Kento: Intervista + backstage fotografico di Stalingrado

by • 11/02/2010 • IntervisteComments (0)415

Esistono due tipi diversi di artista. C'è quello che riesce a porsi al centro dell'attenzione generale ogni volta che muove un passo, e quello che lavora per una vita a testa bassa, umilmente, per poi ritrovarsi improvvisamente al centro dell'attenzione grazie a un piccolo gioiello di disco. E' il caso di Kento che, anche se a dirla tutta era già molto apprezzato ai tempi degli Inquilini, è riuscito a conquistare definitivamente il nostro cuore con il suo primo album solista, Sacco o Vanzetti. Un album sincero, vissuto, curato in ogni minimo dettaglio, che riesce ad affrontare con uguale profondità tematiche personali e questioni sociali, con uno stile che ricorda un po' i cantautori di un tempo.

Oltre all'intervista, Kento ci ha regalato anche un bellissimo backstage fotografico scattato durante le riprese del video di Stalingrado. In fondo alla pagina, trovate i link agli articoli.

Blumi: Due anni e mezzo fa, l'ultima volta che ti abbiamo intervistato, annunciavi ufficialmente la tua uscita dagli Inquilini. Cos'è successo nel frattempo, in questo periodo da solista?

Kento: Sono successe davvero tante cose. A parte quelle legate alla musica, me ne sono capitate tante altre più personali, che a livello umano mi hanno fatto crescere. Credo che siano proprio queste esperienze che mi hanno aiutato a tirare fuori tutto ciò che ho riversato nel disco.

B: A tanto tempo di distanza, ti è mai capitato di ripensare alla tua scelta e magari di rimpiangere  di aver lasciato il tuo ex gruppo?

K: Quello su cui mi concentro al momento è la mia carriera solista. Ciò che avevo da dire sugli Inquilini l'ho già detto due anni fa, nell'intervista che citavi prima (la trovate a questo link, ndr): a distanza di tanto tempo, quelle risposte restano senz'altro valide e te le riconfermo.

B: Hai dichiarato di averci messo due anni e mezzo per scrivere e realizzare Sacco o Vanzetti. Era una cosa pianificata o è semplicemente capitato?

K: In realtà, il disco doveva uscire già un anno e mezzo fa: avevo raggiunto un accordo con un'etichetta importante ed eravamo pronti a partire. Poi, però, ci sono stati dei problemi relativi al taglio dei finanziamenti governativi all'editoria (l'etichetta a cui Kento si riferisce è quella legata a Il Manifesto, ndr), perciò ho deciso di tentare la sorte con un'autoproduzione. Cosa che non mi dispiaceva, perché molti prodotti validissimi ormai escono come autoproduzioni. Insomma, mi stavo informando sulla solita trafila – bollini Siae, stampatori cecoslovacchi, distribuzione e via dicendo – quando ho conosciuto i ragazzi della Relief Records. Oltre alla reciproca stima professionale è nato anche un bel rapporto a livello umano, perciò abbiamo deciso di lavorare insieme. Grazie a questo rapporto sono arrivate tante nuove idee e la possibilità di fare il master dell'album in America, che considero un vero valore aggiunto. Tutto è bene quello che finisce bene, no?

B: Tra l'altro l'album è in vendita anche negli Stati Uniti, giusto?

K: Sì, esatto. Ovviamente non si tratta di una distribuzione massiccia… Non ho nessuna ambizione di sfondare sul mercato americano, se ci fosse bisogno di specificarlo (ride) L'idea è di trovare degli accordi di distribuzione ovunque ci siano comunità di italiani emigrati, quindi anche in Svizzera o in Germania. La scelta di iniziare con l'America, comunque, è stata abbastanza naturale, sia per la dedica a Sacco e Vanzetti, sia per il forte legame che sento con un Paese che ha accolto milioni di italiani. Un legame che si è rafforzato molto grazie appunto al lavoro sul mastering del disco a Brooklyn. Ad aprile tornerò per concretizzare molti progetti che sono nell'aria, alcuni anche con Polo (de La Famiglia, vive a New York da anni, ormai, ndr).

B: Correggimi se sbaglio, ma mi sembra che rispetto alla tua produzione passata, più legata al tuo ruolo e al tuo personaggio nel gruppo, qui emerga più il vero te stesso…

K: Sicuramente. In parte dipende dalle caratteristiche del lavoro da solista, che ti dà più possibilità di spaziare. È un album ricco di tracce intime e personali, e mi fa davvero piacere che questo aspetto si colga, perché un po' temevo che ad un ascolto superficiale venisse scambiato semplicemente per un lavoro politico e militante.

