lowlow: l’intervista

by • 25/01/2017 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su lowlow: l’intervista122

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La maggior parte dei rapper (italiani, perlomeno) confina l’ego trippin all’interno dei propri pezzi, e durante l’intervista gioca la carta della modestia (o del realismo, perlomeno). Non lowlow: lui ha deciso di essere genuino al 100%, e di ripetere nelle interviste ciò che dice nei suoi pezzi. Ovvero che è il numero uno, il migliore, e che le sue aspirazioni si estendono verso l’infinito e oltre. Non c’è nulla di cui scandalizzarsi in questo: l’arroganza, la sicurezza in se stessi, la voglia di spaccare tutto nella vita e nella musica sono tratti distintivi dei grandi rapper, sono parte del loro dna. Biggie non sarebbe diventato Biggie se non si fosse posto il cielo come limite. Non sappiamo ancora cosa diventerà lowlow – che è consapevole di sparare molto alto e ci ride su – ma finora le premesse giocano tutte a suo favore: con una gavetta iniziata a tredici anni è riuscito a farsi strada e ad emergere nella scena underground romana, una delle più competitive d’Italia. A soli ventitrè anni è diventato il primo rapper ad essere contrattualizzato dalla Sugar di Caterina Caselli, una delle etichette più prestigiose (e rigorose) dello stivale. E il suo primo album ufficiale, Redenzione, uscito pochi giorni fa e ricco di spunti interessanti e episodi molto riusciti, ha mancato di un soffio il podio della classifica generale Fimi, classificandosi quarto in assoluto. Lo abbiamo incontrato poco prima del suo debutto per una chiacchierata a cuore aperto.

 Blumi: Sei il primo rapper a firmare per Sugar. Come nasce questa collaborazione?

lowlow: Ci siamo cercati a vicenda. Credo che il motivo per cui mi hanno notato inizialmente è stato La solitudine del numero 1, un mio pezzo inserito nella colonna sonora del film Zeta, che ha mostrato alcune mie potenzialità fino a quel momento nascoste. Mi sono subito trovato molto bene con Sugar: sono arrivato con le idee molto chiare – questo disco lo sogno e lo progetto da quando ho cominciato a fare rap – e loro hanno capito subito quello che avevo in mente. C’è sempre stato un grande scambio tra di noi, sia a livello artistico che umano. Mi hanno infuso sicurezza: sono approdato da loro con un disegno preciso in mente, e con quel po’ di spocchia che mi contraddistingue sempre, e il fatto che mi abbiano comunque dato fiducia nonostante io fossi l’ultimo arrivato e loro fossero abituati a lavorare con i grandi della musica italiana mi ha fatto sentire subito tranquillo. Sento di essere riuscito a fare il mio anche in un contesto più alto: ho sempre sperato di poter giocare un campionato di serie A, confrontandomi con un pubblico diverso da quello del rap, ma restando me stesso.

B: Oltre al contesto, con quest’album è cambiato anche il processo creativo per te: anziché scrivere sui beat hai lavorato con un arrangiatore in studio, Fausto Cogliati…

ll: C’è stato molto lavoro dietro, infatti. Io sono un rapper molto sillabico, mi ispiro a Eminem e Kendrick Lamar, e quindi lavorare sulla musica era una vera sfida: sento di essere davvero migliorato, soprattutto grazie a Fausto, che mi ha mostrato tutte le diverse possibilità che avevo per esprimermi. Per fare un esempio banale, prima quando facevo un 16 barre per dare enfasi spingevo molto a livello vocale; ora, invece, so che c’è tutto un mondo di sfumature nell’uso della voce. Mi ha aperto la testa.

B: Vi conoscevate già, prima di collaborare?

ll: No. Partivo da aspettative molto alte per questo disco: volevo fare un classico, tipo Good Kid, mA.A.d city di Kendrick. Ma volevo anche trascendere il rap come genere. Quando mi hanno presentato Fausto Cogliati, sono stato entusiasta di scoprire che aveva lavorato con altri artisti italiani che erano riusciti ad uscire dal recinto del rap, come Fedez e J-Ax. Io sono sempre molto sicuro di me, quando mi presento scherzo sempre (fino a un certo punto) dicendo che sono il rapper migliore di tutti: anche quando ho fatto ascoltare per la prima volta le mie canzoni in Sugar non mi sentivo troppo in ansia, perché sapevo di aver fatto un buon lavoro. Con Fausto, però, per la prima volta ho avuto paura che mi avrebbe sputato, come il rappettaro da due soldi che sono… (ride) Gli ho fatto sentire La solitudine del numero1, che in quel periodo era un po’ il mio biglietto da visita, e temevo non riuscisse a cogliere il valore lirico di quel pezzo, che è strettamente rap e si rivolge solo a quel tipo di pubblico. Invece, per fortuna, gli è piaciuto moltissimo. Abbiamo un gran bel rapporto, c’è sempre stato un confronto molto aperto. Ci siamo messi entrambi in gioco e credo che abbiamo creato una gran cosa.

