Kento: l’intervista

by • 05/01/2015 • Copertina, IntervisteComments (0)743

Kento & The Voodoo Brothers 2
 
Il 2014 è stato un anno pieno di soddisfazioni per Kento: l’uscita del suo album “Radici” assieme ai Voodoo Brothers, le date in giro per l’Italia, la vittoria del premio Cultura Contro le Mafie al Meeting delle Etichette Indipendenti e il viaggio in Palestina per il progetto Hip Hop Smash The Wall. Nelle nostre classifiche di fine anno “Radici” è stato spesso citato tra gli album dell’anno da parte di musicisti e addetti ai lavori. Abbiamo avuto l’occasione di parlare di tutto questo e di molto altro in una conversazione telefonica con Kento, a cui fra l’altro facciamo le congratulazioni per essere stato citato molto spesso nelle nostre classifiche degli album dell’anno redatte da musicisti e addetti ai lavori.

 

Luca Scremin: Venire da un disco come Sacco o Vanzetti non dev’essere semplice. Estremamente compiuto e “quadrato”, se mi passi il termine. Quali erano i tuoi pensieri, nel momento di scriverne il seguito?
 
Kento: Intanto ti ringrazio, perchè concordo con la tua analisi. Per come la vedevo io, il rischio di ripetersi era presente. L’unico modo era non fare un secondo disco, se capisci cosa intendo. Volevo fare un altro primo disco, proprio come scrittura. A questo ha contribuito l’idea di dare vita alla band con cui abbiamo creato questo album. Se Sacco o Vanzetti era un disco fatto di sample, Radici invece è tutto suonato. Con i Voodoo Brothers abbiamo affrontato un percorso di ricerca, di riscoperta (o, in molti casi, di vera e propria scoperta) delle radici della musica afroamericana. Ovviamente questo percorso ha richiesto molto tempo, ma ci ha permesso di arricchirci enormemente. Per citare un aneddoto, è capitato anche che alcuni membri dei VB, in tour con la band, si ritrovassero a fare una jam session con dei vecchi bluesman del Tennessee. Incontri e contributi di questo valore sono stati alla base di questo progetto.

LS: Recentemente è uscito il video di Quando sei distratta, che tu stesso hai definito la tua più bella canzone d’amore e non ha torto. Si avverte da ogni sillaba la pesantezza di questo pezzo e l’importanza che riveste per te. Cosa ci puoi raccontare di questo pezzo? Quando dici “Quello che nasce semplice, deve restare semplice”, a cosa ti riferisci?

K: Era perfettamente naturale che Quando sei distratta diventasse uno dei singoli, perché racchiude in sé tanti dei pregi del disco. Dolce in alcuni momenti, dolorosa in altri. E poi c’è quell’assolo di chitarra nel finale. Non lo dico per vantarmi, ma sono convinto che questo pezzo suoni così bene che non sfigurerebbe di fianco a produzioni estere. Per quanto riguarda ciò che nasce semplice e deve restare semplice, è un po’ la mia filosofia di vita. La applico alla musica, certo, perché a forza di aggiungere, quello che fa la differenza è poi il processo del togliere. Ma la applico anche a tutto il resto: al lavoro, ai rapporti umani…Aiuta a vivere meglio.

LS: MP38 è stato il primo singolo del disco e ne è senz’altro uno dei pezzi più rappresentativi. Nel modo in cui racchiude tante delle caratteristiche del disco, mi ha fatto inevitabilmente pensare alla Stalingrado contenuta in Sacco o Vanzetti, un vero e proprio inno. Solo che stavolta lo scopo è diverso: parlare ai giovani, metterli davanti a valori che spesso non associano a questa musica. Come ti è venuta quest’idea?

