Kalafro: l’intervista

by • 06/04/2011 • IntervisteComments (0)540

Per una volta, si parla poco di musica e tanto di realtà. Perché i Kalafro li conoscete e li apprezzate tutti, mentre la situazione calabrese merita di essere sviscerata a fondo. Resistenza sonora è un progetto coraggioso e ambizioso, a nostro parere molto riuscito. Se per caso vi chiedeste cosa ha spinto questo gruppo di reggini emigrati in tutta Italia a raccontare la mafia più potente e sconosciuta d'Europa, la 'ndrangheta, da una prospettiva così vicina che a tratti può fare paura, leggete qui.

Blumi: Resistenza sonora è nato come concept album fin da subito, oppure è venuto fuori così man mano?

Mad Simon: Nel 2009 abbiamo fatto uscire un album in free download dal titolo Briganti: la title track raccontava della situazione di Reggio Calabria e ha destato molta attenzione in tutta Italia, un'attenzione che abbiamo potuto toccare con mano quando eravamo in giro a suonare. Mentre lavoravamo a quest'ultimo disco, poi, i fatti di cronaca ci hanno in qualche modo accompagnato durante tutta la fase di scrittura. Insomma, un concept album sulla Calabria attuale ci è sembrata la cosa più giusta e logica da fare. Diciamo che è stato un processo spontaneo, che però ha ricevuto una grossa spinta da un clima che si faceva via via più nero nella nostra città e che sentivamo la necessità di raccontare.

B: Voi parlate della 'ndrangheta, una delle mafie più feroci al mondo, nonché una di quelle di cui ancora si sa di meno. Un tema rischioso anche per la vostra incolumità personale: non avete paura di ritorsioni per voi e per le vostre famiglie, soprattutto se l'album facesse il botto (vedi alla voce “effetto Saviano”)?

Shiva: Non siamo dei supereroi e abbiamo ben chiaro che pubblicare un disco del genere potrebbe crearci non pochi problemi. Sicuramente non la prendiamo alla leggera, ma non abbiamo paura: innanzitutto perché interessarsi di cultura non è la prerogativa principale di una mafia (soprattutto della 'ndrangheta), e poi perché viviamo in questo contesto da sempre e ci siamo in qualche modo abituati. Ovviamente, prima di pubblicare quest'album tutti abbiamo pensato almeno per un attimo che potesse essere una mossa azzardata, anche alla luce di quello che era successo al castello aragonese…

Kento: Esatto. Lo scorso novembre abbiamo fatto un'azione di protesta civile proiettando sulle mura del castello aragonese, il principale monumento di Reggio Calabria, la frase “No alla 'ndrangheta”. Il messaggio, oltretutto, era firmato Kalafro, un nome che quindi è comparso a caratteri cubitali e ben visibile a tutti. Insomma, ci eravamo già esposti prima ancora che il disco uscisse. Vorrei anche sottolineare che uno dei motivi per cui non abbiamo paura è che non ci sentiamo isolati in questa battaglia: il movimento anti-'ndrangheta è molto ampio e coinvolge persone diversissime tra di loro, dai vecchi anarchici degli anni '60 fino ai ragazzini che manifestano durante le proteste studentesche. Dalla nostra parte c'è anche il Museo della 'Ndrangheta, una realtà molto importante qui a Reggio, che ha finanziato in parte il nostro lavoro. Noi da soli non ce l'avremmo fatta, né a portare avanti il progetto né a raccogliere quei frutti che cominciano a maturare sia qui che altrove.

B: A proposito del Museo della 'Ndrangheta, visto che è un'istituzione poco conosciuta al di fuori della Calabria, ci spiegate che cos'è e da dove nasce il vostro sodalizio?

M.S.: La collaborazione è nata ai tempi delle proiezioni sul castello, perché proprio in quel periodo il Museo della 'Ndrangheta aveva organizzato qui a Reggio un seminario internazionale sul tema della mafia calabrese, che ha riunito studiosi da tutto il mondo. Secondo loro portare avanti queste tematiche attraverso la musica potrebbe essere molto efficace, soprattutto tra i giovani, così hanno deciso di supportarci. Il compito del museo è proprio quello di contrastare la mentalità mafiosa dal punto di vista culturale, spiegandola e studiandola perché, come dicevi anche tu, al momento è l'organizzazione criminale di cui si conoscono meno dettagli.

B: Poco fa dicevate che per Resistenza Sonora siete stati molto influenzati dal contesto che vivevate e che vedevate peggiorare tutti i giorni…

M.S.: Noi parliamo sempre dei fatti in prima persona, tanto che in questo disco non ci sono collaborazioni: se vuoi raccontare questa realtà, devi essere di queste parti e averla vissuta sulla tua pelle. Qui non è difficile avere rapporti con gente affiliata, può essere un lontano cugino o il compagno di classe figlio di una nota famiglia mafiosa. Oppure ti capita di fare una partita di calcetto in cui sai bene che è meglio tenere il più possibile le distanze dall'altra squadra. Situazioni che in qualsiasi altra zona d'Italia e del mondo sono normali e quasi banali, qui bisogna trattarle con molta più cautela. Diciamo che ci sentiamo liberi di parlare delle questioni più grosse proprio perché abbiamo vissuto quelle più piccole.

