Jaka: l'intervista

by • 30/03/2008 • IntervisteComments (0)598

Hotmc.com ha incontrato un veterano del reggae nostrano, un vero e proprio ambasciatore di questa musica da quasi venti lunghi anni sulla scena: il solare e positivo campione siculo toscano Jaka! Mezz'ora di riflessioni e spensieratezza…

Haile Anbessa: Jaka è un piacere vederti!

Jaka: è sicuramente reciproco, benvenuto!

H.A.: in che modo ti sei avvicinato al reggae, come lo hai scoperto?

J.: guarda dobbiamo iniziare da molto tempo fa (ride)! La prima volta che ho ascoltato il reggae ero un bimbo. L'ho sentito alla radio. Ricordo che ai tempi c'era Sandokan al primo posto in classifica in Italia (ride)!. E così, alla fine degli anni Settanta, ascoltai per la prima volta So Much Trouble In The World di Bob Marley. Ebbi un'esperienza mistica. Sentivo questo suono come un qualcosa di avvolgente, mai sentito prima. Ascoltando questa canzone per un attimo mi dimenticai di tutto. Rimasi letteralmente rapito. Suonava totalmente diverso da tutto quello che avevo sentito fino ad allora eppure anche così familiare e vicino. Questo è stato il mio primo contatto con il reggae. Da lì a qualche anno dopo, Bob Marley veniva molto suonato nelle discoteche di Black Music e cpsì comprai il suo primo 45 giri nel 1979 insieme a Rappers Delight. Quel 45 giri di importazione era Jamming che trovai in un negozietto di Trapani. Negli anni Ottanta conobbi Jahmento, con cui suono ancora oggi e perciò approfondii la mia conoscenza in materia. Alla fine degli anni Ottanta mi recai al Notting Hill Carnival e poi finalmente in Giamaica, compiendo così il salto definitivo!

H.A.: tu sei siciliano di Trapani però ora vivi in Toscana. Il reggae viene percepito in maniera differente da Nord a Sud?

J.: io quello che posso riscontrare è effettivamente una diversa partecipazione. Io ho vissuto da vicino la scena toscana e quella siciliana appunto. Alla fine degli anni Ottanta mi sono trasferito a Firenze. Proprio a Firenze ho conosciuto il Generale con cui tanto ho collaborato. Queste sono le due scene che conosco più da vicino. La Toscana, ad esempio, ha una imponente scena reggae ancora piuttosto sconosciuta. Potrei citare i Michelangelo Buonarroti, i Dubital, i pionieri Bomba Bomba, i Working Vibes e tanti altri. In Sicilia stesso discorso. Ecco al Sud il reggae viene vissuto come una cosa molto rivoluzionaria, più pura. Gli Mc hanno un'originalità, una personalità e una passione molto spiccata. Naturalmente non voglio fare provincialismi. Però quello che noto è che al Sud forse lo spirito del reggae è molto affine a quello che si vive tutti i giorni in Giamaica.

H.A.: non vedi il rischio di voler imitare troppo i pionieri del genere, dando poco spazio all'originalità? Non si  perpetuano eccessivamente formule già utilizzate? Vedi scena salentina e Sud Sound System, ad esempio…

J.: credo che ognuno debba sviluppare la sua originalità e personalità. Ovviamente ci sono alcune scene in cui l'influenza di alcuni artisti è stata più preponderante e ha, come dire, fatto scuola. Quindi per quelli che sono venuti dopo, da una parte è stato più facile perché hanno potuto imparare in fretta, dall'altra più difficile perché si è dovuto sgomitare di più. Io incoraggio ed apprezzo molto coloro che utilizzano il proprio dialetto e la propria cultura per fare musica. È una ricchezza unica in Italia. Pensa ai Sud Sound System o ai Pittura Freska. Certo è che bisogna stare sempre lontani dagli stereotipi. E non solo nello stile ma anche negli argomenti. La reggae music, in quanto musica di popolo, ci ha proprio insegnato che non c'è tabù negli argomenti trattabili. Non bisogna parlare solo di ganja insomma. Non ci devono essere limiti. Si può spaziare dalla politica alla spiritualità, all'amore, al sesso fino anche alla morte. Non bisogna solo ballare ma anche riflettere. E qui torniamo al suo carattere universale, di musica senza confini.

