Ka – Grief Pedigree: recensione

by • 01/09/2012 • RecensioniComments (1)776

L’assioma secondo cui basterebbero quindici secondi per valutare la qualità di una canzone non nasce certo oggi: ricordo un’intervista di una decina di anni fa in cui Dr. Dre sosteneva la stessa cosa, e probabilmente è solo la mia ignoranza a non permettermi di citare analoghe affermazioni da parte di Berry Gordy o George Martin. Di sicuro c’è che quest’approccio è stato condannato in vari modi da generazioni di musicisti (per motivi fin troppo ovvi), eppure un fondo di verità ci deve essere se sei mesi fa mi è bastato un rapido preascolto su iTunes per decidere che Grief Pedigree era ed è un album da ascoltare.

Più precisamente, i famigerati quindici secondi sono bastati per farmi intuire il valore dell’opera seconda di Ka, classe ’72, MC con alle spalle almeno vent’anni di militanza nell’underground nuiorchese e quaranta di esperienze nel suo quartiere di Brownsville. Ripeto: solo intuire. In realtà, per comprendere ed apprezzare appieno la qualità di questo disco c’è voluto molto più tempo e, soprattutto, molta attenzione.

Ad un primo ascolto si potrebbe infatti pensare ad una variazione sul tema Marcberg: come il suo collega Roc Marciano (assieme al quale forma un duo, i Metal Clergy), Ka ha la propensione a mantenere un tono di voce monotono, a rappare su beat autoprodotti, spesso costituiti da poco più che brevi loop quasi privi di batterie, e a rifarsi grossomodo all’estetica classica del rap della costa atlantica.

Tuttavia, ascolto dopo ascolto, le analogie si fermano qui.

Tanto per cominciare, l’atmosfera complessiva di Grief Pedigree è infinitamente più cupa di quella di Marcberg: gli ossessivi twang riverberati di Cold Facts restituiscono l’immagine di una New York pre-Giuliani, chiusa in sè stessa e ostile, e vanno a braccetto con la melancolica melodia di pianoforte di Summer (che ricorda Nobody Likes Me dei Mobb Deep) così come con le incessanti campane di Collage e i synth “sporchi” di Vessel. Non devono quindi trarre in inganno i mood eterei di Up Against Goliath e Every…, e nemmeno gli accenni soul di Decisions e No Downtime: il quadro che dipinge Ka della sua città e della sua vita —quando va bene— non è quello di un Superfly o di un Black Caesar, bensì quello di 80 Blocks From Tiffany’s.

Non c’è alcun tipo di glamour nella sua estetica, come del resto egli stesso ammette in Up Against Goliath: «Never was a boss or part of the dons/ but did settle mid-level, sergeant-at-arms». Questa visione iperrealista della vita è la cifra del Nostro, il quale usa la descrizione (data in maniera formalmente distaccata) della “sua” New York come parabola autobiografica in cui riversare le sue esperienze e, naturalmente, le riflessioni che ne derivano. Riflessioni che sono il frutto della mente di un quarantenne che, caso rarissimo nell’hip hop, si comporta come tale, mettendo al bando gli aspetti più circensi del cosiddetto reality rap per concentrarsi su una realtà tristemente prosaica e che, sorprendentemente, non risulta mai né didascalica, né ermetica.

L’immaginario di Ka è infatti popolato da pusher di livello medio-basso; di colletti blu del crimine che vivono alla giornata; di povertà diffusa; di madri e figli da sfamare; in poche parole, di persone intrappolate negli ingranaggi di una società di cui sono vittime o, nel migliore dei casi, spettatori passivi in balìa dalle circostanze. Eppure, nonostante questo mondo venga narrato per immagini e aneddoti, apparentemente anche con un po’ di cinismo, il coinvolgimento dell’autore è palpabile e contribuisce ad appassionare l’ascoltatore e a renderlo in qualche modo partecipe del tutto.

Va da sè che se non vi fosse una buona scrittura Grief Pedigree si ridurrebbe a poco più di un audiolibro, ma per fortuna l’esperienza del Nostro qui si fa sentire tutta. Non solo nella metrica vera e propria, tipicamente nuiorchese e contraddistinta da rime polisillabiche intrecciate con grande precisione e ricerca, ma soprattutto nel creare metafore e giochi di parole che s’inseriscono perfettamente nelle descrizioni della città e dei suoi abitanti. In tal senso, Ka si avvicina molto di più al primo Nas che non a Kool G Rap o Slick Rick, in quanto i suoi reportage dalla strada trasudano poesia e contengono ben più di una o due barre memorabili. Possono essere singole frasi («All that white powder was touted as black hope») oppure intere strofe, ma il risultato è sempre quello di stupire per la capacità evocativa delle liriche. Cito come esempio un passaggio da Summer: «Eight blastin’ goons, late afternoon, form a road block/ started clappin’ my little man was unwrappin’ his blowpop/ shot in the face, never got to taste the sour apple/ strays from the tre’s put him down like a power tackle/ Mom’s unaware, son is aired in front of the stairs/ Niggas walk in ‘n’ see me, now they’re runnin’ scared». Chapeau.

Ora: la cosa incredibile è che, nonostante la breve durata (37 min. circa), Grief Pedigree si fa riascoltare più e più volte senza venire a noia. Anzi, ad ogni ascolto si scoprono vieppiù nuove sfumature che vanno ad arricchire un quadro già di per sè carico di suggestioni. Con Grief Pedigree, insomma, Ka riesce ad andare ben oltre i pregi puramente “tecnici” (ossia qualità dei beat, delle rime eccetera), consegnandoci un’opera d’arte unica stricto sensu, che restituisce le atmosfere della seconda golden era senza scadere nel citazionismo, e che mediante una serie di fotografie del suo quartiere di Brownsville, e di chi lo abita, ci dice molto più sull’autore che non dieci dischi fondati sul semplice egotrippin’. Salvo miracoli dell’ultim’ora, insomma, Pedigree è senz’altro l’album indie dell’anno, nonchè uno dei migliori tout court di questo 2012: da avere assolutamente.

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