Killacat – l’intervista

by • 04/06/2012 • IntervisteComments (0)912

In seguito all’uscita in questi giorni dell’ottimo album Storie Infinite, abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con Killacat che assieme al fratello Gioman infiamma le dancehall di mezza Italia da parecchio tempo oramai, guadagnadosi sul campo tutto il successo che meritatamente riceve. Storie Infinite è già il terzo album per il duo calabrese, dopo Vruscia e Block Notes. Vediamo che cosa ci ha raccontato l’artista.

Haile Anbessa: è un piacere incontrarti qui a Milano. Ormai vivi qui no? Come ti trovi?

Killacat: sì sono a Milano ormai da un paio d’anni. E’ stata una scelta un po’ obbligata perché per fare musica questa è la città ideale. Tutte le maggiori etichette, studi di registrazione e radio sono tutti qui. Ti stupirà quello che ti sto per dire ma è la verità. Milano è molto meno frenetica di quanto raccontino. La trovo una città a misura d’uomo. Roma ad esempio, dove mi sono trovato parecchie volte, è molto più caotica rispetto al capoluogo lombardo, forse anche a causa delle dimensioni.

H.A.: iniziamo subito a parlare del vostro ultimo lavoro da studio Storie Infinite…

K.: finalmente è uscito questo nuovo album dopo tre anni dalla pubblicazione del secondo Block Notes, sempre per Macro Beats Records. È uscito in un momento in cui ci tenevamo proprio a rilasciare un nuovo disco perché era da tempo che raccoglievamo tutta una serie di contenuti che poi siamo riusciti a riversare su questo disco. Penso che questo sia il disco che ci rappresenta di più al 100%.

H.A.: perché vi rappresenta maggiormente? Che cosa è cambiato rispetto al passato? Avete introdotto delle novità significative?

K.: sicuramente sia nel suono che nelle liriche siamo cresciuti molto. In tre anni si cambia e si cresce molto e questo cambiamento ha contaminato naturalmente anche la nostra arte. I ritmi sono arrangiati in modo molto particolare, il suono è più reggae e tutti i pezzi sono suonati, come nelle origini di questa musica. Ci siamo avvalsi del contributo di parecchie band come i Michelangelo Buonarroti o i Magadog della scuderia di Bizzarri. La base del disco è quella del New Roots sicuramente ma spaziamo anche in altri ambiti con ritmi più digitali e un pezzo che sfocia nel pop.

H.A.: a livello di featuring di chi vi siete avvalsi?

K.: abbiamo tre featuring nell’album. Uno con i Sud Sound System, un altro con Payà dei Boomdabash e l’ultimo con Anansi. Queste tre collaborazioni ci sono piaciute molto perché con questi artisti si è instaurato un rapporto di stima e rispetto reciproco in primis. Collaborare con artisti così è un vero divertimento.

H.A.: e a coinvolgere dei giamaicani non ci avete ancora pensato?

K.: all’inizio ci avevamo pensato però poi con il tempo quest’idea è svanita perché ci siamo convinti di dare a questo lavoro un’impronta più italiana. Abbiamo cercato quindi di coinvolgere artisti italiani proprio per spingere maggiormente la nostra scena made in Italy.

H.A.: accennavi prima a una crescita anche a livello di testi. Questo processo come si è concretizzato?

K.: crescendo si ha sempre più cose da dire e quindi la ricerca e la profondità vengono da sé. Trasmetti in una forma diversa rispetto a quando si era un po’ più giovani e inesperti. A proposito di questo ci tengo a dire che in questo disco abbiamo collaborato con il poeta Peppi Cavallari che è anche nostro cugino con cui abbiamo realizzato pezzi delicati come Quando ti rivedrò. Abbiamo curato fin dal principio quindi l’aspetto cantautorale per accrescere la qualità del lavoro in generale. Abbiamo quindi sperimentato nel tentativo di mischiare il mondo del reggae con quello delle canzoni d’autore.

H.A.: per il suono invece da cosa avete preso ispirazione? Quali sono le cose che vi piacciono di più?

K.: il sound è quello del reggae europeo attuale. Il reggae giamaicano lo abbiamo lasciato un po’ da parte perché si è un po’ troppo incattivito negli ultimi tempi. La dancehall dell’isola infatti riflette le tensioni sociali che stiamo vivendo attualmente e quindi è particolarmente rough.

H.A.: tu come ti sei appassionato a questo genere?

K.: io ascolto reggae fin da quando avevo tre anni. Siccome ero un bambino molto esagitato sia mia madre che mio fratello Gioman per farmi calmare un po’ mi facevano ascoltare Bob Marley. Bastavano quelle note per ipnotizzarmi, come se fosse un incantesimo. Quindi sono sicuro che già da quei momenti il reggae mi è entrato nelle vene. Successivamente col tempo ho introiettato questo genere e l’ho fatto mio e quindi dall’età di tredici anni con mio fratello ho cominciato a cantare.

H.A.: mi puoi parlare della scena calabrese con cui avete iniziato con nomi come Kissusenti o Catanzion?

