Kento & The Voodoo Brothers – Radici

by • 17/03/2014 • Copertina, RecensioniComments (0)1286

Radici

 

”Non ho fatto un nuovo disco, ho fatto un disco nuovo”. Dopo l’ottimo Sacco o Vanzetti, il rischio di non portare nessuna evoluzione alla propria musica, o peggio di ripetersi, era una possibilità più che concreta nella testa di Kento, come confessato dal rapper stesso in un’intervista. E allora perchè non scombinare le carte, per ricominciare da zero con un altro “primo disco”?

In realtà i punti di contatto tra Radici ed il suo predecessore ci sono, eccome. Kento, MC calabrese già membro di realtà come Gli Inquilini e Kalafro Sound Power, continua a portare avanti la sua rivalutazione del rap come strumento di protesta. Gli argomenti variano, ma il filo conduttore rimane la volontà di schierarsi, soprattutto oggi che l’etichetta di “politico” affiancata alla musica sembra spaventare tutti.

Il vero scarto da Sacco o Vanzetti lo dà l’amalgama del rap con una controparte musicale davvero consistente: come da titolo, infatti, Kento si fa accompagnare dai Voodoo Brothers, band che raduna moltissimi talenti tra cui David Assuntino e Federico Camici dei Torpedo Sound Machine e Cesare Petulicchio dei Bud Spencer Blues Explosion. Il risultato è un disco grezzo, spigoloso, ma non potrebbe essere altrimenti: oggi più che mai, una musica di protesta non può che essere un atto di sporcarsi le mani e Kento la interpreta così, “sporcando” i suoi pezzi con vari influssi musicali, dal blues al reggae.

Le “radici” del titolo affondano in posti anche distanti tra loro, da Reggio Calabria al Mississipi, passando per New York (rappresentata qui da Havoc dei Mobb Deep). Attraverso il suo rap, alternato a momenti spoken-word e poetry slam, Kento racconta epopee di personaggi minori, dimenticati o sfortunati, come nella migliore tradizione blues: il compagno anarchico di La poesia nostra, i soggiogati dai videopoker che non hanno “abbandonato il sogno a buon mercato del sottoproletariato” (Il blues del bar) e la Reggio Calabria ancora pulsante anche sotto la perenne minaccia del ponte sullo Stretto. L’unica notabile eccezione, tra questi personaggi, risiede in Peppino e il mulo, dove la voce di Giovanni Impastato racconta un aneddoto sul fratello Peppino, a testimonianza del temperamento e del genio di un uomo a cui Kento non fa mistero di ispirarsi.

Alla metà esatta, il disco arriva al suo momento forse più rappresentativo, RC Confidential. Qui Kento, dopo una strofa quasi sussurrata in cui racconta la propria città per mezzo di immagini molto vivide, esplode in un ritornello che è un manifesto: “E non resta che scriverle, viverle, mentre le parole uccidono, amarle e forse nostre forse oltre ciò che dicono, tenerle calde in mano e strette come un’arma, perchè in fondo è ciò che sono ed il suono è vita che parla”. Un passaggio che racchiude tutta la forza necessaria a credere ancora con fermezza nel potere della parola, proprio oggi che la parola sembra venire svalutata per quanto ne siamo saturi.

Si può dire che Sacco o Vanzetti fosse un disco più tondo, levigato; in un certo senso, persino più compiuto. Ma proprio per la difficoltà nel dargli un seguito, va apprezzato l’esito di Radici, un album complesso e ricercato anche nel parlare delle cose più semplici. Ci vuole coraggio per distaccarsi da una formula vincente, e Kento ha dimostrato di non aver paura di sbagliare, accettando il rischio (“È meglio perdere la voce che parlare piano”). Schierarsi vuol dire anche questo.

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