Kanye West vs. Andy Warhol: The Life of Pablo è davvero un’opera d’arte?

by • 06/04/2016 • Copertina, RecensioniCommenti disabilitati su Kanye West vs. Andy Warhol: The Life of Pablo è davvero un’opera d’arte?536

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Recentemente Kanye West ha pubblicato una nuova versione del suo ultimo album The Life of Pablo, aggiungendo alcuni dettagli per rendere il lavoro maggiormente rifinito. Il disco ha fatto registrare 250 milioni di ascolti in streaming, facendo ottenere a Tidal un boom di iscrizioni. Questi risultati sono stati ottenuti perché Mr. West aveva annunciato che il suo disco non sarebbe stato disponibile su nessun’altra piattaforma, tantomeno fisicamente nei negozi, salvo poi rimangiarsi tutto pubblicandolo su Spotify e iTunes in questi giorni.

Ma Kanye West è questo, è contraddizione, è sregolatezza, è eccesso. Totalmente deluso dal suo precedente lavoro per le sonorità per me troppo ruvide, mi aspettavo un altro disco che esplorasse maggiormente quei suoni e invece, in un certo senso, è tornato sui suoi passi. Come da manuale, prima dell’uscita del disco c’erano stati molto tweet provocatori e annunci shock: mi riferisco alla sua candidatura come Presidente degli Stati Uniti, ma anche il suo paragonarsi ad icone del nostro tempo come Walt Disney, Steve Jobs o Andy Warhol, tra i vari nomi citati. Con quest’ultimo le similitudini sono molto interessanti: in entrambi i casi la madre ha giocato un ruolo fondamentale nello spronare il proprio figlio a fare ciò che voleva. La madre di Warhol lo ricompensava con caramelle e giocattoli quando finiva un quaderno pieno di decorazioni, e la madre di Kanye già da piccolo lo considerava un genio, tanto da dispensarlo dai tipici lavoretti domestici per lasciarlo concentrare nel suo rap. Il giovane Warhol ottiene successi lavorativi e riconoscimenti a livello nazionale per la sua bravura di grafico pubblicitario; allo stesso modo, il giovane West nella musica urban raccoglie numerosi consensi, tanto da firmare per una storica e blasonata etichetta, la Roc-A-Fella Records.

L’ultima opera mette in luce alcune contraddizioni, ormai parte del personaggio che il produttore di Chicago ha creato. Con Yeezus si erano toccate punte di blasfemia, per un credente come lui – basti pensare a canzoni come I Am God o allo stesso titolo del disco; nel suo ultimo album la direzione è opposta. La prima traccia, infatti, Ultralight Beam, è una sorta di inno verso Dio, in cui la scena viene rubata da Chance The Rapper, con il suo flow frizzante e la sua abilità nel padroneggiare il beat (Kanye è relegato ad una parte marginale: il ritornello). I cori, l’utilizzo minimale del synth e il tema della canzone conferiscono alla traccia un’aura gospel. È stimolante cercare di interpretare una scelta del genere, visto che alcuni anni fa aveva professato il suo ateismo, dichiarando I feel I need to take responsability for my own successes and failures (“sento di aver bisogno di prendermi la resiponsabilità dei miei successi e dei miei fallimenti”). In questo caso, invece, canta “Deliver us serenity, deliver us peace, deliver us loving” come se chiedesse a Dio pace e amore. Anche la scelta del campione in Father stretch my Hands pt. 1, l’omonima canzone dell’attivista e pastore di Chicago T.L. Barrett, non è certamente casuale. All’inizio, infatti, viene campionata la frase “You’re the only power” con riferimento a Gesù, creando un forte contrasto con il testo, perché subito a seguire Mr. West rappa uno dei versi più trash mai prodotti: Now if I fuck this model, and she just bleached her asshole, And I get bleach on my T-shirt I’mma feel like an asshole (“se mi scopo questa modella, e si è appena sbiancata il buco del culo, se io mi sono appena candeggiato la maglietta, mi sentirò un coglione anch’io”). Anche nella traccia successiva, Father Stretch My Hands pt. 2, c’è questa dicotomia. Infatti campionando alcuni versi della canzone Panda di Desiigner, in cui rappa della degradazione della società soprattutto tra i giovani, dipendenti dalla codeina e in cerca dei soldi facili, conclude la canzone campionando un pezzo di Caroline Shaw in cui sembra lasciare intendere che chi conduce quello stile di vita alla fine cerchi qualcuno o qualcosa (in questo caso, forse la fede) per cambiare.

Come potete notare già in queste tre canzoni c’è la contraddizione tra il sacro e il profano – non una presa di posizione ma semplicemente una rappresentazione – ed è qui che intravedo a tratti l’essenza delle opere riprodotte in serie di Warhol. Paul Gilles nel suo libro dà una perfetta, a mio parere, interpretazione: “La verità, per Warhol, era nelle mani di Dio, non degli umanisti liberali. Ogni aspirazione verso la ‘verità’ in questo mondo è inevitabilmente superficiale e priva di valore. L’arte non può essere depositaria di sapienza; può solamente riflettere, travestire (e godere) il mondo da cui si trova circondata”. Questo concetto di arte potrebbe sposarsi molto bene anche con Kanye West. Un’altra particolarità è come viene rappresentato questo concetto: Warhol lo fa tramite la serigrafia, mentre Kanye usa la musica in contrapposizione con il testo e utilizza il suo talento per dipingere ciò che vede e anche le sue esperienze.