K: Questo paragone mi lusinga davvero. Stalingrado è stata il traino di un disco che mi ha permesso di suonare in giro per tre anni, quindi mi auguro che tu abbia ragione e che questo album avrà una vita altrettanto lunga (ride)! A parte gli scherzi, per me era importante parlare ai giovani che si affacciano alla musica, e al rap in particolare, per dirgli che questa cosa ha dei valori da rispettare, e che questi valori sono ciò che nobilita la cultura hip hop. Non intendo catechizzare nessuno ma volevo riuscire a far passare il messaggio che le “vie facili” per il successo non esistono e se esistono non portano molto lontano. Che è molto più importante fare un pezzo che abbia senso, che non fare centomila visualizzazioni in un mese.
Musicalmente, MP38 è un pezzo tribale, quasi gutturale: lo volevo scarno, con pochi suoni, perché risultasse incisivo e andasse dritto al punto.

LS: In occasione dell’ultima giornata del MEI, vi è stato conferito il premio Cultura contro le mafie. Innanzitutto complimenti. Puoi raccontarci l’esatto momento in cui hai appreso la notizia? Cosa significa per te questo premio, considerando la tua storia e la tua provenienza?

K: Nel momento in cui mi hanno detto del premio Cultura contro le mafie pensavo scherzassero. Quando ho realizzato che era successo sul serio, sono impazzito di gioia. Ho telefonato subito ai miei genitori, perché volevo condividere con loro un momento del genere. Ho anche chiesto di avere una copia in più della targa perché volevo che anche loro la avessero. È molto difficile spiegare quanto sia importante per me un premio del genere. Non è solo per il fatto che vengo dalla Calabria e per i legami della mia terra con l’ndrangheta, ma anche perché ho sempre lottato contro ogni genere di mafia e associazione criminale. Ne vado davvero orgoglioso.

LS: Guardando ai dischi italiani degli ultimi anni, anche a quelli di spessore, non ho potuto fare a meno di notare che i featuring sembrano essere sempre gli stessi. Quelli di Radici, invece, non potrebbero contraddire questa tendenza in maniera più forte. Cosa ci puoi dire al riguardo?
 
K: Sono felice dei featuring di Radici perché spaziano attraverso un background musicale molto grande. I tre MC che ho ospitato sono tre rapper da battaglia e rappresentano il mio legame non l’hip hop. C’è Havoc, ovviamente, con cui sono andato in studio nei giorni in cui era a Roma per una data. Appena ha sentito i beat di Ice One si è subito complimentato per il sound, e detto da Havoc direi che non è poco. Su MP38 c’è Ensi, con cui avevo già collaborato su un pezzo dei Kalafro intitolato Le parole. E poi c’è Danno, che mi vanto di essere riuscito a riunire con Ice One, anche se solo per un pezzo (ride). Lion D è forse il cantante reggae più interessante della scena internazionale, e onorare il mio legame con il reggae era importante per me: è forse il genere che ho ascoltato di più nella mia vita, e oltretutto è una musica che insiste molto sul concetto di “radici” quindi era perfetto per questo disco. Ma poi non si possono dimenticare anche il beatbox di Emos, gli scratch di DJ Fuzzten, la Poesia nostra di Lello Voce e il contributo di un gigante come Paolo Pietrangeli, uno che ha scritto Contessa e la storia della musica italiana l’ha cambiata per davvero.

LS: La tua musica è un caleidoscopio di influenze, omaggi, citazioni più o meno esplicite. Se dovessi citare qualche influenza nuova, in ambito musicale o meno, che ti ha arricchito dai giorni di Sacco o Vanzetti a oggi?

K: Come ti ho detto, gran parte della gestazione di Radici è coincisa con una immersione nella musica afroamericana e questo in apertissimo scambio con i membri della mia band. Per cui loro mi hanno fatto scoprire (o approfondire) tutto un mondo, che va da Skip James a Buddy Guy, e io in cambio li ho portati sulla cattiva strada del rap (ride). In realtà li ho trovati già molto preparati in materia, però gli ho fatto scoprire qualche piccola chicca come i Jurassic 5 o Blakroc, il progetto dei Black Keys con Damon Dash che mischia sonorità rock e black in una maniera molto interessante. Un’altra grande influenza che non posso non citare è quella della slam poetry, che mi ha arricchito molto e mi ha permesso di allargare lo “spettro” del mio rap.