B: Infatti: secondo voi questo tipo di disco può avere più riscontro in Calabria, dove tutti hanno vissuto le vostre stesse situazioni, o altrove, dove la vostra esperienza può sembrare quasi esotica?

S: L'esigenza che ci ha spinti è quella di portare al di fuori dei nostri territori una testimonianza reale di che cos'è la 'ndrangheta, ma soprattutto di quale sia la realtà del sud. Spesso, in effetti, agli occhi degli altri quello che raccontiamo sembra un “profumo d'oriente”, e questo non va bene, perché presuppone che siano problemi lontani, quasi irreali, e invece finiscono per coinvolgere l'intera cittadinanza. Se tutta Italia cominciasse a considerare la situazione di Calabria, Sicilia e Campania un problema prioritario, non solo nell'agenda politica ma anche in quella personale, qualcosa comincerebbe finalmente a cambiare. La nostra musica ha un ottimo riscontro qui da noi, dove tutti sanno di cosa stiamo parlando, ma comincia a farsi strada anche fuori, e questa è una bellissima notizia.

K: Questa domanda, comunque, può avere risposte a più livelli. Anche nella civilissima e industrializzata Lombardia le radici della 'ndrangheta sono altrettanto vive e pervasive, come ci spiega la cronaca, quindi quello che noi raccontiamo diventa attuale anche al di fuori della Calabria. E infatti, quando poco tempo fa abbiamo suonato a Milano, siamo stati accolti con grandissimo affetto.

B: Se doveste dirmi l'argomento del disco che vi sta più a cuore?

K: Difficile trovarne uno. Mi viene da dirti il continuo dramma della disoccupazione giovanile e l'emigrazione e l'impoverimento che ne consegue… Non vogliamo raccontare singoli episodi, ma una terra molto bella e difficile che raccoglie in sé cose positive, come il movimento contro le mafie o quello contro il ponte sullo stretto.

S: Al di là delle associazioni organizzate, come Libera o La Gerbera Gialla, stanno nascendo dei veri e propri moti spontanei contro la 'ndrangheta: penso a comitati come Reggio Non Tace, fondato dopo la bomba alla Procura di Reggio Calabr
ia del 3 gennaio 2010. Sta finalmente attecchendo un po' di consapevolezza, e questo ci fa sperare bene.

B: Il vostro è un background reggae, una musica molto solare, che però utilizzate per trattare un argomento molto cupo. Questo ha influito sulle sonorità di Resistenza sonora?

M.S.: La vera novità di questo album è stata che, per raccontare la nostra terra, abbiamo introdotto anche elementi di musica popolare calabrese. Per il resto, non credo che questo sia un disco cupo, ma piuttosto un sound in equilibrio tra incazzatura e speranza, che cerca di innescare la scintilla del riscatto sociale. Anche in Giamaica, comunque, il reggae non è semplicemente una musica solare: parla di una realtà difficile e di situazioni sociali tutt'altro che allegre. Noi cerchiamo di fare lo stesso.

B: In effetti il rap e il reggae sono spesso musica di denuncia nei loro Paesi natali: in Italia, invece, questa dimensione si è un po' persa…

K: Penso che la musica sia di per sé uno strumento neutro, con il quale si può scegliere di dare alcuni messaggi o di non darne affatto. Naturalmente non dare alcun messaggio sarebbe davvero difficile, perché anche non dicendo niente si finisce per dire qualcosa. Nel nostro caso rap e reggae sono strumenti, ma il messaggio vero va cercato all'interno del movimento antagonista: io mi ritrovo moltissimo nella ricostruzione di Gian Maria Volontè sul fine rivoluzionario dell'arte.

B: Rimanendo sul reggae, la Calabria avrebbe tutte le carte in regola per diventare il nuovo Salento, sia a livello paesaggistico che a livello musicale (si parla molto delle affinità tra reggae e pizzica, ma volendo ce ne sono altrettante tra reggae e tarantella). Secondo voi, perché questo non è ancora successo?

S: Secondo me il reggae non c'entra niente con pizzica e taranta, tanto per cominciare! (ride) Al di là della battuta, non è ancora successo per tanti motivi, primo tra tutti il fatto che in Salento il movimento reggae risale a più di vent'anni fa, mentre in Calabria è molto più recente. Punto secondo, qui c'è una situazione contingente molto diversa: c'è più provincialismo, diffidenza verso le novità… Ci sono delle incompatibilità congenite che impediscono a questa situazione di svilupparsi come potrebbe. E poi, l'uomo della strada non sa neppure cosa sia, il reggae, Bob Marley a parte. Non è una questione di arretratezza culturale, sia ben chiaro: è che qui ci sono altri generi più diffusi, come ad esempio il rock antagonista, che va fortissimo.