B: Nel primissimo brano in tracklist, Arirang, dici “Non ho niente da insegnare, non voglio figli e figlie”…

ll: Io non sono un role model. Penso di essere il miglior rapper italiano, ma come persona mi sento abbastanza una delusione. Redenzione è anche un po’ questo: ora che la musica ha cambiato la mia vita, devo cercare di cambiare un po’ anche io come persona. In meglio, spero. Vorrei solo far trapelare un messaggio dalle mie canzoni, senza diventare continuamente un manifesto di propaganda a me stesso. Però allo stesso tempo mi piace giocare con questo dualismo tra l’artista e la persona, la finzione e la realtà, e mostrare sempre la realtà un po’ in perdita rispetto alla finzione. Io nella fantasia ci sguazzo: sono un orsacchiotto, nessuno potrebbe mai prendermi sul serio se dicessi che voglio fare una rapina… Eppure posso prendermi la libertà di fare una canzone sul tema.

B: Ecco, a proposito: uscire nel mercato mainstream con un primo singolo come Ulisse, che ovviamente è uno storytelling (sul modello di pezzi come Stan di Eminem, immagino) ma ha un argomento molto forte, non è stata una mossa rischiosa? Come ti è venuta l’idea?

ll: Avevo molta voglia di fare qualcosa che rappresentasse il mio lato oscuro. Il discorso è stato quasi strategico: volevo prendere il tipo di energia e di cattiveria che metto nei pezzi strettamente rap e trasferirlo in un contesto diverso, completamente estraneo. Ho preso l’idea di una rapina – anche abbastanza classica, se vuoi: una roba cinematografica alla Quel pomeriggio di un giorno da cani o Inside man – e ci ho messo lowlow senza snaturarlo. Nei miei lavori precedenti a volte mi è capitato di sentirmi frainteso, ma credo che in questo caso quello che volevo dire sia riuscito ad arrivare a molte più persone.

B: Non hai mai avuto paura di essere frainteso dal pubblico generalista, però?

ll: A me piace molto litigare, perciò non vedevo l’ora che qualcuno dicesse qualcosa per controbattere! (ride) E invece non è successo, con questo pezzo sono diventato un paladino, tutti mi vogliono bene. Ma io sono ancora cattivo, sappiatelo.

B: La tracklist si apre con un pezzo molto triste, Arirang, e si chiude con Redenzione che invece è molto più solare e pieno di speranza: è un percorso?

ll: Sì, e questo è un discorso meno strategico. Avendo scritto questo disco in un periodo per me positivo – prima esperienza di vita da solo, in una casa che mi piaceva molto, con un nuovo lavoro – in effetti c’è un filo conduttore, ed è proprio il mio cambiamento. A livello di rap, ad esempio, una delle strofe che mi piacciono di più è la seconda di Arirang: ci ho messo tanto ad imparare a semplificare e a rappare così. Redenzione, invece, è la canzone che ci ho messo di più a metabolizzare: mi piaceva quello che dicevo ma non me la sentivo del tutto addosso, perché mi riesce più facile essere negativo che positivo. A posteriori, invece, sono molto contento di essere uscito dalla mia comfort zone e aver mostrato diversi aspetti di me.

B: Del secondo singolo, Il sentiero dei nidi di ragno, hai detto che parla della tua generazione: però, dopo aver detto di non voler essere un modello per nessuno, questo non è un po’…

ll: … Contraddittorio? Sì, certo. Io però ce lo vedo, un senso. Il messaggio che sto cercando di trasmettere ai ragazzi è “La musica non vi salverà, salvatevi da soli”. Rispetto alla generazione dei nostri genitori, è cambiato tutto. Loro sono cresciuti con l’ideale del bene comune; questo, invece, è un periodo molto individualista. Io e i miei coetanei siamo ambiziosi, cattivi, vogliamo arrivare. Non ci interessa la morale, ci interessa mettere la nostra bandierina sulla luna.

B: E la tua luna qual è?

ll: Sono talmente ambizioso che non saprei dirti, non sarò mai soddisfatto, non mi accontento. Dico solo cose che so che realizzerò, sennò poi so già che mi crocifiggo. Una su tutte: fare un pezzo con Kendrick Lamar. (scoppia a ridere) Lo so, può sembrare assurdo, però con Fausto ci siamo promessi che se tutto va bene con quest’album, per il prossimo arriviamo in Sugar e mettiamo sul tavolo l’idea di un featuring con Kendrick.

