Intervista ai Dub Inc.

by • 11/05/2012 • IntervisteComments (0)872

Di reggae band di spessore, soprattutto in Europa, comincia a sentirsene realmente la mancanza. In questa desolazione i Dub Inc. rappresentano una piacevole eccezione. Questo gruppo proveniente da Saint Etienne in Francia vede al suo interno numerosissime influenze e continua a raccogliere un successo dopo l’altro. Oggi la band comincia un breve tour italiano per farsi conoscere anche dal pubblico nostrano e noi di Hotmc siamo riusciti a scambiare quattro chiacchiere con uno dei membri fondatori della band, il batterista Zigo.

Haile Anbessa: comincio subito a chiederti, visto che siete una band sempre impegnata politicamente e socialmente, che aria si respira in Francia oggi dopo la vittoria di Hollande alle presidenziali.

Zigo: sai mi trovavo assieme ad Hakim, uno delle due voci della band, quando hanno dato in televisione i risultati delle elezioni. Il nostro primo pensiero è stato: e adesso di cosa parleremo nelle nostre liriche dopo Sarkozy? (ride). La maggior parte delle nostre canzoni infatti tratta delle brutture del sistema generate proprio dall’ex presidente francese negli ultimi dieci anni. Anche prima di lui abbiamo avuto Jacques Chirac e non è che la situazione fosse molto meglio. Siamo stati abituati a vivere in un vero e proprio stato di polizia. Per tutti noi è stata una vera e propria sorpresa respirare aria nuova dopo vent’anni di governi di destra. Pensavo anche che tutta la nuova generazione dei ventenni non sa minimamente cosa significhi vivere in un paese di “sinistra”, con maggiori libertà. Nella Francia in cui vivo oggi il razzismo ad esempio è una cosa normale e spero proprio che da oggi tutto questo finisca presto. Abbiamo bisogno di allentare la pressione perchè si lotta gli uni contro gli altri e non solo nelle banlieue. Non sarà un compito facile per il nuovo presidente ma siamo speranzosi e contenti per il cambiamento. Credo inoltre che sarà un cambiamento positivo per tutta Europa, avevamo proprio tutti bisogno di una svolta.

H.A.: perché per il gruppo avete scelto il nome Dub Inc, dato che non siete propriamente una band dub?

Z.: quando abbiamo iniziato nel 1997 eravamo solo in tre, io come batterista, bassista e chitarrista e facevamo esclusivamente pezzi strumentali. I cantanti sono arrivati solo in un secondo momento nel 1999. Siccome per una band è molto difficile scegliere un nome non vedevamo il motivo per il quale cambiare Dub Inc e così è rimasto. Anche oggi, nonostante ci muoviamo su ritmi differenti, continuiamo a usare effetti dub e questo si sente soprattutto nei primi due album. Il nostro ingegnere del suono è infatti il nostro ottavo musicista e utilizza molto questi effetti durante i live.

H.A.: quindi all’inizio eravate solamente una backing band?

Z.: non proprio. All’inizio eravamo più uno strano mix tra dub e metal ma non siamo durati a lungo così. La nostra intenzione è sempre stata quella di diventare una band di world music-reggae e per questo motivo abbiamo cercato subito un tastierista e dei cantanti. Come backing band abbiamo suonato per divertimento con alcuni amici ma abbiamo sempre preferito mantenere la nostra identità.

H.A.: raccontami quindi come i vari componenti della band si sono conosciuti…

Z.: Saint Etienne non è una città grandissima quindi è stato facile incontrarsi. Quasi tutti i musicisti si conoscono l’un l’altro. Il nucleo originario di tre elementi si è formato ai tempi della scuola, quando avevamo circa diciotto anni. Con i cantanti ci si conosceva per via delle feste e dei party a cui ci si ritrovava quindi il loro unirsi a noi è stato molto naturale.

H.A.: nella vostra musica mischiate generi molto diversi dal reggae roots, alla dancehall, al rai magrebino, al rap. Come definiresti il genere di musica che i Dub Inc fanno?

