Jangy Leeon & Weirdo: l’intervista

by • 28/11/2018 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Jangy Leeon & Weirdo: l’intervista181

Uscito qualche mese fa e passato sin troppo in sordina, Eldorado è l’album frutto degli sforzi congiunti di Jangy Leeon e Weirdo, rispettivamente rapper e producer membri dello storico collettivo milanese Mad Soul Legacy. Dopo aver dato vita ad un album intenso, personale e sperimentale come L’Era della Bestia, i due hanno deciso di misurarsi con qualcosa di atipico, soprattutto per la scena italiana, ossia le sonorità latine. Eldorado è infatti interamente costruito su campioni legati a questo genere musicale, spesso in grado di generare un dualismo da amore/odio negli ascoltatori, ma dalla storia e dalle sfumature affascinanti. Siamo andati a chiedere ai due artisti di raccontarci tutto ciò che riguarda questo particolare progetto. (continua dopo l’immagine)

Riccardo Primavera: Eldorado è un disco profondamente influenzato dalle sonorità latine, probabilmente è la caratteristica più evidente sin da quando parte la prima traccia, l’omonima title track. In un periodo storico dove vanno per la maggiore tutt’altro tipo di suoni, dove e come nasce l’ispirazione per un progetto simile?

Weirdo: Beh le sonorità latine arrivano da Jangy, lui è cresciuto ascoltando cose di questo genere, giusto? (Jangy annuisce, ndr). Poi vabbè, il rap con influenza latina lo ascoltavo anche io, vedi i Cypress Hill, Psycho Realm e quel giro lì. Inizialmente non ero molto giù con queste sonorità, lui però mi ha convinto, tutto è partito da Bodas de oro (traccia contenuta in L’Era della bestia di Jangy Leeon, ndr), la prima traccia che abbiamo fatto con quel tipo di impronta. Altre simili poi le abbiamo realizzate per L’Era della bestia, e visto che sono piaciute, ci siamo detti “ma sì, facciamo un progetto intero”, anche perché in Italia nessuno aveva ancora fatto qualcosa di simile. Visto poi che non ci piace seguire i trend ma preferiamo l’originalità, a prescindere che poi il nostro stile piaccia o meno, abbiamo deciso di realizzare Eldorado.

R.P.: Quanto è difficile lavorare ad un disco simile dal punto di vista delle strumentali? Come ti sei trovato a gestire sample di natura così specifica e peculiare?

W.: È stato molto difficile, perché ha richiesto un numero spropositato di ore d’ascolto per trovare i sample giusti e per far sì che le tracce non suonassero ripetitive; questo perché se vai a fare digging in generi come la salsa rischi comunque di trovare tracce molto simili, dalla stessa struttura. Spesso si rischia di ricadere in qualcosa di – beh, non voglio dire “marcio” -, ma che potresti sentire alle sagre di paese, ecco. Bisogna trovare quel punto d’incontro tra il latino e quei brani con l’anima un po’ più soul, adatti ad essere rilavorati in una chiave hip hop. Quindi ecco, sicuramente ci sono volute tantissime ore di ascolto.

R.P.: Ti sei fatto una bella cultura di musica latina eh?

W.: Oh sì, mi esce la salsa dalle orecchie (ride). (continua dopo la foto)

R.P.: Jangy, rispetto al tuo precedente disco L’Era Della Bestia, Eldorado sembrerebbe più un esercizio di stile, un lavoro incentrato sul sound, sulle metriche, sul flow e sullo stile. A livello puramente lirico non sei invece andato a scavare particolarmente, a livello introspettivo si percepisce una grossa differenza rispetto allo scorso album. È stata una soluzione voluta oppure hai scritto semplicemente seguendo l’ispirazione dei beat?

Jangy Leeon: Per certi versi ho voluto scrivere in maniera differente rispetto ai lavori precedenti, ho tentato di alleggerire un po’ la voce e risultare un po’ meno pesante, più piacevole per certi versi, accentuando quindi questo aspetto. In altre tracce invece ho rappato in maniera più classica, cercando quindi di bilanciare vecchio e nuovo. Tendenzialmente ci metto sempre abbastanza a scrivere sui suoi beat, a meno di casi in cui io sia particolarmente ispirato e nel giro di breve chiudo tutto. Questo perché ci tengo che un prodotto, specie se mio, mi soddisfi al 100%; quindi mi faccio un sacco di pare (ride).

R.P.: Probabilmente è la prima volta che in Italia vede la luce un lavoro così fortemente influenzato da sonorità latine; secondo voi come mai nessuno ha mai osato da questo punto di vista? Ci sono delle difficoltà particolari che in alcuni momenti hanno scoraggiato anche voi?

W.: Non so se sia tanto per la difficoltà nel realizzarlo quanto piuttosto proprio per una questione di gusto, o magari nessuno ci ha pensato perché non ha un determinato tipo di background. Noi abbiamo ascoltato determinate cose, ci hanno inevitabilmente influenzato – poi ti ripeto, fosse stato per me, neanche io l’avrei fatto (sorride indicando Jangy, ndr).

J.L.: Esatto, diciamo che anche le prime robe, le mie prime registrazioni da ragazzino, erano un po’ influenzate da questo stile latino festivo e quindi sento tutt’ora che questa roba un po’ mi appartiene. Se nessuno l’ha fatto è perché magari si fanno anche la para che la musica latina è associata ad un certo tipo di etnia, ad un certo tipo di cultura. Magari anche crescendo con i Cypress, in Italia nessuno ha mai deciso di fare un certo tipo di rap perché è comunque settoriale: per certi versi ti permette di fare qualcosa che non hai fatto, ma magari ti esclude ad un certo tipo di ascoltatori. Di sicuro lo sforzo più grande lo abbiamo fatto nel cercare di rendere vario e al tempo stesso omogeneo il progetto, essendo comunque tutto sul mood latino – sia a livello di beat che di contenuti.