B: A dirla tutta avrei detto più che il tuo obbiettivo fosse fare un featuring con Eminem, di cui sei un noto fan… (Il giorno dell’intervista, tra l’altro, LowLow indossa una t-shirt di Eminem, ndr)

ll: No, in realtà il mio sogno è fidanzarmi con la figlia di Eminem. Non solo perché è molto carina, sia chiaro: ma perché sarebbe un mezzo per arrivare Fonte di tutto il rap. Comunque, scherzi a parte, al di là del pezzo con Kendrick non so ancora qual è il mio vero obbiettivo. Forse entrare nel club dei 27.

B: Beh, ti auguriamo di no, visto che c’è un piccolo effetto collaterale per i membri: devi essere morto a 27 anni…

ll: Allora voglio diventare premio nobel per la letteratura. Con questi capelli sembro un piccolo Bob Dylan, no? (ride)

B: Cambiando argomento, in Ziggy dici “Se non scrivevo rime ero spacciato”. Hai mai immaginato la tua vita se non fossi stato un rapper (visto che oltretutto hai cominciato a rappare a tredici anni)?

ll: Non riesco proprio ad immaginarla: sono stato adottato dalla scena rap da piccolissimo, grazie al freestyle, e ha assorbito la mia vita in maniera così totale che non potrei farne a meno. Spesso il rap ti porta a vedere le cose in una maniera diversa rispetto ai tuoi coetanei: tutti i tuoi traguardi, tutti i momenti importanti, diventano indissolubilmente legati alla musica e alla tua voglia di arrivare.

B: Non hai mai avuto un piano B, quindi?

ll: Beh, quand’ero piccolo dicevo a tutti che sarei diventato un calciatore più forte di Maradona. (ride) Ho sempre avuto l’ambizione e il desiderio di essere il più bravo di tutti: se vendessi pentole mirerei a diventare il capo assoluto del pentolame italiano. Però per me il rap è sempre stato tutto, fin dalle primissime volte in cui facevo freestyle e non andavo neanche a tempo. È una cosa talmente forte, per me, che a volte dubito della mia percezione della realtà: per questo ho tanto bisogno di sapere che piaccio agli altri. È una cosa che non tutti ammettono, ma con cui tutti gli artisti si confrontano.

B: A proposito, cosa pensi di quelli (e di questi tempi sono sempre di più) che usano il rap non come un mezzo di crescita personale ma come un modo per diventare rapidamente famosi, magari senza neanche essere troppo capaci di rappare?

ll: Non sono una persona sprezzante: venendo da una realtà molto underground, mi piacciono tutti quelli che provano ad esporsi con la loro arte. Certo è che io vengo da un corso sonoro di un certo tipo, ma sono di mentalità aperta: non mi piace la censura e non mi considero superiore a nessuno, tutti siamo arrivati al rap facendo esperienze diverse. Come dire, ho problemi con tutti, ma proprio per questo non ho problemi con nessuno! (ride)

B: Tornando ai brani dell’album, per spiegare Borderline hai detto “Dal momento che Satana esiste, deve esistere anche Dio”. Ci spieghi meglio cosa intendevi?

ll: Sono credente a mio modo: nei miei pezzi c’è spesso questo dualismo bene/male. Forse dipende dal fatto che ho così tanta voglia di arrivare: mi sono chiesto spesso se c’è una specie di controllore del karma che fa passare avanti quelli che si comportano bene e blocca quelli che si comportano male. In questo pezzo, oltretutto, c’è anche una componente in più, perché parla di ragazzine autolesioniste. È una canzone particolare, perché scrivo come se fossi una pischella o come un narratore onnisciente, a seconda dei casi, però credo che abbia toccato la sensibilità di molti. È il mio modo di dire che anche nel buio c’è sempre una luce.

B: Redenzione è un disco solista in tutti i sensi: ci sei solo tu, e un arrangiatore a supporto. Niente beatmaker, niente soci, niente crew… E tu, in passato, di esperienze davvero soliste ne hai avute relativamente poche. Come ti sei trovato?

ll: Io in realtà mi sono sempre visto come solista. Sono molto contento di tutte le mie collaborazioni perché mi ha portato ad avere la possibilità di fare il disco che volevo, ma al momento sto benissimo così. Certo, non è facile: sto lanciando un progetto diverso da tutti quelli che ci sono in giro, è una situazione un po’ me against the world, però per me è un grosso stimolo. Mi sento cresciuto. Lo vedo anche dalle piccole cose, tipo i ritornelli: un tempo non ero per niente capace di farli, e invece adesso mi riescono bene.

B: In conclusione, cosa ti aspetti da questo disco?

ll: Non lo so, sinceramente: ho progettato la mia vita fino a domani (l’intervista è stata realizzata il giorno prima dell’uscita dell’album, ndr). Però sono contento e fiducioso: ho paura solo il giusto. Sotto esame ho sempre dato il meglio, spero sarà così anche stavolta.

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