LS: Quest’estate hai partecipato assieme a Coez, Lucci e Prisma (oltre ai b-boy Xedo, Telemare e Chimp e al writer Gojo) al progetto Hip Hop Smash The Wall, partito da un’idea dell’associazione Assopace Palestina nel tentativo di usare l’hip hop come mezzo per manifestare solidarietà e portare a un incontro di culture, tra esponenti hip hop italiani e palestinesi. Raccontaci un po’ di quest’esperienza.

K: Fortunatamente nel periodo in cui siamo stati lì non ci sono state azioni militari, anche se va detto che siamo stati a Gerusalemme e Ramallah, non proprio sulla Striscia di Gaza. Ma la tensione era palpabile, per le strade. Il progetto è stato articolato in vari modi: dal punto di vista del rap, con un disco di dieci tracce (incluso un posse cut con beat arabeggiante prodotto da Ice One) registrato in tre giorni assieme ai ragazzi del posto, in tutto una ventina. Per registrare stavamo a casa di uno di questi ragazzi (mentre dormivamo in tenda in una palestra che fungeva da rifugio), ognuno col quaderno o il computer, con le cuffie e il beat. È stata un’esperienza incredibilmente stimolante, tutti lavoravano sodo e si scambiavano pareri. I ragazzi del posto rappavano in arabo, in inglese (lo studiano nelle scuole profughi) e alcuni persino in ebraico! L’arabo, in particolare, si presta molto all’extrabeat e non a caso tutti i ragazzi erano in fissa con Busta Rhymes (ride). C’era anche una ragazza musulmana che, nonostante il parere contrario dei genitori al farla rimanere in una casa in mezzo a soli maschi, alla fine è riuscita a convincerli e ha anche fatto la sua gran figura rappando. Molti dei suoi pezzi parlano di femminicidio e di rispetto della donna nel mondo musulmano. Una cosa molto bella e che richiede molto coraggio.
Alla fine è venuto fuori un disco molto vario, ci sono i pezzi battaglieri, quelli politici e quelli più “pensati”. Ma la cosa più bella rimane il tempo trascorso con questi ragazzi. Siamo rimasti in contatto e ogni tanto riuscire a sentirli e sapere che stanno bene, nonostante la situazione da loro continui a essere difficile, mi dà molto coraggio. A volte ci mandano anche foto dei graffiti che hanno fatto, sono migliorati tantissimo nel giro di poco tempo. Una capacità d’apprendimento straordinaria.

LS: L’hip hop italiano ha vissuto nell’ultimo paio d’anni un periodo d’oro, almeno per quanto riguarda i numeri e la visibilità. Ovviamente tutto questo ha un influsso positivo anche su realtà più underground, come la tua. A tuo parere, è una situazione sostenibile? Al di là del tuo giudizio sui dischi rap che davvero scalano le classifiche in Italia, pensi che sia cambiato qualcosa nel modo in cui l’hip hop è percepito in Italia?

K: Quello che hai detto è senz’altro vero, il successo generale dell’hip hop in Italia ha aiutato anche me. In altri tempi avrei faticato a trovare tutte le date che invece sto facendo ora. Se la situazione sia sostenibile è difficile dirlo, sicuramente l’hip hop ha preso una posizione più stabile rispetto ai suoi ultimi picchi di successo. Resta il fatto che se domani la moda dell’hip hop scema di colpo, io non sono preoccupato per me, perché tutto quello che ho costruito in questi anni me lo sono guadagnato e sono convinto che il mio seguito di ascoltatori sia legato alla musica che faccio e alle cose che dico, non a un fenomeno passeggero. Negare che il boom dell’hip hop abbia facilitato anche realtà come la mia sarebbe sciocco, ma io penso di aver sfruttato questo boom semplicemente per continuare a fare le mie cose con convinzione, come le ho sempre fatte e non aggiustandole per assecondare quello che è in voga al momento.

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