Kiave: l’intervista

by • 07/02/2013 • IntervisteComments (1)1109

Quella di Kiave è una parabola atipica: eterna promessa dell’underground nonostante la lunghissima militanza nella scena rap italiana (ha cominciato a farsi conoscere a fine anni ’90 con il suo gruppo, i Migliori Colori), è entrato definitivamente nelle case e nei cuori di tutti solo l’anno scorso, in seguito alla sua partecipazione a Mtv Spit. Il suo è uno dei rarissimi casi in cui il freestyle non serve solo a divertire il pubblico, ma anche a farlo pensare, ma Kiave è molto più di questo. Lo ha dimostrato con il suo nuovo album, Solo per cambiare il mondo, che ha un titolo molto ambizioso e contenuti alla sua altezza. E anche se chi lancia un messaggio importante non viene sempre premiato dal grande pubblico, non sembra questo il suo caso: oltre ad aver ricevuto critiche ottime, il disco sta andando molto bene anche a livello di vendite e di seguito live. Un lieto fine per tutti coloro che sperano ancora in un hip hop intelligente e adulto, insomma. Abbiamo incontrato Kiave a Milano, dove si è recentemente trasferito, per scambiare quattro chiacchiere (un po’ più di quattro, a dire il vero: due ore di intervista!) sulla sua visione del mondo, e soprattutto su come cambiarlo davvero.

Blumi: Sono passati ormai un paio di mesi dall’uscita dell’album. Come ti sembra sia stato recepito? 

Kiave: Sono consapevole che il mio è un disco molto ricco, nell’accezione positiva del termine ma anche in quella negativa: è denso contenuti, di persone, di sonorità. Ci vogliono più ascolti per assimilarlo, quindi inizialmente ero convinto che non sarebbe esploso subito. Devo dire, però, che i primi risultati ci sono stati fin da subito: anche in termini di vendite, ad oggi (metà gennaio, ndr) abbiamo già triplicato i dati del mio precedente album, Il tempo necessario. Altre persone, invece, cominciano a cogliere tutte le sfumature del progetto solo adesso, ma va benissimo così. Io non pretendo certo che si possa apprezzarlo – e magari esaurirlo – al primo ascolto, anche perché non l’ho concepito per quello: la musica usa e getta non m’interessa, tra dieci anni non ricorderemo neanche dell’esistenza di quel tipo di prodotto. Preferisco andare avanti ad assorbimento lento.

B: Neanche tanto lento, in fondo: Solo per cambiare il mondo è uno degli album italiani più citati dagli artisti nelle classifiche 2012 di Hotmc

K: Beh, una cosa che ho imparato è che non farò mai più uscire un disco a dicembre, cosa che finora è capitata per tutti e tre i miei album. È come essere in un limbo: a molta gente non arriva in tempo (né fisicamente né metaforicamente), e quindi nelle classifiche dell’anno precedente ti dimenticano, mentre in quelle dell’anno successivo non possono più inserirti… (ride)

B: Parafrasando il titolo, qual è la cosa che va fatta solo per cambiare il mondo?

K: Negli anni credo di aver trovato la formula con cui un uomo da solo può cambiare il mondo: fare al meglio ciò che si sa fare, ma senza farsi soffocare o influenzare troppo dagli stimoli esterni e senza pensare a un tornaconto. Vale nella musica, ma anche nella vita: bisogna darsi da fare e soprattutto essere disposti a mettersi in gioco e a cambiare in prima persona, perché altrimenti nulla cambierà negli altri, se noi per primi non riusciamo a evolverci.

B: A un primo ascolto Solo per cambiare il mondo mi è sembrato un disco più impegnato e incazzato dei precedenti. È effettivamente così?

