LNDFK: l’intervista

by • 17/01/2017 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su LNDFK: l’intervista177

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Ve li avevamo già presentati in una puntata della nostra rubrica 50 Sfumature di Black, ma il loro EP di debutto ci è piaciuto così tanto che abbiamo deciso di approfittarne per fare quattro chiacchiere con loro. Stiamo parlando di LNDFK, un progetto nato a Napoli ma con ambizioni molto più internazionali, costituito dalla cantante e autrice Linda Feki (il duo porta proprio il suo nome devocalizzato, è lei il suo volto pubblico) e dal producer, autore e arrangiatore Daryobass. Entrambi nei loro vent’anni, hanno dato vita a atmosfere molto interessanti, che raramente si trovano in Italia: le hanno racchiuse nel loro primo EP, Lust blue, già fuori da qualche tempo. Li abbiamo raggiunti via Skype a Parigi per parlarne.

 Blumi: Ci raccontate qualcosa di voi e di come vi siete conosciuti?

DaryoBass: Io e Linda siamo di Napoli, ci siamo conosciuti nella nostra città. Ho sempre suonato, nella vita: da piccolo ho frequentato il conservatorio diplomandomi in pianoforte classico, ma ho sempre avuto il desiderio di conoscere meglio il mondo del jazz. Vivendo ad Arzano, un paesino della periferia molto disagiato per certi aspetti, crescendo sono anche stato molto a contatto con il rap, che è un linguaggio molto usato nel mio quartiere: mi ha sempre molto incuriosito e ho iniziato ad approfondire la storia dell’hip hop e della musica black. Non solo a livello teorico, tra l’altro, perché ho comprato un campionatore e ho cominciato a usare abitualmente synth e tastiere. Quando ho incontrato Linda è venuto molto naturale cominciare a lavorare insieme.

Linda Feki: Io ho iniziato a cantare da bambina, appassionandomi alla musica soul. Crescendo ho scoperto anche il jazz: ho iniziato a intraprendere un percorso di studi specifico, iscrivendomi a una scuola di musica dove poi ho conosciuto Dario. Ai tempi avevo un gruppo trip hop di nome Rorschach, come le famose macchie, ma ho cominciato a trovarmi spesso anche con Dario per studiare insieme i vari elementi che gravitano attorno al mondo del jazz – il be-bop, gli standard, la musica brasiliana… Ci vedevamo nel suo studio e ascoltavamo una tonnellata di dischi. Quasi per gioco abbiamo anche cominciato a comporre e registrare qualcosa, e da lì è nato tutto.

B: Da Napoli vi siete trasferiti a Parigi…

L.F.: Sì, temporaneamente. Anche l’anno scorso eravamo stati per un po’ a New York, per aprire i nostri orizzonti.

D.B.: Abbiamo scelto di spostarci perché la realtà di Napoli cominciava a starci un po’ stretta, siamo convinti che per crescere musicalmente sia molto importante viaggiare ed entrare a contatto anche con altre culture. In Francia, ad esempio, la musica è parte integrante della vita quotidiana di tutti, e il jazz è quasi più radicato qui che in America: ci sono jam session e concerti ogni sera, si respira un’aria davvero stimolante.

B: Per chiudere il cerchio dell’Europa, la vostra etichetta Feelin’ Music è svizzera. Come ci siete arrivati?

D.B.: Chi fa beat astratti in Italia e in Europa non può che conoscere e stimare Feelin’ Music, perché ha fatto uscire molti ottimi prodotti negli ultimi anni. Quando abbiamo avuto in mano il master del disco l’abbiamo mandato un po’ in giro, tramite le classiche caselle mail sul genere “Send your demo”, e abbiamo ricevuto parecchi riscontri sia dall’Europa che dall’America. Quando però ci ha risposto la nostra attuale etichetta abbiamo subito capito che era la scelta giusta, e infatti non ci siamo sbagliati: ci hanno seguiti tantissimo, hanno curato personalmente il master, ci hanno dato molta sicurezza.

