L'amico degli amici

by • 15/10/2004 • RecensioniComments (0)418

E' il ritorno di Turi col suo consueto cocktail di "grasso funk che resuscita cadaveri", nei beats che odorano di scavi tra vinili impolverati e di amore per la golden age e di liriche ispirate tanto per humour quanto per spessore quando i temi affrontati si fanno più seri.

Fin dal primo ascolto l'impressione è quella di avere a che fare con un disco in cui maturità stilistica e gusto musicale si fondono in un prodotto solido e ben fatto ma che potrebbe dividere i più scettici in merito a originalità e varietà.

Senza impantanarsi troppo nella suddetta diatriba mi pare di poter dire che se questo è il rap che piace fare a Turi lo sa fare dannatamente bene.

Dannatamente bene sono realizzati i beats, classici ma comunque freschi e ricchi di vibre e groove, merito di ottime sequenze, campioni di gusto e batterie massicce, anche se forse qualche variazione in più (sullo stile della base de La Tempesta Del Secolo) sul tono generale del disco non avrebbe guastato.

Dannatamente bene sono scritti i testi che riflettono la maturità dell'mc calabrese, non solo a livello stilistico nei pezzi più easy ma anche a livello di spessore e ponderatezza delle opinioni che espone in quelli più impegnati.

Il flow non è certo pionieristico e resta ancora legato a concezioni piuttosto old school il che, se può risultare indigesto all'inizio, alla lunga pare essere il modo migliore di scendere su questi beats.

Dannatamente bene suonano i feat presenti sul disco: da L-Mare a Kaos passando per Franco, Kiave e Danno.

Per evitare di realizzare liste di merito mi limito a dire che i tre mc più giovani non sfigurano assolutamente davanti ai due mostri sacri e tutti e cinque stracciano strofe straordinarie, anche se ammetto che L-Mare mi ha semplicemente entusiasmato in entrambe le sue entrate sia per quel che dice che per lo stile con cui lo fa.

I principali difetti del disco sono due e li ho già accennati entrambi: il primo è in quella avvertita esigenza di maggiore varietà del suo tono generale, mentre il secondo, se si può considerare un difetto (io sinceramente non lo faccio, anzi) l'ho già esposto all'inizio: ovverosia l'album riflette in tutto e per tutto quello che è il gusto del suo realizzatore.

Insomma esprime un viscerale amore per il funk e il jazz trattati "alla vecchia maniera"(scuola Pete Rock ma anche DITC e dintorni) senza scendere a molti compromessi con altre sonorità, il che potrebbe rendere arduo ad alcuni l'operazione di sintonizzarsi fin da subito sui suoi battiti, ma in questo caso direi che l'alto profilo imposto da Turi e dai suoi ospiti alle loro rime dovrebbe costituire comunque un motivo sufficiente per godersi questa produzione.

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