W.: È stato comunque difficile perché i sample latini sono tutti basati sugli stessi strumenti: chitarre, trombe e pianoforte, fondamentalmente. Essendo limitati a tre strumenti, è difficile fare un disco in cui le tracce abbiano lo stesso stampo ma tra loro siano al contempo varie, dare a ciascuna una collocazione e un senso nel disco. Quella da live che ti fa saltare, quella magari un po’ più party che anche una ragazza può ascoltarsi – mi viene in mente Guantanamera con Ernia -, l’intro che è un altro tipo di roba… Sì, in tutta onestà farlo è difficile.

R.P.: Tra i diversi featuring presenti troviamo nomi con i quali avete già collaborato in passato – Jack The Smoker, Axos, Lanz Khan, Francikario -, mentre fa capolino anche una collaborazione inedita, ossia quella con Ernia. Come è nata Guantanamera?

J.L.: È nato perché una volta, non ricordo neanche come mai, lui mi ha taggato in una storia su Instagram mentre ascoltava Hijo de puta (brano contenuto in L’Era della bestia, ndr), dicendomi poi che gli era piaciuto il pezzo; io avevo già ascoltato la sua roba, mi piace e lo trovo molto sul pezzo nel modo di scrivere, quindi ho provato a scrivergli per vedere se riuscivamo a tirar fuori qualcosa insieme. Verso settembre-ottobre ci siamo beccati in studio per chiacchierare un po’ e conoscerci meglio, poi mentre ero in fase di chiusura ho pensato di inserirlo a sorpresa nell’album; lui mi ha confermato la disponibilità a fare un pezzo insieme ed è nata Guantanamera.

W.: Tra l’altro quando ha postato la storia di cui parlavi, la stessa sera l’abbiamo beccato completamente per caso in giro. Non ci eravamo mai beccati a Milano, neanche incrociati, quindi quella sera deve essere stato un segno del destino (sorride, ndr).

R.P.: Restando in tema di collaborazione, c’era un rapper italiano che vi sarebbe piaciuto sentir rappare su sonorità simili, ma con cui per un motivo o per un altro non siete riusciti a chiudere una traccia su Eldorado?

J.L.: Magari Ensino (Ensi, ndr) mi verrebbe da dirti, se ci ripenso, lui avrebbe potuto dire la sua su questo tipo di roba; forse anche Noyz spaccherebbe su sta roba (Jangy e Weirdo si guardano e annuiscono, ndr). Anche Salmo effettivamente. Tu chi ci avresti visto?

R.P.: Beh pensandoci, togliendo effettivamente i nomi che avete fatto voi, non me ne sono venuti in mente altri in realtà. È un tipo di progetto che richiede non solo una versatilità notevole per quanto riguarda il saper rappare, ma anche una certa attitudine innata, per misurarsi con certi suoni, anche a livello di immaginario. Forse qualcuno della scena romana, però non mi è venuto un nome preciso in mente.

W.: Eh esatto, e secondo me è un bene che non ci si riesca a vedere chiunque su sonorità simili, diventa ancor di più un tratto distintivo di Jangy.

R.P.: Il brano più spesso dal punto di vista lirico probabilmente è Apprezzo il consiglio – mi piacerebbe infatti farti due domande su questa traccia, una di natura discografica e una più personale. Inizio chiedendoti questo: visto che dal punto di vista di copertura mediatica e successo discografico stiamo vivendo l’apogeo del rap italiano – di tutti i tipi -, sei davvero convinto che sia ancora necessario virare pesantemente verso tinte più pop per fare successo?

J.L.: Devo dire di no, in realtà. Ci sono artisti che non sono pop, anzi – prendi ad esempio Noyz e il suo ultimo disco, molto hardcore -, che hanno un seguito davvero nutrito. Poi più che pop, sono le nuove tendenze quelle che tirano di più, vedi la cosiddetta musica indie, una delle più in evidenza di quest’epoca. Ecco, forse il “pop” in quel pezzo fa più riferimento a queste tendenze che al pop vero e proprio. Apprezzo il consiglio poi in realtà si fa gioco della retorica, dei cliché che hanno accompagnato il rap per decenni, non tanto al momento storico in cui viviamo.

R.P.: La seconda invece è legata al ritornello ed è decisamente più personale: nel periodo storico e nella società in cui viviamo oggi, sei davvero sicuro che uno dei migliori consigli possibili sia metter su casa e crescere un figlio?

J.L.: (ridono sia lui che Weirdo) In effetti no, però è un cliché anche quello, un altro luogo comune! Il brano parla in generale del percorso degli artisti, tutti dall’esterno – magari anche con buone intenzioni – tentano di darti consigli, di aiutarti, senza sapere tutto. Volevo realizzare un brano del genere anche per variare un po’ rispetto alle tematiche del resto del disco, senza aggiungere un altro banger; che poi alla fine, se ci pensi, è un po’ un cliché anche questo (sorride, ndr), e l’ispirazione per l’argomento ci è venuta direttamente dalla canzone da cui Weirdo ha ricavato il sample, che si chiama Agradezo el consejo, e da lì abbiamo sviluppato l’idea.

W.: Spesso in effetti i sample ci danno il là per la scrittura dei pezzi o anche e soprattutto per la scelta dei titoli.

J.L.: Sì, anche perché nel rap puoi parlare di tutto, ci piaceva l’idea di realizzare un traccia un po’ a se stante rispetto alle altre, più riflessiva; anche se rispetto a L’Era della bestia sono stato decisamente più autoironico in diversi casi (sorride, ndr).

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