La Compton del futuro di Dr. Dre

by • 12/08/2015 • Copertina, RecensioniComments (1)1143

compton

Se non avete ancora ascoltato Compton, occhio a dove lo fate per la prima volta: è praticamente impossibile arrivare fino all’ultima traccia senza essere preda di un’esaltazione incontenibile, intrecciare le dita a W e cominciare a rimbalzare con le mani alzate. Il torcicollo è assicurato, soprattutto se avete un’età tale per cui avete comprato il precedente album di Dr. Dre nel 1999, quando è uscito nei negozi. Nessuno ci credeva più, men che meno ci sperava, ma quest’ultimo capitolo della carriera musicale del superproducer è una bomba. Atomica, perdipiù.

Riassunto delle puntate precedenti: per circa quindici anni Dre ci ha illuso con la promessa dell’uscita di un album, il famigerato Detox, che pare sia stato in parte registrato ma che il diretto interessato non ha mai ritenuto degno di essere pubblicato davvero. Ci eravamo ormai rassegnati all’idea che un suo nuovo disco non vedesse mai la luce ma a fine luglio, del tutto a sorpresa, il nostro eroe annuncia che entro qualche giorno uscirà finalmente il suo nuovo album: non Detox, bensì Compton, nato in fretta e furia durante le riprese della biopic sugli N.W.A. Straight Outta Compton. Sostanzialmente è una specie di colonna sonora ideale del film, però (e questa è un’ottima notizia, perché va bene il revival ma non esageriamo) non si attiene affatto alle sonorità anni ’80 e ’90 che fanno da sfondo al film. Anzi, sembra un viaggio nel futuro. In un futuro molto più interessante e luminoso dell’attuale presente, a dirla tutta: il tipo di futuro in cui ci ha proiettato Kendrick Lamar con To pimp a butterfly, confermando che il 2015 è stata davvero un’ottima annata per l’evoluzione della musica hip hop. Se però il disco di Kendrick è criptico e oscuro, e molti proprio non sono riusciti a digerirlo, quello di Dre scorre giù per la gola come acqua fresca dopo una passeggiata nel deserto.

Kendrick Lamar, tra l’altro, è uno degli ospiti più ricorrenti dell’album, a rappresentare la nuova west coast (la vecchia è degnamente incarnata da Ice Cube, Xibit, The Game e da uno Snoop Dogg in forma strepitosa, oltre che da Eminem, che west coast lo è solo nei suoni ma non nei fatti). È un piacere anche rivedere Marsha Ambrosius – il 50% delle Floetry, nonché una delle songwriter più talentuose dell’R’n’B moderno – riprendersi finalmente un ruolo da protagonista: è presente in ben un quarto delle canzoni. All’interno della tracklist, infatti, gli ospiti si ripetono stesso, dando continuità e coerenza al prodotto anche se il suono cambia in maniera decisa da canzone a canzone. Se c’è una cosa che a Dre è sempre riuscita perfettamente è stata circondarsi da soci validissimi, talmente validi che non hanno bisogno di avere un nome già noto per farsi apprezzare. È anche il caso di questo disco: la maggior parte dei guest, infatti, sono emergenti o addirittura esordienti al loro debutto discografico, come i vari King Meez, Justus, Anderson Paak, Jon Connor e via dicendo. Molti di loro sono sotto contratto con la Aftermath di Dr. Dre, ragion per cui è probabile che ne sentiremo parlare ancora a lungo. E in effetti, fino ai primi anni ’00 era una tradizione testare i nuovi artisti con le colonne sonore, facendo loro incidere qualche canzone di prova per le compilation che accompagnavano i film: è successo per Missy Elliott, Alicia Keys, Twista e molti altri, e a tutti loro ha portato una gran fortuna. Speriamo che valga lo stesso per loro. Una menzione d’onore va anche ai producer che hanno affiancato Dre nella lavorazione di quest’album: leggendo i crediti, infatti, si scopre che ogni brano è stato prodotto a quattro (quando non a sei o a otto) mani. Onore quindi a Focus…, dj Dahi, Best Kept Secret, Cardiak, Neff-U e tutti gli altri, ivi compreso dj Premier, che partecipa alla traccia Animals.

Insomma, come al solito questa non è una recensione ma solo una serie di riflessioni a caldo, perché per recensire un album non basta un primo – e neanche un secondo o un terzo – ascolto: dischi così complessi vanno assimilati. Però è sufficiente un primo ascolto per dire che Compton è un classico istantaneo, e che Dr. Dre è stato come sempre in grado di insegnare a tutti i suoi colleghi (giovani e meno giovani, americani ed europei) che per essere un artista degno di questo nome non basta replicare i propri successi passati con lo stampino, svecchiandoli un po’ e introducendo qualche modifica. Bisogna prendersi dei rischi, evolvere, cambiare, crescere, anche a costo di attendere quasi due decenni per trovare le idee e lo stimolo giusto. Meditate, gente, meditate.

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