La FSK e il loro primo disco, sbagliato e inutile alla perfezione

by • 24/07/2019 • Copertina, RecensioniCommenti disabilitati su La FSK e il loro primo disco, sbagliato e inutile alla perfezione2120

Incurante del pericolo imminente ed incosciente sulle attitudini musicali del gruppo, deducibili in parte solo dal titolo, mi appresto ad ascoltare per la prima volta questo disco: mezz’ora dopo, con un po’ di mal di testa, cerco di convincermi che forse sia stato io ad aver preso il tutto in modo sbagliato. Ma, riascoltandolo, non c’è stato niente da fare. Però prima partiamo dall’inizio. 

Guardando il teaser di questo FSK TRAPSHIT il tutto mi aveva incuriosito. Non lo so, sarà stato il taglio cinematografico, sarà stato il bianco e nero, saranno state le immagini suggestive che credevo riguardassero una sottospecie di denuncia sociale o un realismo spietato, ma passando al piano musicale, il più importante, le aspettative sono drasticamente cadute. Alcuni hanno elogiato la loro capacità di essere “vera trap”, sottintendendo la necessità di questo disco: è proprio da qui che si parte per discutere di questo componimento musico-sociale a metà tra l’involuzione umana a homo erectus ed il futuro. Io non penso quasi mai che un disco sia inutile ma per questa volta faccio una leggera eccezione, non tanto per gli artisti che sono liberi di fare quello che vogliono, quanto per il mercato: se qualcuno veramente avesse sentito il bisogno di un lavoro del genere, è principalmente perché nel repertorio italiano di musica urban troviamo pochissimi casi di trap sul modello primordiale americano. Non avendo però noi le trap house di Atlanta di 10 anni fa o giù di lì, la cosa migliore da fare per colmare questo vuoto è recuperarsi quella roba americana. Proprio per questa vorace ricerca dell’oltreoceano, gli argomenti trattati e l’approccio sono lontani oltre che dalla musicalità italiana anche dal contesto sociale del nostro paese: se per il primo caso non c’è nessun problema, per il secondo la situazione si aggrava rendendo spesso ridicola l’esagerazione. Fa parte del personaggio, posso capirlo.

 

Ciò che non posso capire per la mia limitatezza mentale, che ammetto essere una capacità ostica per approcciarsi a tali opere, è la quasi totale assenza di liriche: nonostante tra questi ci sia Taxi B che sporadicamente ancora si sforza a chiudere qualche rima e, sotto botta, ad usare un po’ di tecnica o flow, ogni forma di musicalità viene abbandonata dopo pochi secondi. “Se voi che faccio le filastrocche, te faccio le filastrocche” diceva un saggio riguardo alle rime, perciò passiamo al lato più (in)discutibile: i concetti. Ammetto che trovare del significato in un disco che come primo verso ha “vado up a parlar di cocaina” non mi rende onesto intellettualmente, perciò questa sezione potremmo o dovremmo saltarla a piè pari: ciò nonostante vanno spese due parole sulle nuove frontiere linguistiche esplorate dalla FSK. Unire un immaginario malavitoso/mafioso con una terminologia americana per dei ragazzi della Basilicata farebbe cadere qualsiasi tipo di progetto, a meno che per la mezz’ora scarsa che dura il disco non riuscissimo a scollegare le sinapsi nervose e credo che sia proprio questo l’obiettivo o la prerogativa. Proprio per questo il disco pur risultando a tratti fastidioso e non in senso positivo, riesce ad essere delirante, caricaturale e involontariamente ironico: se lo prendiamo seriamente non ne usciamo più, salvo rivolgersi al SERT. Gli vanno riconosciute però in alcune tracce fotta e aggressività notevoli, come in Up e Pickup, unica traccia che in parte riesce a raccontare seriamente l’ambiente peccaminoso che li circonda e che pervade per tutta la durata. Le uniche altre tracce che risultano interessanti nel contesto sono Melissa P e Non è mia, più chill e a tratti emo trap.

Ma passiamo ad altro, ad esempio al fatto che vorrebbero rappresentare il Sud Italia nonostante siano la cosa più lontana uscita dalle situazioni di queste parti, definite addirittura “un mondo a parte”. La FSK viene dal sud ma sta al sud come un piatto di polenta e, in generale, questa attitudine da mafia risulta ancora meno credibile vista la complessa situazione di criminalità organizzata del territorio, lontana dall’essere comandata da dei ragazzini con i tatuaggi in faccia. Ma questo disco ha anche dei difetti. Mentre la butto sull’ironia, i nostri prodi la buttano sull’eroina: lo ribadiscono più volteostentando l’amore sfrenato per l’uso, il consumo e la fantomatica vendita di droghe pesanti, fantomatica più che altro per la quantità, dato che dal disco sembrano emergere i nuovi Pablo Escobar. Tralasciando la veridicità delle parole che può essere contestata o meno, tralasciando la ricaduta sociale che probabilmente neanche sussiste, va considerato che c’è questo piccolo vocabolario di parole che forma buona parte di tutti i testi: dentro ci troviamo parole apparentemente senza senso o nesso logico o non attribuibili a nessuno lingua conosciuta, come Jesus, ollare, gang, il giro e cukiCapite bene quindi quanto le liriche siano monotematiche, senza alcuna voglia di descrivere questo degrado e tutti questi spaccati di vita urbana.

Se c’è una cosa che però in album come questi si salva sempre o quasi, è la parte della produzione: qui, nel complesso, non c’è nemmeno questo. Non fraintendiamoci, l’unico lato di qualità oggettiva del disco è proprio l’alta resa del suono, ma le basi, quasi tutte a cure di Greg Willen, per tutto il disco sono le solite che ritroviamo in giro anche in Italia ormai da anni, trap o hardcore trap che sia, come in No SpieCatene Jesus e via via citando tutta la tracklist. Non c’è quasi nulla di veramente sperimentale o quantomeno fresco, tranne forse qualche spunto in Up e in Melissa P, ed in alcune soluzioni sonore per le linee vocali: per il resto nulla d’imperdibile neanche in questo campo. 

Va bene, abbiamo riso e scherzato e ho quasi preso in simpatia il tutto, ma arriviamo infine al perché un lavoro del genere non smuove niente nella scena e, se lo dovesse fare, sarebbe solo un passo indietro anche per l’Italia: personalmente il tutto mi ricorda la prima Dark Polo Gang, con testi ancora più esagerati alla Gallagher, ma un attimo più credibili. Insomma, già di per sé questi paragoni aspirano al capolavoro. Ricapitolando, questo viaggio spacciato per novità musicale è tutto sommato passabile più che ascoltabile, ma non vi nego che sarei curioso di sentire un disco da solista di Taxi B, unico dei tre a distinguersi un attimo. Non so quanto il loro fenomeno possa esplodere ma credo che rimarranno per sempre indietro rispetto alle vere novità musicali della scena: totalmente fuori luogo come il font black metal del loro logo, perfettamente sbagliato e inutile. 

 

Related Posts

Powered by Calculate Your BMI