H.A.: Alborosie, durante un'intervista, mi ha detto invece che auspicava una maggiore internazionalizzazione della scena reggae nostrana, magari attraverso l'utilizzo dell'english-patwa (l'inglese parlato in Giamaica n.d.r.)…

J.: beh, secondo me, non possiamo metterci tutti ad imparare il patwa per raggiungere un'audience internazionale (ride)! Sarebbe bello ma è utopico. Per parlare bene il patwa bisogna avere una certa familiarità con questa lingua e forse anche fare frequenti viaggi in Giamaica. Bisogna scrivere molto in patwa prima di arrivare a risultati accettabili. Altrimenti tutto apparirebbe una posticcia imitazione. Alborosie vive in Giamaica, se lo senti cantare sembra un giamaicano e quindi va tutto bene. Ma certi cantanti italiani, quando ci provano, fanno un po' ridere, dai (ride)! Apprezzo lo sforzo però! Sai, una cosa è usare il patwa per fare uno speech in una dancehall, tutt'altra cosa è scriverci un pezzo dall'inizio alla fine. È molto più difficile. Per quanto riguarda il dialetto poi non credo sia limitato. Al Nord cantano tutti i miei pezzi in Siciliano! È una ricchezza culturale ed espressiva. È vero che molti Mc italiani non raggiungeranno mai un successo internazionale per via della lingua, ma non bisogna però cadere nel ridicolo nel tentare di imitare i Giamaicani. Bisogna parlare prima a chi ci sta attorno. Tutto deve avvenire con naturalezza.

H.A.: e tu vorresti fare un pezzo in patwa?

J.: guarda io l'ho già scritto. Uscirà come 45 giri sull'etichetta di Macro Marco. Si chiama Live As One. Prende parte al progetto anche Mama Marias. Ma è stata una cosa naturale. Magari un giorno canterò tutto il mio repertorio in patwa, chi lo sa (ride)!

H.A.: Reggae come musica globale ed universale; ma tu dove ti senti più a casa?

J.: io mi sento a casa con me stesso in qualsiasi parte del mondo io sia; dal deserto del Sahara agli Altipiani del Tibet. Sinceramente venire dalla Sicilia, terra di antichi retaggi culturali così diversi tra loro, mi ha reso molto elastico. Aiuta anche viaggiare molto come ho fatto io. Anche solo il fatto di avere lasciato la mia terra, nella quale torno spesso però, per andare a vivere in Toscana mi ha spinto ad avere un respiro più ampio. Sono un essere planetario, è così che mi vivo!

H.A.: fai ancora radio?

J.: sì faccio radio oramai da venti anni. L'anno prossimo poi compio il mio diciottesimo compleanno con il mio programma di reggae Bongoman, in onda su Controradio di Popolare Network. Lo potete ascoltare anche in streaming via internet sul sito www.controradio.it, tutti i martedì sera dalle 21:00 alle 22:30. L'esperienza radiofonica è stata un grande trampolino di lancio per me e una straordinaria possibilità di avere un contatto diretto con la gente.

H.A.: preferisci questa dimensione radiofonica o sempre e comunque cantare su di un palco?

J.: sono due cose diverse. Con la radio svolgi un servizio a favore degli altri. Non sei mai preso da te stesso in radio. Non c'è troppo posto per te stesso e per la tua arte perché ci sono gli altri al primo posto. La radio per me è una terapia affascinante. È bellissimo diffondere il reggae sound agli altri. Ovvio poi, come artista, cantare sul palco con una live band è una cosa eccezionale. Io sono un musicista quindi il live mi piace ancora di più della dancehall. Nel
live mi sento nel mio centro.

H.A.: Jaka, nel tuo album Love To The People, canti con cantanti del calibro di the Messenjah Luciano e della leggenda Max Romeo. Come hai fatto a coinvolgerli? Insomma come hai fatto a far cantare Luciano in sicilano?!

J.: (ride) Luciano è una persona molto cordiale e gentile. Tra noi è nato subito un feeling all'impronta. Lo conoscevo già da molti anni e tra noi c'è stata fin da subito un'empatia a pelle. Quando io gli proposi questa cosa, di cantare su Reggae a Matina, gli occhi gli si illuminarono di scatto. È stato un attimo entrare nel pezzo. Abbiamo passato questo pomeriggio splendido assieme scrivendo tantissimo, col cuoco che cucinava un ottimo riso con le verdure ital (il cibo puro dei rasta n.d.r.). Per me Luciano è il più grande cantante reggae che oggi c'è sulla scena e il vero erede di questo repertorio di pace e fratellanza che la reggae music insegna. Un uomo di grande gentilezza con cui sento un'affinità incredibile. Max Romeo invece l'ho incontrato durante una registrazione per il Satta Sound, storico sound system roots di Roma che ora non esiste più. Max Romeo, che ha collaborato anche con la Tribù Acustica, stava in quei giorni registrando una nuova version di Melt Away. Io ero là e, dopo avermi sentito cantare la mia versione, mi ha quasi ordinato di andare subito a registrarla. Ha voluto che gli traducessi le parole e le ha trovate perfette per il flow di Melt Away. Così è nato il tutto.