K: Assolutamente sì. Il fatto è che sono cresciuto: questo è un album scritto a trent’anni, non a 25. Mettici anche che Solo per cambiare il mondo è nato in un periodo complicato per me, in cui stavo cambiando città: probabilmente traspare l’atmosfera cupa e chiusa che all’epoca corrispondeva al mio umore. Ho avuto occasione di girare parecchio l’Italia per suonare, sono cresciuto in Calabria, ho vissuto prima a Roma per parecchi anni e ora da pochissimo a Milano. La nostra penisola l’ho girata in lungo e in largo, ho visto tante realtà diverse, e sono letteralmente indignato da quello che sta succedendo in giro. In questo periodo, oltretutto, la gente è come assopita e non reagisce. Mi è capitato spesso di essere invitato nelle scuole per fare dei laboratori, e in uno di questi un quindicenne ha alzato la mano e ha detto una frase agghiacciante: “Ormai le cose vanno così, niente le cambierà mai, non c’è niente che possiamo fare per cambiarle”. Io a quindici anni ero un pazzo scapestrato, però ero convinto che da grande avrei smosso mari e monti e il futuro sarebbe stato nelle mie mani: oggi, invece, la società ti abbruttisce a tal punto che perfino i ragazzini vivono in uno stato di perenne rassegnazione. Com’è possibile che nemmeno loro riescano più a sognare? Ecco il perché ho voluto fare un disco che nel suo piccolo scuotesse le coscienze, ed ecco spiegato il titolo Solo per cambiare il mondo. Qualcuno l’ha criticato perché è ambizioso, ma se ciascuno di noi farà il suo, il mondo lo cambieremo davvero… Personalmente, questo è l’unico motivo per cui faccio rap: per fare la differenza.

B: C’è qualcosa o qualcuno che ti ha ispirato particolarmente, in questa tua lotta per il risveglio delle coscienze?

K: Certo. Nel periodo precedente alla scrittura dell’album, ad esempio, ho avuto parecchi incontri con Lorella Zanardo (l’ormai celebre autrice del documentario Il corpo delle donne, che analizza l’uso della figura femminile nei media italiani, ndr): l’ho citata durante una puntata di Mtv Spit e lei, incuriosita, mi ha scritto. Per me è un mito vero e sono stato onoratissimo di conoscerla, mi ha stimolato tantissimo nella creazione di questo disco. Di recente ha scritto un nuovo libro, Senza chiedere il permesso, che parla proprio dell’attuale dittatura mediatica in cui ti costringono a pensare che è impossibile cambiare le cose e che tutto resterà sempre così, in uno stato di immutabile e perenne crisi, senza che nessuno possa reagire.
B: E per quanto riguarda te, qualcosa sta effettivamente cambiando?

K: Considero una piccola vittoria già il semplice fatto che, nonostante il sound del mio album non sia quello più in voga in questo momento, la gente lo recepisca lo stesso e i media ne parlino volentieri. D’altra parte, non riuscirei mai ad adottare un suono diverso solo perché va di moda.

B: A proposito di questo: in Stato d’emergenza critichi un sistema in cui purtroppo ciascun artista si ritrova ad entrare se vuole diventare famoso e campare di musica: quello televisivo e cultural/politico. Visto che anche tu fai questo mestiere, nel tuo piccolo cosa fai per riuscire a non impazzire e a rimanere integro?

K: È molto difficile, e infatti spesso per non snaturarmi rischio di non avere tutti i passaggi radio e tv che hanno tanti altri miei colleghi. Però secondo me è assolutamente necessario cercare di non adattarsi, perché se ti adatti alimenti questo sistema che impone di curare l’immagine in un certo modo, di seguire le tendenze, di non uscire mai dal tuo personaggio. Quando inizi a fare questo lavoro, molto dipende dal tenore di vita che vuoi mantenere: a me basta molto poco, non possiedo tante cose né ambisco a possederle. Per quanto mi riguarda, più ti avvicini alla ricchezza e più ti allontani dall’ispirazione: a me basta sopravvivere dignitosamente. Al momento nella vita faccio solo il rapper, ma non mi spaventa l’idea di ricominciare a lavorare e a fare musica nel tempo libero, un domani, perché l’ho fatto per tanti anni. Mi spaventa molto di più l’idea di dover cambiare il mio sound, coinvolgere un determinato produttore o girare un certo tipo di videoclip solo per mantenere o ampliare i consensi; la musica è sempre stata la cosa che mi faceva stare bene, se dovesse iniziare a mettermi ansia o pressione mollerei tutto senza rimpianti. Insomma, non voglio impormi a tutti i costi o diventare per forza una persona di successo. Siamo stati assoggettati per vent’anni a una mentalità che diceva che le uniche cose importanti nella vita erano soldi e sesso – probabilmente perché siamo stati governati da una persona che ha una vera e propria patologia che riguarda questi aspetti della vita. Ma ora anche la gente è stanca, ha un sacco di problemi, non vuole più vedersi sbattere in faccia cose del genere.