K.: quelli sono stati periodi bellissimi e ho molta nostalgia di quei tempi. In quel periodo in Calabria il reggae non esisteva assolutamente, c’erano solo il gruppo di Ultras del Catanzaro e da là poi si è generato il movimento. La nascita di Kissusenti è stata importantissima perché ha fatto conoscere e ha fatto diffondere il reggae nella punta dello stivale, dove esistevano solo musica house e techno. Catanzion è invece la mia crew, con cui soni cresciuto artisticamente. Queste due realtà per me sono state importantissime perché sono state il mio trampolino di lancio e questo non me lo scorderò mai ma sono state anche il trampolino per tutta la scena calabrese.

H.A.: fate anche attività di promoter quindi giù in Calabria?

K.: certamente. E’ stata creata un’associazione culturale chiamata Calabria Reggae che si occupa proprio di questo. Collaboriamo con numerosi locali della zona e abbiamo numerose rassegne sia invernali che estive con anche artisti di grosso calibro. Il movimento oggi è forte così come anche di altri generi. Anche l’hip hop ad esempio in Calabria conta numerosi appassionati. Il reggae però è forse quello che ha preso piede maggiormente nella mia regione d’origine.

H.A.: dei nomi che girano attualmente nella scena chi ti colpisce più positivamente?

K.: in Italia sono molti: Brusco, Sud Sound System, Boomdabash, Mama Marjas…ce ne sono moltissimi ed è difficile menzionarli tutti. Per quanto riguarda l’estero in Europa apprezzo molto la scena tedesca come nel caso di Gentleman mentre in Giamaica direi Alborosie, essendo il nostro orgoglio italiano, Tarrus Riley e Busy Signal, a cui voglio augurare un in bocca al lupo per il periodo che sta attraversando.

H.A.: e del passato?

K.: dei foundation artists ti direi nomi come Dennis Brown o Garnett Silk, tutti artisti con voci importanti.

H.A.: voi collaborate da tempo con Macro Marco. Mi parli un po’ di questo sodalizio?

K.: questa collaborazione sta andando avanti da molto tempo. Con Macro si è creato qualcosa di forte a prescindere dal fatto artistico. Siamo molto legati anche a livello personale. È nata una bellissima amicizia che si è consolidata nel corso degli anni e di questo sono molto contento. Insieme si lavora molto bene. Ti racconto un aneddoto a testimonianza di questo. Storie Infinite è stato costruito a distanza con Marco poiché lui si trovava in Danimarca per la nascita di suo figlio. Quindi tutte le comunicazioni per il disco si sono svolte esclusivamente via mail e questo per me è sintomatico perché non è assolutamente facile collaborare a distanza in questa maniera. Ci vuole una forte alchimia. Ci si capisce sempre al volo con due parole.

H.A.: è previsto un tour di promozione per il disco?

K.: si abbiamo parecchie date. Siamo partiti il 26 maggio dal Sottotetto di Bologna e ora avremo date per tutta l’estate. Potete controllare i vari concerti sul nostro profilo Facebook http://www.facebook.com/pages/GIOMAN-KILLACAT/113687618701244

H.A.: siete già al lavoro su qualcosa di nuovo in studio?

K.: onestamente adesso ci prendiamo un po’ di tempo con calma per promuovere al meglio questo disco. Tra un po’ arriverà il momento di concentrarci su nuovo materiale e convogliare quindi le esperienze vissute, un annetto direi. Io però non sono molto d’accordo nel fare molto dischi a distanza ravvicinata. Io personalmente non ci riesco perché ho bisogno del mio tempo per riempirmi nuovamente di contenuti e quindi produrre un nuovo disco. Io credo infatti che un artista sia un po’ come un recipiente pieno d’acqua. Nel corso della vita questo recipiente si riempie di esperienze, contenuti e significati. Il disco rappresenta la classica goccia che fa traboccare il vaso e che quindi permette di riversare in musica tutte queste emozioni. Terminata la lavorazione di un disco ci si sente un po’ svuotati e quindi serve tempo per riorganizzare le energie nuovamente.

H.A.: un aneddoto. Il tuo soprannome da cosa deriva?

K.: è stato mio fratello Gioman ad affibbiarmelo. Io avevo un altro soprannome prima che non vi dirò mai (ride) però siccome quando ho iniziato ero molto attratto dal fast deejay style alla Super Cat o alla Junior Cat una mattina mio fratello mi chiese: ma perché non ti chiami Killacat?

H.A.: mi racconti la vostra esperienza all’Heineken Jamming Festival?

K.: questa è stata un’esperienza grandissima per noi. Avere suonato su quel palco per noi è stata un’esperienza indimenticabile e questo ci ha anche consentito di aprirci a un pubblico molto più vasto. Abbiamo partecipato a questo contest su internet con il nostro singolo Musica tratto da Block Notes e così siamo scelti direttamente dall’organizzatore del festival che ha apprezzato tantissimo questa tune. Una cosa nata per caso e soprattutto per gioco che si è trasformata in un’opportunità gigantesca.

H.A.: nel video di Musica appariva anche Andrea Rivera. Come è nata questa collaborazione?

K.: questo è stato un altro incontro fortunato. L’abbiamo incontrato per caso in un bar del quartiere San Lorenzo a Roma dove stavamo girando il video e lui ascoltata la canzone ci ha tenuto tantissimo a comparire nel video. Una cosa molto spontanea che ci ha onorati per l’affetto dimostratoci.

H.A.: grazie mille per tutto e in bocca al lupo per tutto.

K.: grazie a te e un saluto a tutti i lettori di Hotmc.com

Un ringraziamento particolare a Shams per le foto

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