H.A.: con chi ti piacerebbe dettare in futuro?

J.: guarda proprio l'altra sera ho avuto l'onore di cantare con i Morgan Heritage a Firenze. Nella mia vita ho avuto la fortuna di cantare anche con Michael Franti, con Luciano, con Alton Ellis, con Max Romeo, con Macka B… Mi sento già fin troppo fortunato per esprimere altri desideri in tal senso! Magari Bob Marley (ride)!

H.A: non c'è niente in programma?

J.: al momento no, anche perché, da come hai capito, non mi piace molto programmarle queste cose. Ho fatto questa cosa italiana con Mama Marias, poi sto collaborando con Pow Pow Productions per un nuovo pezzo. Jaka goes internationally (ride)! Poi c'è un altro grande artista con cui sto collaborando, di cui non posso però fare il nome ora; segreto! (ride). Non è proprio un artista reggae… Altro progetto è portare in giro il live con la Fire Band, dove suonano molti musicisti di Michelangelo Buonarroti, e lanciare anche questa bravissima cantante dal nome di Queen Mary. La dimensione live è molto importante. Alcuni cantanti si esprimono solo in dancehall e, secondo me, è una cosa limitativa. Bisogna far espandere il reggae in Italia soprattutto attraverso la dimensione live. Bisogna dare molto più spazio alle band emergenti, perché se lo meritano. I media boicottano un po' il reggae nonostante il sempre più crescente interesse verso questo tipo di musica. Quindi secondo me il Sunsplash, ad esempio, potrebbe supplire a questa carenza dando maggiore visibilità alla musica emergente nostrana.

H.A.: le dancehall sono sempre più frequentate, però forse da sempre più persone a cui poco importa il messaggio delle reggae vibes. Cosa ne pensi in proposito?

J.: sai ho visto molti alti e bassi. Anche negli anni Novanta c'era un grande entusiasmo, le posse, migliaia di persone matte per il reggae ma poi tutto si è sgonfiato. Perciò se è un trend o una moda è destinata a svanire. Ma per coloro che si appassionano in maniera genuina non posso fare altro che consigliare di approfondire. Una casa non si costruisce dal tetto ma dalle fondamenta. La musica giamaicana ha radici profonde che bisogna conoscere per poterne apprezzare fino in fondo il significato. Ripeto il reggae non è solo musica da ballo. Non possiamo pretendere che tutti diventino conscious, questo no. Però magari qualcuno sì! Il futuro non è ancora stato scritto…

H.A.:parlaci ora del tuo ultimo lavoro Mettiamo a Fuoco

J.: è molto diverso rispetto al precedente. Sono passati un po' di anni ed io sono cambiato e maturato (ride). Rispetto a Love To The People ha molti più pezzi in dialetto, forse anche perché sono tornato in Sicilia molto più spesso. È stata una cosa naturale. Mettiamo a Fuoco ha un ottimo livello di produzione. Abbiamo lavorato molto sulle musiche, sui suoni e sulle basi cercando di creare un sound originale. Ci abbiamo dedicato tantissimo tempo, troppo forse rispetto a quello che il cd vende (ride)! Però abbiamo fatto un lavoro professionale, tentando di portare il prodotto ad un livello più alto sia come testi che come musica.

H.A.: stessa domanda che ho fatto a Raina della Villa Ada Posse. Come è stato lavorare con gli Africa Unite in 4Riddims 4Unity?

J.: gli Africa sono come fratelli per me. Nel 1991 siamo stati assieme in Giamaica. La loro prima volta. Facemmo un viaggio realmente straordinario. Madaski produsse il mio primo singolo Ragga Soldati che uscì proprio nel '91. Perciò c'è un legame che ci unisce da molti anni. Era da molto tempo che avevo il desiderio di rifare qualcosa assieme, tipo Lega la Lega. Uno di quei pezzi dove si canta tutti assieme, uniti da uno scopo comune. Per 4riddims 4unity ho scritto Aria, un pezzo sul rapporto stretto tra due persone. Ho anche la fortuna di dividere quasi sempre il palco con gli Africa, che sia il Sunsplash o Cascina Monluè. Abbiamo molto feeling.

H.A.: non vuoi proprio dirci il nome misterioso di cui ci accennavi prima?

J.: mmm. Insomma Ciro e Fede che sono il bassista ed il tastierista della Fire Band e dei Michelangelo Buonarroti hanno remixato Manu Chao. Io ho fatto una versione da toaster praticamente. Una combination sulle tracce di questo remix. Molto bello. Ora lo proporremo alla produzione e magari un domani uscirà. Chi lo sa!

H.A.: Grazie mille!

J.: Grazie a te! È stato un vero piacere!

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