B: L’EP Lust blue ha delle atmosfere molto particolari, minimal e ricercate. Insomma, avete fatto il contrario di quello che fanno molti vostri colleghi: anziché cercare un modo per avvicinarvi alle masse, ve ne siete allontanati alla ricerca di una maggiore sofisticatezza. Come mai?

L.F.: Abbiamo deciso così in maniera molto naturale, perché volevamo scrivere qualcosa che rispecchiasse le nostre influenze.

D.B.: Volevamo creare una sintesi che incarnasse la nostra passione per determinati suoni e groove, ma non c’è stato un ragionamento funzionale al pubblico. Sapevamo che sarebbe stato difficile farci capire, ma secondo noi anche in Italia c’è una base che ama questo tipo di sonorità, magari scoperte tramite Internet e poi cercate all’estero. È a loro che speriamo di rivolgerci.

L.F.: Sicuramente in Italia ci sono molte orecchie che non sono pronte ad apprezzare un progetto come questo, però abbiamo deciso di non farci problemi. Le recensioni uscite finora sono comunque molto positive, quindi va benissimo così. In ogni caso ogni canzone dell’EP si differenzia molto dalla precedente, per cui secondo noi ce n’è per tutti i gusti!

B: Ecco, parliamo delle recensioni…

L.F.: Non potremmo essere più contenti. Non sono solo le recensioni a farci felici, ma i piccoli riscontri. Ad esempio, qualche tempo fa mi ha scritto un ragazzo americano sul mio profilo Soundcloud: aveva ascoltato l’EP proprio nei giorni in cui Trump veniva eletto presidente, e mi ha ringraziato perché in un momento così difficile per il suo paese e per lui eravamo riusciti a regalargli le vibrazioni positive di cui aveva bisogno. L’ho ringraziato anche io, perché mi ha dato un’ottima motivazione per fare quello che faccio ogni giorno.

B: Tornando alle sonorità dell’EP, la maggior parte dei suoni percussivi che sentiamo nelle varie canzoni sono stati realizzati campionando oggetti di uso comune. Come nasce l’idea?

D.B.: Ovviamente, da bravi musicisti, nella vita di tutti i giorni cerchiamo di suonare qualsiasi cosa ci capiti a tiro! (ride) Superfici di legno, scatole, accendini…

L.F.: La scena tipica è che siamo al bar a prendere un caffè, comincio a usare lo zucchero come shaker e lui risponde battendo il cucchiaino contro la tazzina. (ride)

D.B.: Così, quando eravamo in studio e cercavamo di chiudere le tracce, ci siamo accorti che in alcune le ritmiche non ci convincevano del tutto: a quel punto ci siamo messi davanti al microfono e abbiamo provato a integrarli con dei suoni creati da noi. A volte con gli oggetti, a volte utilizzando dei semplici suoni vocali successivamente trattati con delle tecniche di re-sampling.

L.F.: Ci affascinava l’idea di non usare delle librerie di suoni preconfezionate, ma di provare a fare tutto da zero.

B: Ora che l’EP Lust blue è finalmente fuori, cosa vi aspetta in futuro?

D.B.: Sicuramente suoneremo dal vivo il più possibile, e abbiamo anche da poco registrato una session dal vivo a Musical Box, su Radio2.

L.F.: Stiamo anche lavorando a una cover di Kendrick Lamar, Sing about me, I’m dying of thirst. Stiamo cercando di rifarla nel nostro stile, adoriamo Kendrick. Sono in cantiere anche parecchie altre collaborazioni sia italiane che europee, tra cui alcune interne a Feelin’ Music e altre con un’etichetta francese. Per ora però non sveliamo di più!

D.B.: L’idea, comunque, è di registrare un disco intero: cerchiamo di non metterci fretta, però, perché vorremmo produrre qualcosa all’altezza di label come Brainfeeder o Brownswood. La Brainfeeder di Flying Lotus per ora magari è un obbiettivo impossibile, ma il fondatore della Brownswood, il leggendario dj di BBC 6 Gilles Peterson, ha passato i nostri brani nel suo programma: già questa è una soddisfazione enorme!

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