Z.: l’etichetta sarebbe world reggae music. Le nostre principali influenze vengono dalla Giamaica e dal reggae. Che sia new roots o dancehall non importa. Includiamo però anche generi diversi come l’hip-hop, il rai, la musica dell’Africa Occidentale, rock e soul. Ognuno si porta appresso il proprio bagaglio culturale. Io, ad esempio, sono cresciuto con i Beatles e il jazz e ora queste influenze fanno parte di me. Siamo in sette a comporre e cerchiamo di tenere conto sempre delle influenze di ognuno.

H.A.: quindi per i Dub Inc come avviene il processo della creazione di una nuova canzone?

Z.: non abbiamo mai una maniera univoca. Di norma però tutti componenti del gruppo hanno computer a casa o dei piccoli studi di registrazione e questo anche in tour sul bus. Tutti produciamo dei riddim in maniera autonoma. Quando non siamo in tour ci ritroviamo in studio ognuno con le proprie idee. I cantanti sentono le melodie che li ispirano di più e così nasce l’embrione di una nuova canzone. Ci lavoriamo tutti assieme e facciamo le necessarie modifiche tutti assieme. A volte i testi ci sono già, altre volte li creiamo ad hoc per le nuove melodie ma sempre tutti assieme. L’armonia è la cosa principale. Può capitare anche a volte che in studio noi musicisti stiamo in una stanza e i cantanti in  un’altra che sentono cosa stiamo facendo e sulla base di questo compongono i testi.

H.A.: com’è la situazione del reggae in Francia?

Z.: da quindici anni a questa parte almeno il reggae in Francia è un fenomeno molto vasto. Non è ancora trasmesso dai grandi media come la musica pop ma sicuramente non  è più un movimento undeground come agli inizi. Abbiamo infatti moltissimi festival molto importanti. Quando in Giamaica chiedi in giro dove il reggae sia più sviluppato al di fuori dell’isola tutti rispondo subito Francia e Germania. Il reggae è comunque come un otto volante. C’è un periodo in cui la qualità è altissima, altri meno per via della mancanza di idee. Oggi la situazione è sicuramente buona con tutti questi nuovi artisti new roots. Artisti come Tarrus Riley, Queen Ifrica e tutta la Marley family fanno certamente ben sperare per il futuro di questo genere. Jr Gong inoltre sta facendo molto per questa musica facendola uscire dal piccolo recinto in cui è stata sempre confinata.

H.A.: avete mai suonato in Nord Africa? Quali sono state le vostre impressioni?

Z.: abbiamo suonato parecchie volte in Marocco e in Algeria, la patria del nostro cantante Hakim. Ci sono parecchi gruppi e sound system laggiù ma la situazione è completamente differente rispetto all’Europa. Non è la stessa forma di intrattenimento a cui siamo abituati. Nei party ad esempio ci sono  molte meno ragazze rispetto a qui. Per i musicisti inoltre non è facile ottenere cose scontate per noi come gli stessi strumenti per fare musica. Abbiamo comunque visto moltissimi artisti e in molti sono appassionati di reggae. Il reggae d’altra parte è una musica che è amata molto facilmente in ogni parte del mondo. Quando abbiamo suonato in Algeria ad esempio è stato molto emozionante.

H.A.: nel reggae di oggi quali sono gli artisti che apprezzi di più?

Z. posso parlare a nome mio in questo caso e non a quello di tutta la band perché ognuno ha i suoi gusti. Il numero uno al momento per me è certamente Damian Marley perché è l’artista reggae più  creativo in circolazione. Poi mi piacciono molto Tarrus Riley, Queen Ifrica e Konshens. Parlando di quelli meno famosi, dato che ho una mia etichetta che si chiama Greenyard Records http://www.myspace.com/greenyardrecords devo menzionare certamente Tony Curtis, un artista che non è conosciuto abbastanza.

H.A.: e per gli artisti del passato?