B: Sempre entrando nel merito dei brani, parliamo di Se non spendi ti spegni. Innanzitutto, da dove viene e come nasce il beat con quel campione vocale così pervasivo?

K: Vox P, l’autore di quel beat, non vuole che si sappia qual è il campione, quindi non posso svelarlo. Posso dire, però, che è molto semplice e famoso, anche se è difficile arrivarci. Un indizio: il nome contiene la parola “Project”… (ride) Di quella strumentale mi sono innamorato al primo ascolto: sono cinque anni che chiedo a Vox P di mandarmi qualcosa, lui finalmente quest’anno si è deciso e mi ha spedito un unico mp3, questo, che mi è sembrato subito perfetto. L’ho preso al volo.

B: Tra l’altro, in quel pezzo dici che qualche giornalista pretende che tu sia contento che si parli bene di te per parlare male di altri…

K: Premessa: per me alcuni si professano giornalisti ma non ne hanno per niente l’attitudine, perché il web ha allargato i confini della categoria e incluso un sacco di gente che in realtà di questo mestiere ha capito poco. Detto questo, la rima in questione è riferita a un articolo che ho letto tempo fa, in cui un giornalista elogiava me senza dire nulla di me, ma semplicemente per dire “Lui è bravo, mica come quell’altro”. Non è un complimento: è come se andassi a dire alla mia ragazza “Tu sì che sei carina, non come la mia ex”… (ride) Fare paragoni non ha sempre senso. Nei vari articoli noi di Blue Nox siamo spesso contrapposti a tutto il filone Dogo: ma non trovo assolutamente giusto che qualcuno, ad esempio, usi il mio nome per sostenere la tesi che Marracash fa schifo e io no. Anche perché a me Marra come rapper piace molto, lo trovo bravissimo, l’ho sempre detto pubblicamente e non me ne vergogno affatto. Succede anche con i commenti su YouTube: i ragazzini che scrivono sotto ai miei video “Questo sì che è vero rap, fanculo a Emis Killa” non mi stanno certo facendo un favore o rispecchiano il mio pensiero, perché io lo conosco da quando aveva 17 anni e quando lo vedo in televisione sono sinceramente contento. Oltretutto, non è detto che se io personalmente non voglio scendere a compromessi, allora critico chi lo fa: nella vita ognuno fa le sue scelte, e il mondo è bello perché è vario.

B: A proposito di paragoni, nella sua intervista U.Net cita te e Ghemon come due artisti indipendenti che senza mai svendersi hanno ottenuto più successo e credibilità di quelli sotto major e che probabilmente, a conti fatti, vendono anche di più. Ti riconosci in questo ritratto?

K: Beh, sul vendere di più davvero non saprei, ma ne dubito! (ride) Il discorso è complesso, ma sicuramente se si fa un rapporto tra investimento e guadagno noi indipendenti partiamo avvantaggiati, perché pur investendo tutto l’amore del mondo nella realizzazione di un disco, i nostri budget sono limitati. Senz’altro il fatto che un video come il mio Keep it real, che è un manifesto dell’autenticità di un genere musicale, sia arrivato terzo nella classifica di Mtv, è sicuramente un dato importante: ma è normale che quando si alza tantissimo il livello del mainstream, si vada a pescare anche nell’underground. Spesso, però, ho l’impressione che certi media usino quelli come me: un po’ come se volessero far vedere che loro non badano solo all’apparenza, ma anche alla sostanza. Insomma, siamo noi che sfruttiamo la cultura di massa per farci conoscere, o è la cultura di massa che sfrutta noi per farsi pubblicità?