B: A proposito: secondo te, se ti appiccicassero addosso l'etichetta di rapper militante, tenderesti ad attirare più pubblico o ad allontanarlo da te?

K: Non saprei dirti, anche perché io ho scritto questo disco senza fare grandi considerazioni di marketing. (ride) Penso, però, che un disco sincero raccoglie sia elementi sociali che argomenti più intimi, perché la nostra vita è alimentata da entrambe le componenti. Nel mio caso il feedback finora è stato molto positivo, perciò penso che la scelta giusta sia stata proprio non contrapporre le due tematiche, ma integrarle. Del resto, perfino Tupac diceva che ogni gesto rivoluzionario è un gesto d'amore. O forse era viceversa?

B: Restando in tema di rivoluzionari, come mai sei così affascinato dalle figure di Sacco e Vanzetti, al punto da dedicare loro un intero album?

K:
Li ho conosciuti attraverso il film degli anni '70 di Giuliano Montaldo, quello con Gian Maria Volonté e Riccardo Cucciolla. La loro storia mi ha affascinato moltissimo e ho cominciato ad approfondirla; forse anche perché è la storia di due emigranti e io, come tutti al sud, appartengo a una famiglia di emigranti e ho diversi parenti che sono arrivati in America da clandestini, in quegli anni. Uno degli aspetti che più mi cattura, però, è la differenza tra i due personaggi: ecco perché il titolo non è Sacco e Vanzetti, ma Sacco o Vanzetti.

B: Qual è la differenza?

K: Premetto che non sono uno storico, ma un semplice appassionato, quindi la mia non è una verità assoluta. Comunque, Sacco aveva moglie e figli ed era molto legato alla sua famiglia, ragion per cui restava ancorato alla sua vita fuori dalla prigione. A un certo punto sembra quasi che si sia distaccato dalla vicenda processuale, perché l'unica cosa di cui gli importava davvero erano gli affetti. Insomma, ha rifiutato totalmente il confronto con un potere che sapeva di non potere affrontare e sconfiggere. Vanzetti, invece, era un oratore nato, faceva discorsi  ideologicamente fondamentali, ma allo stesso tempo coglieva l'importanza di Sacco, che pure sembra un personaggio molto meno complesso. Insomma, non me la sento di dire che l'uno prevalga sull'altro: sono figure complementari, che ci hanno regalato una grande pagina di storia e di arte, grazie a tutti gli onori che musica e cinema hanno tributato a entrambi…

B: L'argomento sembra appassionarti davvero…

K: Sì, &egrav
e; così. Scrivere questo pezzo, tra l'altro, mi ha dato molte soddisfazioni in questo senso. Ad esempio sono entrato in contatto con l'Associazione Sacco e Vanzetti, che tramite la nipote di Nicola Sacco, Fernanda, porta avanti la loro memoria. Ho avuto il piacere di conoscere personalmente la signora Fernanda e di regalarle il disco, cosa che mi ha davvero fatto piacere. Inoltre, la Sacco and Vanzetti Society del Massachusetts mi ha chiesto l'uso di Sacco o Vanzetti per la marcia di commemorazione che organizza ogni anno nell'anniversario dell'esecuzione, lungo le strade che costeggiano la prigione in cui erano rinchiusi. Insomma, questo pezzo mi ha portato onori e gioie che mai mi sarei immaginato quando ho cominciato a lavorarci.

B: Poco fa parlavi di emigrazione, un tema molto presente nel tuo album.

K: L'emigrazione, come accennavo prima, è un argomento che sento molto vicino, anche perché l'ho sperimentata sulla mia pelle da bambino. Naturalmente, nel mio caso non si trattava di quel tipo di emigrazione provocata dalla povertà, dal disagio e dalla fame, ma piuttosto dalla ricerca di una vita migliore; penso che tutti coloro che hanno almeno un genitore del sud sappiano di cosa parlo. Credo che sia importante in questo momento discuterne: vorrei ricordare ad esempio i fatti di Rosarno, che hanno dimostrato che perfino in luoghi come la Calabria – storicamente, terra di emigranti – chi emigra va incontro ad enormi difficoltà, anziché trovare solidarietà. Mi auguro però che gli immigrati in futuro possano avere un ruolo centrale nell'aiutarci a cambiare questa società. Sono sicuro che saranno una risorsa molto preziosa per l'Italia.