Z.: per la old school ti faccio i nomi, oltre a quelli scontati di Bob Marley e Peter Tosh, di Culture, Israel Vibration, Black Uhuru e Steel Pulse. Ce ne sono comunque tantissimi! Personalmente ho sempre ascoltato gli Steel Pulse molto più che Bob Marley e non posso descriverti l’emozione che ho provato quando David Hinds è venuto in studio con noi.

H.A.: nel vostro ultimo album del 2010 Hors Controle avete avuto un featuring con Tarrus. Se potessi scegliere un altro nome oggi a chi ti rivolgeresti?

Z.: quando abbiamo iniziato l’album era in pole position anche Queen Ifrica per un featuring con noi. Poi purtroppo per tempistiche varie non ci siamo riusciti. Queen Ifrica è un caso eccezionale nella musica reggae perché in primo luogo è una donna molto forte e poi perché nelle sue canzoni canta di temi molto importanti con grande passione e sentimento. Per questo mi auguro che nel prossimo futuro riusciremo a portare in porto questa collaborazione. Abbiamo già suonato assieme sul palco e l’alchimia è stata eccezionale. Poi naturalmente ti direi Jr. Gong ma in questo caso vedo la cosa leggermente più infattibile (ride). Anche se, devo dirti la verità, nulla è veramente impossibile perché fino a qualche tempo fa non avrei mai sperato di raccogliere i successi che abbiamo meritato fin ad ora quindi chissà…Bisogna sempre pensare che tutto è possibile, tutto è un dono. D’altra parte siamo tutti uomini, quindi perché no.

H.A.: attualmente senza ombra di dubbio voi siete una delle migliori reggae band in circolazione in Europa. Siete una realtà organica di come se ne vedono poche in giro. Pur avendo al vostro interno diverse individualità siete una vera band. Quale è la vostra ricetta segreta per raggiungere una tale unità e tali risultati a livello di suono?

Z.: innanzitutto ti ringrazio per il complimento e poi ti dico che nella tua domanda hai già svelato il segreto. Siamo in primo luogo una famiglia piuttosto che una band. In quale altro gruppo lascerebbero fare un’intervista al batterista come sto facendo io adesso? (ride) Ci dividiamo tutto. Io non prendo meno soldi del cantante ad esempio. Gli ingegneri hanno gli stessi diritti all’interno del gruppo di quelli che abbiamo noi musicisti. Ognuno può dire la sua riguardo a qualsiasi cosa. Da quattordici anni facciamo tutto da soli, ci amministriamo da soli senza condizionamenti esterni. Abbiamo un’agenzia per i tour e un’azienda per la distribuzione naturalmente ma loro fanno tutto quello che gli diciamo noi. Cerchiamo di controllare ogni aspetto e cerchiamo di farlo sempre come una famiglia. Siamo sempre molto onesti con noi stessi e con gli altri elementi della band, nel bene e nel male. Siamo come un piccolo microcosmo e funzioniamo bene così.

H.A.: è possibile che nel futuro qualcuno di voi possa sviluppare un progetto individuale?    

Z.: io e il bassista ad esempio, come ti dicevo prima, abbiamo delle etichette reggae. Anche i cantanti, nel caso avessero in mente dei progetti solisti, certamente sarebbero aiutati da tutti noi. L’importante è avere tutti sempre nella mente che il progetto più importante sono i Dub Inc. Amo la mia etichetta e ci sono molto affezionato ma me ne occupo solamente dopo avere dato il 100% per la band. Non rubo mai tempo ai Dub Inc per i miei interessi personali. Quest’atteggiamento è molto importante perché altrimenti si perdono le priorità e i vari elementi potrebbero risentirsi. Suona un po’ un discorso da setta ma ti assicuro che non è così (ride). È difficile al giorno d’oggi vivere di musica e non possiamo permetterci di rovinare tutto con i nostri egoismi. Il nostro patto di fondazione iniziale è stato che ognuno contava uno all’interno del gruppo e dobbiamo sempre portare avanti questo discorso. Lo spirito deve rimanere sempre questo.