K: A me piacerebbe che il Salento fosse il Salento e la Calabria fosse la Calabria. Ci sono molte differenze, ma anche le similitudini andrebbero giustamente valorizzate. Ad esempio, fino a qualche anno fa esisteva un bellissimo appuntamento estivo che raccoglieva migliaia di giovani: era il campeggio contro il ponte sullo stretto. Un evento bellissimo, sia per il suo significato, sia perché era davvero divertente e offriva un sacco di cose da fare: c'era il mare, la musica, la voglia di fare vacanza tutti insieme… La chiave per trasformare la Calabria e renderla una meta ambita come il Salento potrebbe essere questa: creare dei circuiti di aggregazione al di fuori dei circuiti stabiliti, anche perché sappiamo bene a chi sono in mano questi ultimi, spesso.

B: A proposito di ponte sullo stretto, voi dedicate all'argomento un intero brano (intitolato No al ponte, ndr). Visto che la stampa è schierata su fronti opposti e dà notizie diverse a seconda della convenienza, da fuori è difficile capire che cosa pensino davvero calabresi e siciliani di quest'opera. Ci chiarite le idee?

S: In Sicilia, e in particolare a Messina, il movimento No Ponte è praticamente totalitario: tutti sono contro il ponte. Mi ha impressionato in modo particolare la manifestazione dell'agosto scorso: nel paesino di Torre Faro, quello dove dovrebbe sorgere il pilone della sponda messinese, hanno sfilato decine di migliaia di persone di tutte le categorie sociali. Donne, anziani, bambini, pescatori, professionisti… In Calabria, invece, il movimento è altrettanto diffuso, ma meno compatto sugli ideali. In generale, direi che la maggior parte della gente non vuole il ponte, ma non per una questione di preconcetto: semplicemente, non ne vede l'utilità. Vorremmo prima risposte concrete su tutte le altre grandi opere da cominciare oppure lasciate a metà: la ricostruzione di Gianpilieri dopo l'alluvione, la Statale 106 Ionica, l'autostrada A3… Basti pensare che la SS 106 detiene il record europeo di incidenti mortali e nessuno ha ancora fatto niente in proposito. Sono queste le cose che contano davvero, tra le priorità degli abitanti.

B: Cambiando argomento, è da poco uscito Qualunquemente di Antonio Albanese, ambientato in Calabria (anche se non nella vostra zona). L'avete visto? E soprattutto, vi è venuto più da ridere o da piangere?

M.S.: Partendo dal presupposto che Albanese è un artista straordinario, che ha creato un personaggio in grado di fare la parodia a tutti i politici italiani in maniera trasversale, nel film c'è l'estremizzazione di un atteggiamento: a volte è realistico, molte altre volte no. Fa sorridere, ma a chi è nato qui e cerca di combattere questo atteggiamento con le armi che ha a disposizione, non viene tanto da ridere. 

B: Una domanda pratica. Voi vivete sparsi sull'intero territorio italiano e nella vita quotidiana fate anche altri mestieri: in queste condizioni come fate a lavorare sulle idee per un disco, a registrarlo e poi a promuoverlo suonando in giro?

S:
Cerchiamo di fare come fanno tutti gli amici lontani del mondo: ci sentiamo spesso via telefono, Skype o e-mail, anche se nel nostro caso “spesso” corrisponde a “milioni di volte al giorno”. (ride)

K: Siamo anche diventati grandi esperti dei voli low-cost: se vi servono informazioni, chiedete pure a noi! (ride) Scherzi a parte, la lontananza è un problema di cui bisogna tenere conto in tutte le fasi di realizzazione del disco. Stasera, per esempio, suoniamo in provincia di Reggio: io ho dovuto prendere l'aereo da Roma e Bruno da Milano, una cosa che non ci facilita dal punto di vista pratico, ma che non facilita neanche gli organizzatori, perché aumentano le spese. È una sfida che noi affrontiamo con serenità e ottimismo. In fondo, questo nostro essere sparsi per l'Italia rappresenta davvero la realtà dei giovani calabresi: ci rende ancora più vicini ai nostri coetanei e conterranei.

S: Esatto: tra di noi quelli che vivono fuori dalla Calabria non lo fanno per giocare, ma per lavorare, per i motivi che esponiamo nel disco.

B: Progetti futuri?

K: Voci di corridoio dicono che Kento abbia cominciato a scrivere il suo nuovo disco solista, e che ci saranno grossissime sorprese! (ride)

S: Per quanto riguarda i Kalafro, suonare in giro sempre di più e sempre più spesso.

M.S.:
Diffondere il nostro messaggio nella maniera più capillare possibile. Ci sono anche delle prospettive di concerti all'estero, che speriamo ci aiutino a gettare un
a luce più positiva sulla Calabria: dopo la strage di Duisburg, la nostra immagine è a dir poco ammaccata.

 

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