Le strane nomination black dei Grammy 2013

by • 07/12/2012 • Editoriali, RubricheComments (0)790

Antefatto: se pensate che i Grammy Awards siano premi assegnati con gli stessi criteri con cui – per fare un esempio a caso – vengono assegnati gli Italian Hip Hop Awards di Mtv, vi sbagliate di grosso. Il meccanismo che regola le nomination e le vincite è molto complesso e caratterizzato da un grande equilibrio interno. Visto che in pochi lo conoscono, vale la pena riassumerlo. In gara ci sono gli album, le canzoni e i prodotti discografici usciti nel corso dell’anno – in questo caso, quindi, dal novembre 2011 al novembre 2012. Possono votare tutti i membri del comitato dei Grammy, ovvero coloro che lavorano nell’ambito della musica. Sono decine di migliaia di persone: gli artisti stessi, i produttori, ma anche i musicisti di contorno, i fonici, i discografici grandi e piccoli, perfino i curatori dei booklet, senza nessuna distinzione tra americani o stranieri, o tra chi lavora per una major e chi lavora per una minuscola indipendente. A parte alcune categorie “libere”, ciascuno tende a votare soprattutto nelle materie in cui capisce qualcosa: un violoncellista dell’orchestra sinfonica non voterà nella categoria per il miglior disco rap, e viceversa. E se si è coinvolti a qualsiasi titolo nella realizzazione di un disco in gara, ovviamente, non si può votare nelle categorie in cui il disco in questione è candidato. Ci sono centinaia di nomi e titoli in gara: dopo una prima tranche di votazioni, si riducono a 15 per ogni sezione. Da questi 15, per ogni genere musicale c’è un comitato di esperti ad hoc (una sorta di giuria di qualità di ispirazione sanremese) che sceglie i 5 candidati che effettivamente finiranno in nomination. Dopodiché il meccanismo ricomincia da capo: tra i 5 nominati per ogni categoria, il vincitore viene scelto di nuovo da tutte le decine di migliaia di votanti.

Una sorta di democrazia interna c’è, insomma, quindi è ancora più strano che le nomination ai Grammy di quest’anno, almeno in ambito black music, siano quelle che sono. Ieri mattina, puntualissima, è stata diffusa la lista (le premiazioni avranno luogo il prossimo 10 febbraio). Questa 55esima edizione promette di essere una delle più strane e deludenti di sempre; il che è bizzarro, perché il 2012 è stato un anno ricco di uscite discografiche interessanti e valide anche in ambito mainstream.

Partiamo dalle due grandi rivelazioni dell’annata, rispettivamente in campo rap e R&B: Kendrick Lamar e Frank Ocean. Il primo, incredibilmente (soprattutto alla luce del fatto che l’album è prodotto da Dr. Dre, non proprio un illustre sconosciuto), non è presente in nessuna delle categorie in gara, nonostante Good kid, mA.A.d city sia uno dei dischi più apprezzati e venduti degli ultimi mesi. Il secondo, invece, è in gara per i tre premi più prestigiosi in assoluto: disco dell’anno, canzone dell’anno e miglior artista esordiente, dove affronta performer provenienti da tutti i generi musicali, tipo i Black Keys (che stravinceranno), Gotye o Carly Rae Jepsen. Quando si tratta di giocare in casa, però, scompare: nelle categorie black è presente solo in quella per il miglior disco urban contemporaneo. In compenso il collega Miguel (che ha sfornato un gran bel disco, ma non è ancora ai livelli di Frank Ocean né in termini musicali né di popolarità) ha fatto incetta di nomination, riuscendo a racimolarne una più di lui (cinque contro quattro).

Quanto alle nomination per i dischi rap, il mistero s’infittisce. Primo accadimento bizzarro: per il secondo anno di seguito, Watch the throne è candidato in diverse categorie. Il trucco c’è ma non si vede: probabilmente hanno sfruttato qualche riedizione del disco – una copertina leggermente diversa, una bonus track in più e il gioco è fatto, si può concorrere anche nel 2012. L’anno scorso il disco non aveva vinto granché, surclassato dagli ottimi risultati del Kanye West di My beautiful dark twisted fantasy: quest’anno ci riprova nelle categorie miglior performance rap (Niggas in Paris), miglior collaborazione rap /cantato (No church in the wild), miglior canzone rap (Niggas in Paris) e miglior video (No church in the wild). Diventando così il disco rap più presente e pervasivo di questa edizione. Nonostante l’ottimo disco uscito nei tempi previsti dal regolamento, infatti, fa peggio di loro Nas, che è candidato in sole tre categorie: miglior performance rap (Daughters), miglior collaborazione rap /cantato (Cherry Wine) e  miglior album rap. Quest’ultima sezione fa storia a sé, perché sembra che ci abbiano buttato dentro un po’ di tutto: a parte la candidatura di Rick Ross con God forgives, I don’t, e quella opinabile di 2 Chainz, come ha fatto ad arrivare in nomination un disco inutile come Food & Liquor part II di Lupe Fiasco? E che ci fanno lì Take Care di Drake e Undun dei Roots, entrambi usciti a fine 2011 e quindi legalmente candidabili, ma ormai un po’ passatelli? Siamo sicuri che non ci fossero dischi migliori e più recenti?

Piccole consolazioni: Adele, che ha stravinto lo scorso anno con ben sei premi ottenuti, stavolta non è stata ingorda: ha una sola nomination (sì, l’album è lo stesso dell’anno scorso). Salaam Remi è candidato a miglior produttore dell’anno insieme a Diplo e Dan Auerbach dei Black Keys (molto probabilmente vincerà quest’ultimo). Rihanna, dopo avere imperversato per intere edizioni, è quasi scomparsa: finalmente qualcuno si è accorto che non è capace di cantare, anche se le canzoncine sono carine e viene molto bene in video (e infatti ha già ipotecato il premio per il miglior videoclip, quello di We found love). E, per la prima volta in parecchi anni, neanche un figlio di Bob Marley è stato nominato per la categoria miglior album reggae. In gara ci sono i Wailers, però. Non vale lo stesso, vero?

 

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