H.A.: parlami ora del progetto Rude Boy Story.

Z.: Rude Boy Story http://www.rudeboystory.com/ è un progetto di filmmaking indipendente. Nel 2008 un ragazzo della nostra città che è un regista e ha realizzato il  videoclip della nostra canzone Metissage e ha filmato alcuni dei nostri concerti, venne da noi poco prima dell’uscita dell’album Afrikya chiedendoci di avere il permesso di filmarci in tour e in studio per due anni al fine di realizzare un documentario. Non ci è mai piaciuto essere filmati ma abbiamo pensato all’utilità del progetto. In Rude Boy Story infatti si può capire molto bene come riuscire a gestire la propria arte senza condizionamenti e avere anche un discreto successo. Per questo motivo abbiamo accettato perché la gente sapesse. Era importante per noi mostrare ai giovani che esiste sempre un’altra via per vivere della propria musica, senza dovere necessariamente dipendere dalle grandi etichette. Grazie al passaparola il progetto ha avuto parecchio successo e oggi riusciamo a promuovere il film nei vari cinema in tutta Europa sempre in maniera indipendente, contattando direttamente i gestori dei vari cinema dove desideriamo fare proiettare il documentario. In Francia, per questa caratteristica, il film è stato etichettato come “selvaggio”.  

H.A.: la canzone Tout c’est qui l veulent è diventata recentemente l’inno del cambiamento sia in Francia che nelle rivoluzioni della cosiddetta Primavera Araba. Cosa ne pensi a proposito?

Z.: per me è stata una cosa naturale. Il testo parla di come i vari governi vogliano solamente arricchirsi alle spalle dei propri cittadini. Vogliono azzittirci ma non possono riuscirci. Quando la suoniamo in Francia tutti la cantano all’unisono. In ogni manifestazione viene suonata e cantata con tutto il cuore, pur non essendo mai passata in radio o televisione. Un’altra canzone che ci ha aiutato molto a farci conoscere è stata Rudeboy.

H.A.: presto inizia il vostro tour italiano cosa vi aspettate?

Z.; siamo già stati in Italia una volta, nella campagna fuori Torino per un piccolo festival. Per noi l’Italia rimane un po’ un mistero ancora. Abbiamo viaggiato in tutta Europa oramai ma l’Italia è l’unico paese a cui non ci siamo dedicati in maniera massiccia. Abbiamo sentito parlare del Rototom per anni e quando finalmente ci invitano a suonare siamo dovuto andare in Spagna, molto strano! (ride). Non sappiamo bene cosa aspettarci da questo tour. Speriamo che la gente si godrà il nostro show. Sappiamo che la gente ama molto il reggae quindi sicuramente tutto andrà per il meglio perché è questo che noi cerchiamo di fare al meglio.

H.A.: la classica domanda conclusiva ovvero progetti per il futuro? Quando vedremo il nuovo album?

Z.: il 2012 sarà dedicato interamente a portare la nostra musica in giro per il mondo. Dopo l’Italia andremo in USA e Canada e poi probabilmente in Africa. Nei momenti di riposo andremo ancora in studio ma non penso il nuovo album uscirà da qui a breve. Non abbiamo fretta. Vogliamo goderci un po’ il momento. L’anno scorso abbiamo fatto circa 130 concerti in 17 paesi diversi quindi quest’anno faremo altrettanto anche se in termini più ridotti per riposarci un attimo.

H.A.: grazie mille

Z.: grazie a te!

Ecco le date del tour italiano:

11.05.2012 Bologna – Estragon Club – euro 10,00
12.05.2012 Brescia – Latte+ – euro 5,00
19.05.2012 Torino – cs Gabrio – euro 5,00
26.05.2012 Roma – I.Music Festival – euro 10,00
13.07.2012 Zogno (BG) – Ambria Music Festival – ingresso gratuito

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