Proseguendo nel disco incontriamo canzoni in cui il linguaggio esplicito è forse l’aspetto più caratteristico, come in Freestyle 4: Tits out, oh shit, My dick out, can she suck it right now?/ Fuck, can she fuck right now?/I done asked twice now/Can you bring your price down? (“tette di fuori, oh merda, il mio cazzo di fuori, può succhiarmelo ora, fanculo, possiamo scopare ora? Ormai te l’ho chiesto due volte, puoi abbassare il prezzo almeno?”) con atmosfere martellanti e distorsioni vocali che alludono ad un abbandono delle inibizioni e ad uno stordimento generale. Anche in Higlights, nonostante sia una delle canzoni più insipide del disco insieme a Fade, non mancano i riferimenti sessuali: Sometimes I’m wishing that my dick had GoPro (“a volte vorrei che il mio cazzo avesse una GoPro”). Un Kanye West che vuole osare anche nelle parole, a mio parere per un effimero gusto di scioccare. Questo spingersi oltre è un elemento caratteristico anche per Warhol, come per la serie“Il torso” ovvero la rappresentazione in primo piano di alcuni peni. Una voglia di dissacrare i rigidi schemi della vecchia arte che ha reso famoso Duchamp e viene ripresa anche da Warhol con la cosiddetta “Oxidating Painting”. In un certo senso Kanye ha rotto i classici schemi della canzone rap, e ha cominciato a farlo da Graduation, album in cui il rap in senso stretto diventa marginale; quello che viene messo in rilievo è la musica, e come le parole possono amalgamarsi con lei senza la necessità di essere “lyrical”.

Ma ad un certo punto del disco, precisamente nella traccia FML con The Weeknd, Mr. West capisce che continuando a spingersi oltre potrebbe perdere tutto quello che ha di prezioso (sua moglie), una sorta di “Repent and sin no more”, se la vogliamo dire con lo stile di Warhol. Ancora una volta in una traccia in cui le strofe non sono il punto forte della canzone, utilizza la musica per comunicare, e lo fa campionando i Section 25, in con il fine di accentuare questo senso di smarrimento.
Il disco vuole accontentare tutti gli ascoltatori, questo è innegabile: il pezzo con Rihanna, Famous, strizza l’occhio alle radio per cambi di ritmo, dinamicità e insieme di campioni (sebbene siano stati più di una volta utilizzati da Kanye evidentemente riesce sempre a contestualizzarli bene, perché il connubio con Nina Simone e Sister Nancy, stilisticamente agli antipodi, viene reso naturale). C’è molto spazio all’interno del disco per la sfera sentimentale, senza mai scadere nella melensa canzone amorosa; ne è un esempio Waves, in cui la voce nel ritornello di Chris Brown crea un clima banalmente R’n’B, ma i pochi versi di Kanye rompono la monotonia facendola diventare orecchiabile e non scontata. Una delle gemme del disco è Wolves, che campionando gli ululati dei lupi riesce a creare una canzone: ha un ritmo avvolgente, quasi fiabesco, e l’alternarsi di Sia e Vic Mensa dà quella dinamicità che rende il pezzo uno dei più belli del disco (peraltro, di recente Kanye ha deciso di aggiornarlo cambiando gli ospiti: ne esiste una seconda versione con Caroline Shaw e Frank Ocean).

Ma nell’ultima parte del album riemerge il primo Kanye, per cui l’MPC e il microfono erano gli unici strumenti utilizzati. In No More Parties in LA sembra dare l’addio alla vecchia vita da star e ad accompagnarlo troviamo Kendrick Lamar, le cui rime danzano a meraviglia sulla base di Madlib che gli sembra cucita addosso. Ma non basta, 30 Hours ci fa assaporare i suoni di Late Registration, e infatti sembrerebbe che la storia raccontata risalga a quegli anni in cui un giovane West, perdutamente innamorato, faceva la spola Chicago-Saint Louis per poi scoprire di essere stato tradito. La conclusione è teatrale, tra ironia e una sorta di rammarico per l’epilogo della loro relazione: I used the Western Union for you like it’s no prob/ Cause you was in college complainin’ about it’s no jobs/ But you were suckin’ a nigga’s dick the whole time/ Well I guess a blowjob’s better than no job (“ti trasferivo sempre dei soldi senza problemi perché eri all’università e ti lamentavi di non avere un lavoro, ma stavi succhiando il cazzo a un altro ne*ro per tutto il tempo, beh, credo che un lavoro di bocca sia meglio di nessun lavoro”). Queste canzoni, insieme a Real Friends, sono tracce in cui il vecchio campionamento e i giri di batteria sono gli unici virtuosismi concessi. E infatti proprio in Fact (in cui si toglie molti sassolini dalla scarpa, soprattutto nei confronti della Nike), rievoca il significato originario di rap: “If you ain’t poppin’ shit then why you rap for? Haaan?”.

Si può notare che questo è un disco molto vario, eterogeneo, ci sono parecchie sfacettature di Kanye. Questa varietà è anche dovuta al fatto che alle macchine troviamo molti produttori con caratteristiche differenti: Mike Dean, Metro Boomin, Havoc e altri, ed è tipico per Mr. West circondarsi da numerosi artisti, come faceva anche Warhol nella sua Factory, un luogo “creativo” che era anche un posto un po’ bohemien, dove gli amici aiutavano per esempio nella colorazione delle sue opere. Come nei dipinti dove si utilizzava l’urina, per cui venivano scelti solo alcuni dei suoi amici perché considerati più “artistici” nella minzione. Allo stesso tempo, i pensieri e i cambiamenti di vita nelle opere di Andy non sono così chiari: si intravedono, ma non vengono esplicitati come fa Kanye. Insomma, un disco che mostra varie sfaccettature del suo carattere e in un qualche modo mostra una certa maturità. Un mondo creato molto sapientemente dalla sua abilità nel fare canzoni, in cui la musica è più efficace delle parole stesse.

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