B: Visto che hai accennato a Mtv: che tipo di esperienza è stata Mtv Spit?

K: Una bellissima esperienza, con quell’atmosfera carica di aspettative che c’è solo il primo giorno di scuola. C’è stato grande rispetto reciproco tra i concorrenti e una grande sinergia con tutti coloro che lavoravano dietro le quinte. Per me, in particolare, è stato tutto ancora più intenso, perché a trent’anni suonati sono riuscito ad andare in tv tramite la mia espressione creativa preferita, il freestyle, dicendo tutto quello che volevo e mandando a quel paese chi volevo. Gli autori ci hanno sempre detto di non preoccuparci e di esprimerci al 100%, anche se alcune nostre frasi potevano essere ritenute offensive: alla peggio, degli aspetti legali si sarebbero occupati loro. Fino ad ora credo sia stata oggettivamente l’occasione più grande della mia vita, anche se molti direbbero che il 2theBeat è stato ancora più importante. Personalmente credo di essere stato doppiamente fortunato, perché ho potuto fare entrambe le esperienze in due età cruciali: il 2theBeat a 25 anni, quando avevo voglia di dimostrare al mondo di spaccare, e Mtv Spit a 30, quando volevo spiegare al grande pubblico che esiste anche un rap non omofobo, misogino o vuoto. E sono contento che abbia vinto Ensi: non c’è niente da fare, nessuno ha la sua rapidità mentale e nessuno mi ha mai messo così tanta soggezione in vita mia! (ride) Finora ho perso solo con lui e con Clementino, un altro mostro. Mi chiedo perché, secondo alcune persone, dovremmo lasciare che talenti del genere marciscano in piccole serate nei pub, davanti a 20 persone, anziché farle conoscere a tutti attraverso una trasmissione televisiva nazionale…

B: Restando in tema di freestyle, spesso lo si associa alla povertà di contenuti, e infatti gli unici veri e propri conscious rapper che sono anche dei freestyler forse siete tu e Mastino. C’è davvero una distinzione così netta tra questi due mondi?

K: Ci sono tanti tipi di freestyler diversi, ma l’assenza di tematiche non mi disturba, né biasimerei chi non mette grandi contenuti nelle sue rime; sono molto peggio quelli che non hanno uno stile riconoscibile o una tecnica loro. Amo molto chi riesce a coniugare forma e contenuti (come Mastino, che è uno dei miei preferiti), ma non è obbligatorio. Il freestyle è soprattutto intrattenimento, e oltretutto quando provi a parlare di un tema vero e proprio devi stare ancora più attento, per due motivi. Il primo è che, qualunque cosa tu dica, verrà riutilizzata contro di te dal rapper tuo avversario nella sfida, e devi stare attento a non tirarti la zappa sui piedi; il secondo è che, come diceva Talib Kweli, il potere di un mc è pari a quello di Mosè che divide le acque e non va sprecato. Bisogna pesare le parole, stare attenti a quello che si dice in qualsiasi contesto, non solo nel freestyle. Mi dà molto fastidio lo spreco di potenziale di molti miei colleghi più in vista di me: loro hanno molte più possibilità di farsi sentire e potrebbero davvero fare la differenza dicendo la cosa giusta al momento giusto, ma non lo fanno.

B: Tu, tra l’altro, non utilizzi solo il rap per lanciare i tuoi messaggi: hai un blog su Il Fatto Quotidiano, qualche tempo fa hai partecipato a un reading su Muhammad Alì insieme al giornalista Alberto Castelli e anche a contest poetici dell’ottava rima, come ci avevi raccontato l’ultima volta che ti avevamo intervistato…

