Kehinde Wiley: quando Biggie incontra Tiepolo

by • 20/01/2008 • ArticoliComments (0)586

Kehinde Wiley ha 30 anni. Nato a Los Angeles, oggi vive a New York. Il suo studio è sito in Williamsburg – non certo la zona più povera della Grande Mela. E’ uno dei ritrattisti più noti e celebrati degli Stati Uniti. Per molti è destinato a diventare “l’artista nero” più conosciuto, secondo solo a Jean-Michel Basquiat. Tre anni fa gli è stata offerta una personale al Brooklyn Museum of Art: onore incredibilmente raro, specie se rapportato alla giovane età dell’artista. Tra i suoi acquirenti si possono trovare i nomi di Denzel Washington ed Elton John. Ha studiato l’Italia, ha studiato Tiepolo, Raffaello. E’ stato soprannominato il “Tintoretto Hip-Hop”. Ma cosa c’entra in tutto questo l’hip-hop, fenomeno che nasce in ambiti distanti anni luce dalle pregiate gallerie d’arte?

La cultura della strada è al centro delle opere di Wiley: la sua ritrattistica è una delle mille sfumature in cui l’hip hop riesce a concretizzarsi. Un’altra forma di arte visiva, apparentemente così distante dal mondo del writing, ma in realtà arricchita dalla stessa energia, che può talvolta declinarsi in aperta sfrontatezza, in sfida dissacrante ai canoni formali dell’arte.
Ironici e demistificatori, seppure al contempo classici e stilisticamente inappuntabili: nei ritratti di Wiley gli opposti si intrecciano, dando vita ad un organismo geneticamente unico.

Il background accademico di Kehinde è di tutto rispetto: diploma al San Francisco Art Institute, attestato alla Yale University School of Art, unico afro-americano in un ambito tradizionalmente monopolizzato dalla popolazione bianca, e ciò nonostante lontano anni luce dallo stereotipo del “black&proud”. Nei suoi dipinti non c’è seriosità forzata, la retorica viene ridicolizzata, manipolata come plastilina, la tradizione viene rovesciata e filtrata dalla contemporaneità. L’operazione è semplice: scegliere soggetti rappresentativi della realtà e collocarli in contesti retrodatati. La giornalista Francesca Gentile ha fornito, a mio avviso, la giusta chiave di lettura, parlando di “mix tra estetica rinascimentale e cultura hip hop”. Kehinde prende i suoi soggetti dalla strada, giovani neri e chicani, li invita nel suo studio, chiedendogli di scegliere fra le riproduzioni di opere di Tiziano, Tiepolo o Ingres (solo per citarne alcuni); il ragazzo sceglie uno dei dipinti, di solito un ritratto, si mette in posa imitando il soggetto rappresentato. Wiley dipinge la figura, sistemandola su uno sfondo che richiama i personaggi di potere del passato; il risultato è quasi forzato, sicuramente molto lontano dal fascino e dalla sensazione di maestosità e grandezza sprigionati dalle opere di riferimento, i cui soggetti vengo quasi ridicolizzati nella loro trasposizione in modelli grezzi, presi dai bassifondi. Il Napoleone di oggi è un qualsiasi ragazzo dei quartieri più malfamati.

L’arte diventa in questo modo davvero popolare, perché immediatamente accessibile anche allo spettatore più incolto, incuriosito non foss’altro dallo stridere quasi paradossale fra il soggetto ed il contesto in cui viene raffigurato; l’arte diventa davvero popolare perché assorgono al rango di protagonisti quei personaggi solitamente evitati dall’arte occidentale. Il ritratto, forma tradizionalmente adottata dai nobili di ogni parte del mondo per incensare il proprio potere e tributare il doveroso onore alla propria grandezza, oggi celebra gli sconfitti che vivacchiano agli angoli delle strade: un ribaltamento di prospettiva reso ancor più solenne dall’adozione delle tecniche pittoriche classiche, secondo il gusto rinascimentale del ritratto; un rovesciamento che implica una forte coscienza politica. Sebbene Wiley, nelle diverse interviste rilasciate, tenda ad accentuare l’aspetto “giocoso” della propria opera, il tema sociale occupa un posto di primaria importanza nell’interpretazione dei suoi dipinti.
L’arte diventa popolare, ma non rinuncia alla sua complessità, non si svende alla logica dei clichè: immediato non è necessariamente sinonimo di banale. Kehinde inserisce un ingente quantitativo di citazioni, mai fini a se stesse, sempre funzionali al messaggio, al substrato che anima i suoi ritratti rendendoli così vivi. In questo passaggio, l’autore riassume in maniera perfetta le linee guida del suo stile: “Il senso dell'umorismo è indispensabile per me, non sopporto l'idea di una seriosità da museo polveroso. Mi considero anti-accademico, la mia è un'operazione di revisionismo storico, un'analisi dei sistemi di potere, tramite un linguaggio popolare, preso in prestito dai mass media”.

L’arte di Wiley ha affascinato il mondo dell’hip hop al punto di entrare a farne parte. Le diverse epoche dell’hip hop sono state ritratte dall’artista: da Big Daddy Kane, che posa dinnanzi ad un colonnato, con tanto di stemma che richiama apertamente quelli delle casate aristocratiche, a Biggie, ritratto su sfondo blu con il contorno di gigli fiorentini, simbolo dei Medici; per arrivare ad Ice T, con berretto e maglia senza maniche, seduto su uno scranno mentre impugna una lancia, avvolto da un manto di ermellino; e poi LL Cool J, Salt-N-Pepa, Grand Master Flash & Furious Five…Una lunga lista di nomi importanti che non accenna a fermarsi.

Sorge il dubbio, paradosso nel paradosso, che i soggetti di Wiley interpretino in maniera forse errata la sua arte; da un lato, Kehinde offre a ragazzi comuni la possibilità di vestire panni diversi da quelli abituali, raccontando un mondo di ricchezza ed ostentazione diametralmente opposto al loro – e non soltanto per lo sfarzo di abiti appartenenti ad epoche che precedono il ventunesimo secolo; dall’altro ci mostra una realtà, quella dell’hip hop, tuttora strettamente vincolata all’immaginario del “money&power”, allo sfoggio esibizionistico del proprio status sociale, ricalcando goffamente lo stereotipo di quei nobil signori ritratti nelle opere originali. Come se ieri fosse oggi, ed il potere, vero o presunto che sia, renda sempre l’uomo inconsapevolmente ridicolo, nella sua inconsistente vanagloria. Ma qui si varcano i confini dell’analisi, e si sconfina nella dietrologia.

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