente, M.I.A., probabilmente in seguito allo scarso successo di Maya, ha avuto problemi a trovare motivazioni per produrre nuova musica. Pare che abbia poi ritrovato un nuovo slancio attraverso ricerche sulla principessa hindu Matangi, dalla quale deriva il suo nome, e a una ritrovata spiritualità.

Circa un anno fa, M.I.A. aveva già pronto il suo quarto album, ma la Interscope decise di posticiparne l’uscita. La colpa dell’artista sarebbe stata quella di aver creato un album “troppo positivo”. “Ma come – sembravano dire alla Interscope – ti vendiamo come nemico pubblico numero uno, e poi ti presenti con tutta questa roba positiva? Devi renderlo più scuro”. Da qui in poi è iniziato un braccio di ferro con l’etichetta, durante il quale M.I.A è arriva anche a minacciare di postare il suo album su twitter se alla Interscope avessero continuato ad opporsi alla pubblicazione di Matangi.

Dopo un anno eccoci qua, con un album dalla gestazione eccessiva e nato ibrido. Nonostante tutto ciò, Matangi è un buon album. Non sembra affatto un lavoro posticipato per essere reso appetibile al grande pubblico. Non tradisce le aspettative di un fan medio di M.I.A., ma, a voler leggere tra le rime, è facile rintracciare le influenze del travaglio complicato.

Per capire il potenziale innovativo dell’album basta dare un’occhiata ai produttori, tra i quali figurano The Partysquad, duo di dj/produttori olandesi precedentemente sotto Mad Decent, Doc McKinney, collaboratore (tra gli altri) di Drake, The Weeknd e Santigold, e Hit-boy, un nome una certezza: ha curato le produzioni di successi come “Niggas In Paris” dell’accoppiata Kanye West e Jay-Z, “Goldie” di A$AP Rocky e “Backseat Freestyle” di Kendrick Lamar, per dirne alcuni.

Si tratta di un album profondamente da M.I.A., in quanto unisce campioni bollywoodiani distorti, percussioni frenetiche, incursioni glitch, vena electro e voci ipnotiche. Insomma, il solito melting pot schizofrenico a cui ci ha abituato l’artista anglo-srilankese. Basta aggiungerci poi un tocco trap ed ecco la title track “Matangi”, un ottimo esempio di quello che, con tutta probabilità, volevano alla Interscope: un disco che unisse la caratteristica carica sovversiva di M.I.A., confezionata con suggestioni etniche, e l’avanguardia pop del momento, cioè essenzialmente trap, dance e qualche dissing a Drake.

La sorpresa è che in effetti il risultato funziona. Ne sono un esempio “Matangi”, appunto, “Warriors”, “Bad Girls”, hit apparentemente inossidabile, e i club bangers “Y.A.L.A.” e “Bring The Noize”. Nella eccitante “Only 1 U” (miglior traccia del disco), invece, troviamo una traccia sincopata e potente (coprodotta dalla stessa M.I.A), perfetta sintesi delle influenze di cui sopra, e della volontà dell’artista, di cui sotto.

A mio parere, infatti, la parte più interessante si trova altrove nel disco. E cioè dove la combattività forzata si smorza e la vena anti-pop si sposa con un’accettazione e una forza di matrice spirituale. “There is nothing that can touch me now” e “you ain’t gotta shake it, just be with me” dice M.I.A. in “Come Walk With Me”. Oppure nell’electro pop di “Exodus” (feat. The Weeknd) (e nel relativo riuscito remix “Sexodus”), in cui l’artista sembra più libera, la voce si fa melodica e quasi ipnotizza. Il messaggio è simile: “baby you can have it all, tell me what for”. Dopotutto, avendo quasi quarant’anni, ci si può anche aspettare che il messaggio di M.I.A. cambi, evolva, se non maturi.

Da skippare, invece, il trapstep reggaeggiante di “Double Bubble Trouble” e il garage ovattato di “atTENTion”, pezzo, quest’ultimo, per il quale M.I.A. si è avvalsa dell’aiuto dell’amico Julian Assange (che le ha anche aperto un concerto), il quale a quanto pare l’ha soccorsa nel suo studio “decriptando l’intera internet” in cerca di tutte le parole che contenessero la parola “tent”. Passano in secondo piano anche le insipide “Lights” e “Know It Ain’t Right”. Se con “troppo positivo” alla Interscope era questo che intendevano, allora c’è da gioire dell’uscita tarda di Matangi.

In conclusione, Matangi è un album che si regge su un equilibrio delicato, ma che in fin dei conti funziona e non fa torto a nessuno.

 

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