B: Credi che l'hip hop italiano dovrebbe parlare più spesso di questo tipo di argomento?

K: Me lo auguro, ma mi auguro che accada senza forzature: il bello dell'hip hop è proprio che si tratta di un genere musicale democratico, in cui chiunque può prendere in mano un microfono e parlare di ciò che gli sta a cuore. Spero che questa tematica stia a cuore a un numero sempre crescente di persone, magari grazie all'intercessione degli immigrati di seconda generazione, dei “nuovi” italiani e dei nostri emigranti all'estero.

B: Cambiando discorso, tu dici che la musica è l'ultima trincea di Stalingrado: in che senso?

K: Quel che intendo è che la musica è l'ultima trincea di resistenza alla massificazione delle coscienze e al pensiero unico. Quando scrivi una canzone, o più in generale quando ti esprimi tramite arte e cultura, cerchi di riprenderti una libertà che ti è stata tolta a causa di questo appiattimento. Il mio, insomma, è un augurio. La battaglia di Stalingrado è stata quella che ha segnato l'inizio della sconfitta dei nazisti: mi auguro che la musica sia, come Stalingrado, l'ultimo campo di battaglia dal quale si parte alla riconquista dei propri spazi.

B: Restando in tema di generi musicali, tu hai un rapporto molto profondo anche con il reggae, a cui ti dedichi con i Kalafro Sound Power, ma tendi a separare ermeticamente i due generi: come mai?

K: Con Sacco o Vanzetti io volevo fare un disco prettamente hip hop; il reggae, però, è molto presente a livello di ispirazione e di tematiche. Diciamo, però, che non c'è un motivo razionale per cui le cose sono andate così: il disco, per così dire, si è praticamente scritto da solo. I Kalafro Sound Power sono comunque una presenza forte nel disco: sono ospiti nel brano Il reale e l'astratto, ma anche nel ritornello di So che ci sei, che è cantato da Martina May ma scritto da Nicola dei Kalafro. Ci tengo moltissimo a questo progetto: il nostro lavoro insieme continua, stiamo imbastendo dei pezzi nuovi e stiamo già discutendo del prossimo disco. Purtroppo concretizzare non è semplice, perché geograficamente siamo molto distanti e questo rallenta di molto i progressi.

B: Una domanda più personale: lavorativamente parlando tu sei un rapper abbastanza atipico, nel senso che hai una carriera molto soddisfacente sia a livello professionale (Kento lavora ad alti livelli come ufficio stampa per il cinema, altra sua grande passione, ndr), sia a livello musicale. Una combinazione abbastanza rara in questo ambiente. Visto che entrambe le cose sono abbastanza impegnative, rinunceresti mai a una delle due per favorire l'altra?

K: È una bella domanda! (ride) Diciamo che la molla che mi spinge a fare questa vita è la necessità: non sono un figlio di papà, ho un mutuo e le bollette da pagare e quindi devo essere realista. D'altra parte, avere un lavoro soddisfacente mi aiuta anche ad affrontare la musica in maniera molto più libera: non devo farmi paranoie su come riuscire a sfondare o  a mantenermi con la musica, perché tanto ho altre fonti di sostentamento. Il lavoro per me è un impegno quotidiano, mentre il rap è una vera e propria vacanza, una passione, una valvola di sfogo. Per quanto mi riguarda, credo che difficilmente mi capiterà una grande occasione che mi metterà di fronte alla scelta di rinunciare al lavoro: il tipo di rap che faccio io, con tutta probabilità, resterà sempre di nicchia. Se mai capitasse, però, credo che mollerei tutto per dedicarmi alla musica, il mio primo amore. Non credo sia una possibilità realistica, però. (ride) Non ho grandi aspettative in questo senso, comunque: il mio rapporto con la musica è sano, ed è probabilmente quello che mi ha consentito di andare avanti tanti anni senza bruciarmi.

B: Cosa ti aspetta in futuro?

K: Venerdì 12 febbraio a Roma ci sarà la presentazione del video di Stalingrado al Lian, zona San Lorenzo, e l’ingresso è gratis, mentre per le date successive potrete tenervi aggiornati su Internet. Tenete d'occhio il mio sito www.ilrapdikento.com e www.myspace.com/kentofromcalabria perché tra poco usciranno anche le t-shirt e ci saranno molte altre sorprese che per ora non posso anticipare.

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