K: Mi piace portare l’hip hop anche al di fuori del suo contesto naturale, non vedo perché no: l’essenziale è farlo con dignità e competenza. E mi ha sempre dato fastidio una certa mentalità italiana che vorrebbe rinchiudere il rap fino a farlo diventare una nicchia nella nicchia: deve esplodere, arrivare a tutti. I contest di poeti dell’ottava rima, tra l’altro, sono frequentati da svariati rapper: l’ultima volta che ho partecipato ero a Torino e ho gareggiato insieme a Dank e Noema (entrambi freestyler emersi tramite il Tecniche Perfette, ndr). Ci siamo divertiti tantissimo! Il pubblico era molto variegato, dal sedicenne col New Era al sessantenne pensionato, e i poeti erano tutti fortissimi, a modo loro. Il blog del Fatto, invece, mi era stato proposto tramite Lorella Zanardo e ho accettato molto volentieri: è un modo come un altro per veicolare messaggi che mi interessano, raggiungendo anche persone che abitualmente non ascoltano hip hop. Anche il reading su Muhammed Alì è stata un’esperienza meravigliosa: oltre ad Alberto Castelli, che stimo immensamente, ci segue anche dj Mr. Dmc, che è suo figlio: in sostanza, mentre Alberto legge la storia io prendo appunti e poi “sbobino”, rifacendo tutto il suo discorso in freestyle, un po’ come faceva lui sul ring! (ride) Di recente ho anche partecipato al libro Musica contro le mafie, scrivendo un racconto. L’ho fatto per amore della mia terra, ma ho toccato un nervo scoperto, perché in Calabria la ‘ndrangheta può riguardare tutti, dal tuo vicino di casa a qualche tuo lontano parente…
B: Cambiando argomento, domanda spiacevole ma necessaria: poco tempo fa hai avuto dei problemi con YouTube che ti ha rimosso gli ultimi video per una diatriba con il distributore digitale. Qualcuno, però, ha pensato che te li avessero rimossi perché avevi comprato le views, un po’ per via del problema che c’è stato sull’intero network qualche giorno dopo, un po’ per il fatto che anni fa c’erano già state delle voci simili… Come commenti?

K: Per me l’idea di spendere dei soldi per comprare un numero è impensabile. Per molte etichette comprare views equivale ad acquistare un banner pubblicitario, ma noi non compriamo neanche quelli… Ed è illogico, oltretutto: cosa mi cambia ad avere 80.000 views o ad averne 200.000? Certo, se ne comprassi un milione forse la tesi reggerebbe, ma visto che non è mai successo che un mio video raggiungesse quelle cifre… (ride) Mi aspettavo comunque accuse simili, proprio perché già anni fa mi erano arrivate. Purtroppo nell’ultimo periodo ho avuto parecchi problemi con la tecnologia: oltre ai video cancellati, mi hanno hackerato il sito e mi hanno segnalato un altro video perché “istigava al terrorismo”… Non ti nascondo che è una situazione pesante e molto difficile da gestire. Comincio a pensare che qualcuno mi abbia preso di mira, onestamente. Oggi come oggi puoi comprare davvero di tutto: non solo le views, ma anche i commenti, i like e perfino le segnalazioni. Paradossalmente, potrebbe perfino essere che qualcuno mi abbia comprato delle views a mia insaputa. Detto questo, esiste un sito in cui è possibile controllare per ogni artista il numero delle visualizzazioni e quante sono quelle sottratte da YouTube perché violano il regolamento: quelle che sono state comprate, in sostanza. Io non ho problemi a dire a tutti di usare questo strumento per controllarmi, perché sono pulito, ma non si può dire lo stesso di quello di molti miei colleghi. Sia chiaro che ognuno fa quello che vuole, ma ripeto quanto ho detto all’inizio: per me è impensabile spendere soldi per comprare un numero. E, proprio perché ho cercato di costruire la mia carriera sulla coerenza, ovviamente è proprio la prima cosa che attaccherebbe chiunque volesse crearmi problemi: la mia coerenza.

B: Progetti futuri?

K: Innanzitutto promuovere il disco suonando live. Nel frattempo, però, pian piano sto cominciando a pensare al mio prossimo album: i ritmi frenetici di Milano mi stanno entrando nelle ossa! (ride) Inoltre sta per uscire un progetto segretissimo e davvero enorme, che coinvolgerà molti artisti tra cui me e che ancora non possiamo svelare, ma che presto verrà annunciato.

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